trial & error

Non c’è alcun disegno

leave a comment »

di Amineh Pakravan*

Non c’è alcun disegno nel disordine totale nella società globale di oggi, nella sua politica, nella sua economia, nel pensiero dei singoli. Il disordine è un bagno vischioso e ci stiamo affondando tutti. Ci indebolisce sempre più.

C’è ormai una specie di anarchia selvaggia da tutte le parti che nessuno è in grado di governare, uno scioglimento delle intenzioni nella sregolatezza. Tutto ciò non parte da una volontà ma da una negazione della volontà a tutti i livelli.

Non è un fatto banale e senza conseguenza. Persino la natura, così ben organizzata da sempre, anche nei suoi piani prestabiliti e nei suoi incidenti di percorso, ne risente: ll ninio impazzito, la siccità dichiarata della California e di certe zone dell’Africa, i ghiacci che si sciolgono a vista d’occhio nelle calotte polari – e tutto quanto non certo secondo tempi millenari.

Il mondo che abbiamo creato è di una complessità enorme e ciò lo rende molto fragile. La sua fragilità è insita nel fatto che non è più in grado di riconoscere se stesso. E fugge sempre in avanti. Non è cosciente e non rende conto dell’enormità faustiana di ciò che sta creando. Nelle cose piccole come in quelle grandi, tanto ha perso il senso delle proporzioni. La conquista dell’impossibile ha reso possibile l’impossibile, ma ha reso altrettanto invivibile il mondo perché irriconoscibile.

Il mondo è diventato bi-polare, come lo diventano gli individui quando si ammalano mentalmente. Il buio contro la luce. Chissà chi vincerà questo conflitto che lo affligge o forse non ci sarà alcun vincente.

L’immaginazione, quando mancavano altri strumenti – oggi si chiamano tecnologici – ha consentito di superare i limiti con il senso critico, agli scienziati, ai filosofi, agli artisti, ai letterati, ai singoli individui nelle loro umiltà. Ha prodotto risultati incommensurabili nella loro qualità. Oggi la tecnologia – passo dopo passo inesorabile – supera l’immaginazione, la avvolge nella molteplicità delle sue soluzioni, senza offrire il minimo spazio al senso critico, alla possibilità dell’errore che smentisca la conquista.

Fermarsi un attimo. Riflettere sulla possibilità dell’errore, avere qualche dubbia sull’infallibilità che sembra così infallibile. No? No. Non ci saranno flagellanti per allontanare la peste, questa volta, perché il pericolo non è conosciuto. (A.P.)

*Amineh Pakravan è autrice de “Il libraio di Amsterdam” (Marsilio, 2006)

Written by trial & error

febbraio 3, 2016 at 3:07 pm

Pubblicato su Uncategorized

Giornalismo, corporazione senza innovazione

leave a comment »

C’è davvero un motivo per parlare di ‘schiavitù dei giornalisti’, come fa il presidente dell’ordine dei giornalisti Enzo Iacopino? La risposta è no. Descrivere la situazione di molti giovani precari italiani in termini di ‘sfruttamento da parte dei padroni’, è propaganda a buon mercato per un’istituzione – l’ordine dei giornalisti – che in realtà concorre a generare il precariato italiano, proteggendo uno status quo corporativo in cui editori, sindacati, e gli stessi giornalisti non precari sono solidali nel mantenere i loro privilegi.

Questo status quo è economicamente insostenibile, altamente inefficiente e dannoso per la qualità dell’informazione. Nel giornalismo italiano, più che in altri paesi, le rendite corporative impediscono l’operare di quel meccanismo, per dirla con Schumpeter, di ‘distruzione creativa’, necessario in ogni settore per far si che vecchie imprese si riorganizzino, e nuove imprese  (private/pubbliche, non è poi rilevante) emergano, adattandosi a mutamenti di mercato e tecnologia,  così da sostituire quelle ormai non più competitive, il cui mantenimento in operatività (inclusi i posti di lavoro) finisce per essere sempre, in qualche modo, un costo per la collettività.

