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perchè la norma sulle lobby si è arenata

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Venerdì il governo, riunito in Consiglio dei ministri, si è trovato in imbarazzo nell’esaminare il ddl sulla regolamentazione delle lobby. Quì si spiega come sono andate le cose. In breve, i ministri si sono trovati d’accordo, chi più chi meno, nel ritenere impraticabili le norme che obbligano a rendere note le “erogazioni liberali ai partiti” da parte dei lobbisti, e quelle che vietano i regali, per esempio i biglietti dei concerti o delle partite, se superiori a 150 euro. Tra questi regali rientrano anche le donazioni ai candidati in campagna elettorale, ed ecco perchè i membri del governo si sono trovati in difficoltà nell’approvarla.

Per capire le ragioni della scelta dell’esecutivo, senza scadere nella solita retorica anticasta può forse essere utile provare a fare una riflessione più generale, domandandosi se una legge sulle lobby, come quella che si è tentato ieri di approvare, possa avere mai effetto in Italia. È vero, introdurrebbe obblighi di trasparenza e metodi di accreditamento ufficiale dei “portatori di interessi particolari”, tali da permetterne un’immediata identificazione e da rendere pubbliche le loro attivita.

Ma c’è di che essere molto scettici rispetto all’efficacia di simili metodi nel contesto italiano. Un contesto in cui, storicamente, quasi tutte le attività economiche, anche private, sono spesso direttamente o indirettamente legate allo Stato e al sistema pubblico e organizzate intorno alla politica. Prevale così quello che l’economista Luigi Zingales chiama ‘capitalismo di relazione’, una catatteristica strutturale dell’economia italiana, per cui le decisioni economiche vengono prese in base alla capacità di condizionamento politico, piuttosto che a logiche di mercato. Certo anche da noi ci sono gli emissari delle aziende in parlamento e nei ministeri, ma tutto sommato hanno un ruolo marginale. È dunque difficile parlare di lobby nel senso usato negli Stati Uniti. Si dovrebbe parlare invece dell’inestricabile intreccio tra politica ed economia, tra pubblico e privato che caratterizza il nostro sistema produttivo.

In questo contesto si fatica a credere che regole di maggior trasparenza, per quanto lodevoli e condivisibili sulla carta, funzionerebbero mai nella pratica. Formalizzare e rendere pubblici i rapporti avrebbe probabilmente l’effetto di spostarli altrove, in luoghi e modalità più discrete, pur nel rispetto di facciata dell’etichetta della trasparenza. Un effetto simile lo si è visto già con la retorica recente delle riunioni in streaming dei partiti, giochi delle parti online che rendono impossibile qualsiasi accordo su questioni importanti (che viene puntualmente stabilito in altre sedi).

Cosa renderebbe davvero più ‘trasparente’ il gioco delle relazioni politiche ed economiche? Non tanto il moltiplicare le web-cam, o gli elenchi pubblici, o i divieti. Piuttosto si dovrebbe cominciare a liberare l’economia dalla politica, incentivando l’affermazione degli unici metodi che davvero possono contrastare la strumentalizzazione dello Stato da parte di gruppi di interesse particolari. E cioè: concorrenza, mercato, libertà di utilizzo del risparmio, meritocrazia, abolizione di ogni forma di sussidio, diretto o indiretto.

In breve, si dovrebbe cambiare il dna dell’economia italiana, trasformandola da sistema ‘di
relazione’ a sistema di mercato. A quel punto forse funzionerebbe e diverrebbe sensato un ‘registro dei portatori di interessi particolari’ che cercano apertamente di influenzare i decisori pubblici, su modello americano. I lobbisti sarebbero allora rappresentanti legittimi di categorie sociali che cercani di far valere le loro istanze specifiche, in un sistema in cui lo stato è regolatore, e non soggetto attivo e primario nella vita economica. Finchè però non vi sarà questo mutamento nel nostro sistema di relazioni, (ed è difficile credere che mai ci sarà) è difficile aspettarsi altro, sul tema della regolazione delle lobby, che qualche proposta normativa astratta e aleatoria, destinata a essere inevitabilmente bocciata da ‘decisori pubblici’ impossibilitati a riceverla.