L’avvento di internet ha determinato in tutto il mondo, un mutamento profondo nell’economia del giornalismo. Capirne le ragioni è semplice, è una questione di conti del ragioniere: il rapporto tra costi di produzione di un qualsiasi contenuto giornalistico e i ricavi che esso può generare – laddove un tempo era facilmente ripagato dalla vendita delle copie dei giornali e dalla pubblicità – è diventato insostenibile,  a spanne qualcosa come 3-4-5 a 1 se va bene.

Ma laddove in altri Paesi – nel mondo anglosassone, ma anche in Germania o in Francia – l’editoria ha iniziato ad adattarsi al nuovo contesto – vecchie imprese e modelli editoriali si estinguono, e vengono sostituiti da nuove realtà capaci di produrre ricavi a costi sostenibili, in Italia ciò non avviene, salvo casi sporadici. A impedirlo due fattori: la natura politica e parapolitica dell’editoria italiana da un lato, il carattere sindacale-corporativo e autoreferenziale della categoria dei giornalisti dall’altro.

I costi dell’attività giornalistica ‘legale’, molto più che altrove, in Italia sono insostenibili. E’ il segreto di Pulcinella: il contratto di assunzione prevede costi minimi lato azienda di 4mila euro al mese, che gli scatti di anzianità portano dopo pochi mesi a lievitare sopra i 5mila euro al mese. Posto che i ricavi, come detto, sono bassissimi, per la maggior parte delle aziende editoriali spese simili significano una cosa sola: portare i libri in tribunale.

I media più grandi – i grandi giornali, le grandi agenzie di stampa – riescono a mantenere strutture redazionali in perdita perché sono sussidiati, in senso lato, o da privati, in genere grandi portatori di interesse, disposti a ripianare (anche se con sempre maggior insofferenza) data l’influenza politica delle testate, o dal governo, in varie forme dirette o indirette.

Ma i sussidi, si sa – pubblici o privati che siano – sono incentivi sbagliati che fanno degradare l’efficienza e la qualità di una qualsiasi attività produttiva. Nel caso dei media, essi distolgono i giornalisti e le aziende editoriali dall’obiettivo di realizzare prodotti giornalistici capaci di intercettare una domanda effettiva – e dunque fare buona informazione – e li incentivano invece a diventare ottimi comunicatori dediti a promuovere le cause del padrone o del decisore pubblico di turno.

Non c’è da stupirsi se poi ci ritroviamo con una classe giornalistica italiana ‘ufficiale’ con i connotati di una casta di individui pigri, arroganti e superficiali e inoltre intoccabili, perché tutelati da una delle istituzioni corporative più agguerrite in Italia – l’ordine dei giornalisti – e da un sindacato durissimo. Toccarli  è come toccare i preti: si viene accusati istantaneamente di fare “attentato” alla libertà di stampa, o al pluralismo dell’informazione.

Le aziende d’altronde hanno scarso interesse a fare lavorare sul serio i propri giornalisti: da un lato rischiano solo di scontrarsi con le istituzioni corporative, senza raggiungere l’obiettivo di liberarsi dei fannulloni. Dall’altro, sono comunque al riparo dai rigori concorrenziali del mercato: perché mai crearsi delle noie coi cdr o le teste calde di redazione, quando dopotutto, non è così urgente ridurre le perdite?

I giornali, in ogni caso, qualche notizia la devono pur dare, che i dipendenti sussidiati sempre meno sono in grado di trovare. Ecco allora che entrano in scena i precari: legioni di giovani volenterosi e di talento, disposti anche a lavorare gratis o quasi pur di vedere la loro firma su questo o quel grande giornale. Per molti editori il precariato è così una risorsa produttiva importante, per far fronte alle enormi inefficienze interne connesse al mantenimento dello status quo corporativo.

Per chi invece non riceve sussidi o non ha soci disposti a sovvenzionare le perdite per interesse politico – come molte nuove testate, potenzialmente più dinamiche e di qualità – assumere giornalisti è quasi impossibile, per via dei costi legali del lavoro. Molte aziende sarebbero disposte ad assumere giovani giornalisti a condizioni economiche dignitose (se pur al disotto del ‘minimo tabellare’ di 2mila euro mensili) che molti giovani sarebbero entusiasti di accettare, ma questo non è possibile, perché “il contratto nazionale non si tocca”, e toccarlo significherebbe “darla vinta ai padroni”. Avvalersi di freelance, precari, gratuitamente o a cifre irrisorie è per queste realtà l’unica alternativa alla chiusura.

Il giornalismo italiano è una grande rendita. Aziende bollite, incapaci di sostenersi grazie all’informazione che producono, tenute in vita con i soldi pubblici o parapubblici di privati, mantengono giornalisti spesso incapaci assunti per raccomandazione ai costi fuori mercato imposti dal contratto nazionale di lavoro. Ne consegue un circolo vizioso: l’informazione corporativa e di scarsa qualità deprime ancora di più il valore economico dei contenuti, rendendo l’intero settore editoriale ancor più fallimentare. I lettori non sono stupidi, e “won’t buy the bullshit” dei media italiani, ai quali non resta così, per pagare i propri costosissimi produttori di contenuti, che cercarsi un finanziatore politico o parapolitico.

E’ questa rendita corporativa, di cui beneficiano editori, giornalisti, istituzioni inutili e autoreferenziali come l’odg a impedire il rinnovamento. I precari sottopagati non sono schiavi ma aspiranti professionisti a cui le opportunità di emergere sono negate da barriere corporative, e che purtuttavia ‘resistono’ autofinanziandosi e lavorando per cifre irrisorie.

La liberalizzazione del lavoro giornalistico, la possibilità per le aziende di riorganizzarsi internamente, senza incorrere in veti corporativi, l’abolizione dell’ordine, il taglio di ogni sussidio, queste sì, sarebbero le misure necessarie per avviare un effettivo rinnovamento e risanamento del settore. E non preoccupatevi, le aziende o falliranno o troveranno da sé il modo per innovare senza aiuto, perché sarà nel loro interesse e non avranno altra scelta. Tuttavia, la corporazione fa di tutto perché evitare che questo accada: significherebbe smantellare la corporazione sussidiata che ora si piange addosso incolpando internet o i social network o la legge di gravità della crisi del giornalismo, per distogliere l’attenzione dalle proprie responsabilità.

@leopoldopapi

Written by trial & error

gennaio 5, 2016 at 1:06 pm

Pubblicato su Uncategorized

Che cosa ha fatto Eni con Report

leave a comment »

Ci sono molti commenti, anche autorevoli, sulla vicenda delle risposte di Eni in diretta  Twitter, sulla puntata di Report di domenica scorsa.  C’è anche chi, nel mondo degli esperti di comunicazione e social media, parla di ‘rivoluzione’ nel modo di fare ufficio stampa e comunicazione aziendale.

Sembrano però valutazioni marginali, rispetto a ciò che è effettivamente accaduto. Eni e il suo direttore comunicazione Marco Bardazzi hanno introdotto il contraddittorio in un programma giornalistico a tesi, spacciato per programma di inchieste.

Colta di sorpresa, Milena Gabanelli ha reagito con il solito riflesso condizionato, sottolineando di aver invitato Eni a dire la sua nella preparazione del programma. Così facendo ha però solo evidenziato la propria indisponibilità a sostenere un contraddittorio imparziale, e cioè in diretta, davanti alla ‘giuria’ dei telespettatori, e dove non può ‘controllare’ in postproduzione gli interlocutori. Twitter ha offerto invece all’Eni un campo neutro dove poter imbastire una vera e propria difesa e smentire le insinuazioni del programma. Un surrogato social di contraddittorio, ma sempre meglio di niente.

La verità oggettiva esiste, ma, come sanno bene gli scienziati e gli avvocati, è il risultato di un esame costante delle evidenze disponibili in un contesto di regole pubbliche e imparziali. Gli scienziati fanno esperimenti replicabili da chiunque, cercando di creare condizioni di laboratorio il più possibile neutre; nei processi giudiziari dei paesi civili, la costruzione delle prove deve per definizione avvenire in aula pubblica, attraverso il confronto di accusa e difesa in contraddittorio e in presenza di un giudice terzo.