Written by trial & error

luglio 6, 2013 at 10:01 am

Pubblicato su economies

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Su questa storia dell’austerità

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Se ne parla tanto in questi giorni, dopo che politici italiani ed europei hanno sottolineato la necessità di mettere fine al rigore, e di avviare politiche per la crescita. E dopo la pubblicazione di uno studio salutato da Paul Krugman e da esperti e giornalisti di noialtri come la dimostrazione del fallimento del neoliberismo selvaggio basato sul ‘dogma dell’austerità espansiva’, è tutto un risuonare di ‘ve l’avevo detto io’, ‘ci voleva tanto a capirlo?’, e ‘è ovvio che è così’. Articoli e commenti recitano: l’austerità ci sta uccidendo, sta strangolando la povera gente e l’economia reale per salvare le banche, e i poteri forti.

Ora, almeno in Italia, non si capisce bene di cosa si sta parlando. Basta guardare i dati pubblicati oggi dall’Istat nel Rapporto 2013. E cioè, le uscite dello stato:

Istat_uscite

E le entrate:

Istat _ entrate

e poi un’altra tabella, sempre dal Rapporto, sui dati in percentuale al Pil:

finanza pubblica 2013

Utile infine riportare il commento a questi dati nella sintesi del Rapporto 2013:

I saldi di finanza pubblica indicano che, nonostante le condizioni negative del ciclo, l’indebitamento netto delle Amministrazioni publiche in rapporto al Pil è sceso del 3 per cento, valore obiettivo per ambire al rientro della procedura di disavanzo eccessivo, aperta nei confronti dell’Italia dalle istituzioni europee nel 2009. Al netto della spesa per interessi, si è registrato un consistente avanzo primario, pari al 2,5 per cento del Pil, e superiore di 1,3 punti rispetto a quello del 2011. LA riduzione dell’indebitamento netto è dovuta in larga misura all’aumento della pressione fiscale che ha raggiunto il 44 per cento. La dinamica della spesa pubblica è stata più contenuta: le uscite correnti al netto degli interessi si sono ridotte dello 0,5 per cento, quelle totali sono cresciute dello 0,6 per cento. Al contempo, stante la debolezza dell’economia, l’incidenza del debito sul Pil è comunque aumentata, arrivando al 127 per cento.

Dunque, parlare di politiche di austerità, almeno in Italia, significa, banalmente, parlare di aumento della pressione fiscale. La spesa pubblica è rimasta saldamente intorno al 50% del Pil, al di là della panna montata giornalistica sulla ‘spending review’ del Governo Monti. I commenti sullo “sciagurato liberismo selvaggio” in questo contesto, suonano piuttosto grotteschi. Se di austerità proprio si deve parlare, si dovrebbe specificare che il rigore ha riguardato, in Italia, soprattutto i privati, e non certo lo Stato.

Il dibattito austerità – crescita, proiezione politico-giornalistica di quello tecnico tra economisti ‘keynesiani’ e ‘liberisti’, che infiamma sui giornali e media italiani e internazionali, appare poi piuttosto insensato per un altro aspetto. E cioè il parlarne in termini astratti, scollegati dalla casistica dei vari Paesi, come se Italia, Danimarca, Usa e Bulgaria, fossero interscambiabili. Per quel che riguarda l’Italia, anche ammesso che la spesa pubblica possa essere utile per stimolare la domanda aggregata in un momento di crisi, e riconosciuta l’evidenza che in Italia è ridicolo parlare di austerity per il settore pubblico, c’è da chiedersi se gente come Krugman, o Rampini, o chi per loro, abbiano mai dato un’occhiata a come vengono usati quegli oltre 660 miliardi annui di uscite (al netto degli interessi). Per brevità, le si potrebbe definire un enorme aggregato di attività gestite in base a scelte rispondono a interessi politici e clientelari, a procedure e logiche burocratiche incomprensibili, piuttosto che ai rischi e agli incentivi che derivano dall’operare in un contesto concorrenziale, selvaggiamente liberista.

Ps. Lo studio che corregge i risultati di Rogoff e Reinhart sulla correlazione tra debito pubblico e crescita non ‘falsifica’ le teorie sull’austerità (qualunque cosa siano), semplicemente corregge i dati di Rogoff e Reinhart.

Written by trial & error

maggio 22, 2013 at 7:30 pm