La questione dunque non è stare dalla parte di Eni o di Report. Il caso di domenica scorsa ha evidenziato la pratica squallida di costruire teoremi accusatori non circostanziati assemblando in postproduzione spezzoni di documenti e interviste funzionali alla tesi. Una pratica simile sarebbe considerata disonesta e non credibile in ambito scientifico o giudiziario. Non c’è motivo per cui lo stesso non debba avvenire nel giornalismo, che condivide con quei due ambiti la ricerca della verità, se pur per lo scopo diverso di fare informazione.

Non è vero che nel giornalismo il contraddittorio non si può fare: si può eccome, specie in quello televisivo, mettendo a confronto i teoremi di inchiesta con le eventuali argomentazioni e prove difensive di fronte a milioni di telespettatori. Il problema è che la credibilità di Report e del suo “giornalismo di inchiesta” potrebbe uscirne con le ossa rotte.

Written by trial & error

dicembre 17, 2015 at 7:25 am

Pubblicato su Uncategorized

Cosa gliene viene alla Russia

leave a comment »

A distanza di tre mesi, è difficile decifrare gli obiettivi di Vladimir Putin con l’intervento in Siria, e con la rottura con la Turchia. Tuttavia, le sue scelte hanno due effetti oggettivi: da un lato aumentano l’influenza russa nello scenario del Medio oriente, dall’altro indeboliscono la Nato, evidenziandone ed aggravandone le contraddizioni interne.

A prescindere dalle intenzioni, Putin potrebbe ottenere da un lato una crisi irreversibile tra i paesi Nato, la quale si sfalderebbe di fronte alla possibilità di un confronto militare aperto con la Russia – magari per difendere gli interessi della Turchia – dall’altro rafforzare la sua posizione internazionale in Medio oriente e nel Mediterraneo. Fino a che punto possa raggiungere questi risultati è difficile dire. Di certo la Russia non è in militarmente né economicamente in grado di sostenere un confronto con la Nato: ha un Pil simile a quello dell’Italia, pro capite molto minore.

D’altronde è nello ‘stile’ di Putin avere un approccio graduale alla politica internazionale, basato su potenziali risultati pragmatici, piuttosto che guidato da principi assoluti e a obiettivi astratti. Lo si è visto nella crisi della Crimea e in quella Ucraina: Putin ha puntato a massimizzare i risultati in termini di allargamento e influenza territoriale e indebolimento dell’Ue e dell’Alleanza atlantica, fermandosi appena in tempo per evitare conseguenze drammatiche. Anche in quel caso, più che su la sua scarsa forza  ha potuto far leva sulle contraddizioni e debolezze dei suoi avversari. @leopoldopapi

Written by trial & error

dicembre 7, 2015 at 3:31 pm

Pubblicato su politics, Uncategorized

Scontro di civiltà, ma anche no

leave a comment »

Dopo gli attentati a Parigi del 13 novembre si è riaccesa la polemica sullo ‘scontro di civiltà’ tra Occidente e Islam. Inevitabilmente queste categorie astratte generano dispute sulle definizioni: quali siano i veri valori dell’Occidente, cosa sia il vero Islam. Da un lato c’è chi tira in ballo le ‘radici cristiane’ e chi cita Oriana Fallaci, dall’altro si moltiplicano i distinguo Corano alla mano, e le prese di distanza più o meno convinte e convincenti di esponenti mussulmani dalle violenze terroristiche. E così, come avviene nelle disquisizioni teologiche, si finisce per avere tante interpretazioni quanti sono i loro proponenti.

Ho sempre pensato che questo approccio alla storia e agli eventi, basato su categorie collettive astratte (rigorosamente con l’iniziale maiuscola), come le ‘Civiltà’, l’Occidente, l’Islam o altro, fosse risibile e infondato, e destinato a generare enormi equivoci tra coloro che una volta venivano chiamati intellettuali (oggi magari si chiamano ‘influencer’), potenzialmente pericolosi se adottati come ideali a guida delle decisioni politiche concrete. D’altronde questi concetti non sono nati dal nulla: nel digitalissimo 2015 ci troviamo a rispolverare, spesso inconsapevolmente, armamentari concettuali inventati più di un secolo fa dai grandi teorici dello storicismo: Spengler, Toynbee, che nei loro affascinanti affreschi storici pretendevano di aver isolato ‘scientificamente’ i valori autentici di questa o quella civiltà e la loro evoluzione.

Proviamo a fare un’affermazione radicale: le ‘civiltà’ non esistono, come non esiste nessun ente collettivo sovraindividuale, storico, antropologico, economico e via dicendo. Ci sono invece, in concreto, istituzioni politiche territoriali – gli stati – fattori culturali condivisi – la lingua, la religione, le tradizioni letterarie o artigiane, o gastronomiche o popolari – che sono in continuo cambiamento e contaminazione. Ci sono poi, ovviamente, gli individui.

Quelle che con grande solennità chiamiamo ‘civiltà’, più prosaicamente sono soggetti politici che si differenziano per il maggiore o minor grado di libertà personale che ammettono: da quella economica (proprietà privata, libertà di impresa e di scambio) a quella di espressione, a quelle più quotidiane, come il vestirsi secondo le proprie preferenze o il mangiare e bere ciò che si crede. Un grado di libertà del genere, è ammesso, ad oggi, nei circa 200 stati nel mondo, secondo una scala che a un estremo trova le ‘società aperte’ dei paesi occidentali (ma anche tra questi, ci sono molte differenze) all’Iran, alla Somalia e alla Corea del nord. In questa scala l’Occidente non c’entra granché: tra i paesi che ammettono e tutelano la libertà, per esempio, c’è senz’altro il Giappone.

Alcune ideologie totalizzanti vogliono abolire completamente le libertà individuali e sostituirle con regolamenti obbligatori, e con la sottomissione incondizionata all’autorità politica che li ha istituiti. Nella storia ce ne sono state per tutti i gusti e a tutte le latitudini: dalle piccole comunità tribali organizzate secondo quale culto in qualche isola sperduta, alle sette cristiane, al nazismo, al comunismo, alle caste indù. L’Islam salafita, o anche le altre versioni dell’islam, sunnita wahabita, o sciita su cui si fonda il regime iraniano, possono forse non avere finalità terroristiche, ma certamente sono di queste: odia le libertà individuali, e le vorrebbe sopprimere istituendo la sharia.

Gli attentati di Parigi, così come tutti gli altri gesti efferati compiuti dai terroristi islamisti altrove, non sono sintomo di alcuno ‘scontro di civilità’ o tra Occidente e Islam. Sono l’ennesimo deliberato attacco alla libertà di tutti quanti – cristiani, mussulmani, atei o adoratori di entità aliene –  da parte di una nuova ideologia totalitaria e sanguinaria di matrice religiosa. Il problema non è se questa versione dell’Islam sia ‘autentica’ o meno secondo dottrina – cose da teologi – ma se questa o qualunque altra versione dell’Islam o di altra religione, possa abbandonare queste sue aspirazioni totalitarie ed essere compatibile con una società plurale. @leopoldopapi

Written by trial & error

novembre 27, 2015 at 3:51 pm

Pubblicato su politics, Uncategorized

Accordo sul nucleare iraniano, qualche impressione

leave a comment »

Le impressioni che seguono si basano sul presupposto che l’accordo sul nucleare iraniano sia una scommessa credibile, e che il regime iraniano non abbia agito solo per volontà di ottenere l’abolizione delle sanzioni, col proposito poi di tradire gli impegni. Ma gli effettivi mutui vantaggi che derivano dall’accordo sembrano almeno disincentivare tale linea di condotta.

  • L’accordo mette fine alle sanzioni economiche applicate a quel paese, e riammette di fatto una società fortemente dinamica e plurale, anagraficamente giovane, con aspettative forti di aumento della libertà individuale (pur osteggiate da comunità locali e religiose ancora molto conservatrici, e dai percettori di benefici del regime), nella comunità internazionale.
  • Il negoziato porterà benefici economici notevoli per l’Iran, rafforzando i legami economici con i paesi occidentali.
  • La ritrovata legittimità nell’ordine internazionale, l’afflusso di investimenti stranieri e la maggior interdipendenza iraniana con le economie occidentali può potenzialmente trasformare il regime iraniano incentivandolo a realizzare riforme liberali, di tutela individuale, della proprietà, dell’impresa privata, dei diritti civili.
  • Un’Iran ‘sdoganata’ plausibilmente perderà interesse ad alimentare disordini in Medio Oriente in chiave anti occidentale, e tenderà ad acquisire un ruolo stabilizzatore. Chi è ammesso a far parte di un ordine internazionale ha interesse a cercare i propri vantaggi geopolitici ed economici all’interno di esso, riconoscendone la legittimità. D’altronde, è disincentivato a contestarlo. Ad oggi il regime iraniano, in quanto ‘paria’ dell’ordine internazionale, trovava la sua più importante fonte di legittimazione nella denigrazione dell’Occidente e di Israele. Dopo aver siglato un “accordo col nemico”, avrà difficoltà a perseguire questa linea.
  • La prima reazione di Israele all’accordo è stato l’infuriato commento di Netanyahu. Ma è possibile che rapporti tra Iran e Israele possano già nel breve termine distendersi, o almeno uscire dall’impasse attuale, pur mantenendo una reciproca retorica ostile di facciata. E’ possibile che la reazione di Netanyahu sia stata dettata più da ragioni di consenso interno che dall’assenza di consapevolezza su questo punto. La distensione diplomatica ed economica con l’Occidente e il ritorno nell’ordine internazionale – se non è una farsa, come non sembra – creerà alla lunga legami di interesse con l’Occidente di cui Israele fa parte, che renderanno politicamente costoso e controproducente per l’establishment del regime degli ayatollah, perseguire l’obiettivo anche solo potenziale della distruzione di Israele.
  • Nel quadro del conflitto Israelo-Palestinese, la riammissione dell’Iran nell’ordine internazionale, per le ragioni sopra descritte, potrebbe rendere Hamas e le organizzazioni di potere palestinesi fondate strumentalmente sull’odio per Israele (e non sulla difesa dei diritti dei palestinesi,  ma al contrario, sul loro cinico sfruttamento) prive di legittimità. E’ possibile che l’Iran si faccia promotore  di una sistemazione territoriale e istituzionale della Palestina, avviando negoziati anche molto duri con Israele, ma non più fondati sul presupposto della sua ‘cancellazione’. Israele avrà forse, finalmente, dei vicini che ne riconoscono il diritto di esistere, benché ostili. Ne conseguirà però l’obbligo a ridimensionare la discrezionalità unilaterale con cui il paese ha fino ad oggi utilizzato la forza militare nei confronti dei territori e dei regimi vicini, in nome del (legittimo) diritto a preservare la propria esistenza.
  • L’incognita sono i paesi arabi. Che non sono in molti casi, veri ‘paesi’ con istituzioni fondate storicamente e giuridicamente dal basso, ma regimi post coloniali autoritari ch esercitano il loro potere su territori disegnati a tavolino, gestiti a vario titolo da tiranni o oligarchie in modo  tribalistico, o militaristico. Si tratta di stati refrattari all’inserimento in nell’ordine internazionale ma che avendo scarsa legittimazione politica e istituzionale interna, sembrano dipendere per la loro stessa esistenza da equilibri e sostegni internazionali. Per questa ragione, è poco plausibile che si arrischino davvero in corse agli armamenti nucleari, o reazioni militari all’affermazione della ‘potenza regionale’ iraniana. Più probabile che cerchino spazi di garanzia della continuità dei loro poteri nel nuovo contesto.

Written by trial & error

luglio 15, 2015 at 12:36 pm

Pubblicato su politics

Tagged with , , ,

Landini, o della sinistra timida

leave a comment »

Obiettivo della ‘coalizione sociale’, lanciata dal capo della Fiom Maurizio Landini è, come lui stesso ha affermato oggi da Lucia Annunziata, “riunificare il mondo del lavoro”.

Che cosa voglia intendere con queste dichiarazioni vaghe è difficile capirlo. L’impressione è che il sindacalista-politico (giacché a suo dire il sindacato è un soggetto che deve fare politica) si mantenga, almeno per ora, un po’ nell’indeterminatezza, e non si capisce perché. Da uno che, nelle aspettative di molti, dovrebbe rifondare la sinistra e costruire un nuovo messaggio politico genuinamente di sinistra, ci si aspetterebbe qualcosa di più: proposte e progetti chiari.

D’altronde, non è difficile immaginare quali dovrebbero essere. Landini, come nella grande tradizione della sinistra, considera il ‘lavoro’ lo scopo delle attività economiche e della società. Non produrre beni o servizi, ma proprio questa cosa quì: creare e garantire ‘lavoro’. Ovvero, assegnare agli individui delle mansioni, in cambio delle quali occorre che ricevano una paga equa, senza diseguaglianze.  Ora, il problema, per l’uomo di sinistra, è che le imprese private spesso non lo fanno, perché sono guidate a suo avviso da un altro fine assai iniquo e in contrasto con quello del dar lavoro: il profitto, l’aumento dei ritorni di capitale investito, riducendo al massimo i costi sostenuti per l’attività, e quindi anche gli stipendi e le tutele per i lavoratori.

Per l’uomo genuinamente di sinistra gli imprenditori sono insomma inevitabilmente dei soggetti pericolosi e dannosi per la società, perché tendono a sfruttare gli altri per arricchirsi, e per massimizzare i propri benefici personali. Sì, ci sono casi di ‘imprese illuminate’ dove i capitalisti mostrano sensibilità sociale e solidarietà verso i più deboli, ma si tratta di casi individuali isolati, e anche questi comunque non sfuggono alla logica egoistica del profitto, non fanno cioè impresa solo per dare lavoro, se non hanno almeno un minimo ritorno economico.

Da uno che si propone di rifondare la sinistra e la società come Landini, ci si aspetterebbe dunque, prima di tutto una proposta radicale: abolire le imprese e riportare la creazione e la gestione del lavoro in capo allo Stato, democraticamente eletto dai Lavoratori. Perché, c’è da chiedersi fuor di polemica, se si considera che le imprese sono le realtà nocive che impediscono il dispiegarsi di una società in cui c’è la piena ed equa occupazione, non andare dritti al punto e sopprimerle? Non sarebbe tutto più semplice? Non ci si sentirebbe tutti più garantiti a sapere che il nostro lavoro non dipende più da questi egoisti intermediari sociali che sono le imprese, ma dallo Stato garante dell’interesse collettivo?

Sarebbe un bel programma di sinistra: coerente, dichiarato, spavaldo. Sarebbe il comunismo, diciamocelo. Invece no: Landini, e in generale gli amici di sinistra si affannano in denunce appassionate sui ‘diritti che vengono calpestati’ sulla ‘colpa del liberismo’ sul ‘capitalismo che genera diseguaglianze’, ma sul fronte delle ricette da mettere in campo tentennano, si impappinano. Parlano di redditi minimi o di cittadinanza, di tutele dei lavoratori contro gli sfruttatori, ma non fanno mai il grande passo di portare alle logiche conseguenze il loro pensiero, e costruire un progetto politico che apertamente punti a eliminare alla radice ‘la causa’ di tutti i mali sociali.

A sinistra forse si soffre di timidezza, e Landini, almeno dalle sue prime esternazioni ‘da politico’ non sembra esserne immune: ci si interroga morettianamente su cosa è di sinistra, ci si gira intorno, ci si commuove alle tavolate delle feste solidali, ma poi quando si passa alle proposte si ha timore delle conseguenze del proprio pensiero. Oppure si ha consapevolezza che le proprie ricette sono assurdità, ma a proporle ci si sente più buoni, e magari si prende qualche voto e ci si costruisce pure sopra una piccola carriera politica.

Written by trial & error

marzo 15, 2015 at 6:33 pm

Pubblicato su Uncategorized

Iscriviti

Ricevi al tuo indirizzo email tutti i nuovi post del sito.