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La farsa del negoziato sulla Grecia

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Scrive Fabrizio Goria su Panorama, in un articolo in cui fa il punto sui negoziati tra Grecia e ‘ex troika’:

Delle due l’una: o si adottano riforme strutturali in modo serio, con il rischio di perdere il consenso politico, o Tsipras e Varoufakis dovranno fare i conti con le casse dell’erario, sempre più risicate

Il problema insomma è quello di sempre: le riforme strutturali in Grecia sono necessarie, se non altro per mantenere attive le linee di credito che servono per sopravvivere. Ma più in generale, l’aggiustamento per i greci, che come si ricorda spesso, ‘per anni hanno vissuto al di sopra delle loro possibilità’, a una condizione economica più consona alle loro possibilità, è inevitabile. Che sia attraverso uscita dall’euro (con conseguente default traumatico) o attraverso le misure di austerità, la disintossicazione dalle passate sbronze di spesa pubblica indiscriminata è inevitabile e dolorosa.

Ciò premesso, bisognerebbe prendere atto che, in Grecia, le riforme strutturali non sono attuabili, non nel breve termine richiesto dalle regole fiscali prescritte dai trattati europei. Non lo sono per ragioni complesse: non è possibile riformare a tavolino o in pochi anni un tessuto sociale organizzato storicamente sulla distribuzione politica di rendite, dove financo le abitudini e i comportamenti individuali più personali sono calibrati sulla logica del privilegio come ‘diritto acquisito’. Lo vediamo bene in Italia, e in Grecia, da quel che si capisce, è molto peggio. Realisticamente, la Grecia è dunque irriformabile, nel breve termine, full stop. Sostenere il contrario è un po’ vivere di teorie astratte. Qualsiasi tentativo di riforma incisiva in quel paese – come nel nostro, d’altronde – se non affiancato da misure di sostegno sociale per dare sollievo alle persone più duramente colpite dalla sua applicazione (a meno che non si decida di ammazzarli o rinchiuderli, in quanto beneficiari di passati sprechi), innesca un processo di aggregazione di consenso democratico intorno a forze politiche populiste e conservative, che tendono a fermare le riforme stesse e mantenere lo status quo.

L’insistenza sulla necessità di riforme credibili, capaci di attivare la ‘mano invisibile’ dello sviluppo di mercato, e creare dunque i presupposti per la crescita, alla luce di questa considerazione, appare un esercizio giornalistico e accademico, (o politico-burocratico, nella prospettiva della troika) piuttosto autoreferenziale. D’altronde, ci sarebbe di che scommettere che nessun liberale di coscienza, o anche il presidente dell’eurogruppo Dijsselbloem, o il ministro delle finanze tedesco Schäuble, sia davvero in cuor suo convinto che in Grecia si possa avviare a comando un processo riformatore davvero efficace, sostenuto dal consenso popolare.

Realisticamente, per quanto possano apparire incredibili, le uniche ‘soluzioni’ per la vicenda greca sono due: l’uscita del paese dall’euro, o il suo ‘assorbimento’ in un soggetto politico più grande, europeo. Per questa ragione, la vera questione sollevata dalla Grecia non è la credibilità della Grecia (che non c’è mai stata su, i mercati si sono calmati per altre ragioni – Bce, cessione del debito a istituzioni – non grazie alle riforme imposte dalla troika) ma la credibilità dei trattati europei. Che sono credibili in quanto presupposto di un processo di integrazione politica europea, e viceversa non lo sono come sistema di regole con l’assurdo obiettivo di simulare a tempo indeterminato un’unione fiscale tra stati sovrani, in un quadro di situazioni e interessi nazionali, economici, politici, e perfino geopolitici contrastanti, e talvolta contrapposti.

La grande farsa della vicenda greca non è il comportamento di un leader populista – oggetto di facili derisioni dagli osservatori liberali – che legittimamente tratta e difende le sue posizioni, per quanto assurde, ma il prendere sul serio il teatrino di un negoziato in cui per evitare di toccare il problema vero – l’integrazione, appunto, politica e fiscale europea, con relative cessioni di sovranità e condivisioni di responsabilità, oppure la presa d’atto formale che tale integrazione non è perseguibile – e continuare a parlare di ‘riforme strutturali’ in un piccolo paese, le quali non sono, in questo contesto, realisticamente attuabili.

@leopoldopapi

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marzo 11, 2015 at 1:06 pm

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Se sdoganiamo l’antisemitismo, sdoganiamo la violenza come strumento politico

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Un post su Noisefromamerika propone un interessante dibattito tra due autori sui ‘doppi standard’ in termini di libertà di espressione assegnati alla satira antisemita e a quella sull’Islam, o il Cristianesimo. Il primo sostiene che vi sia un doppio standard, per cui la satira antisemita di matrice islamica viene censurata, contravvenendo dunque al principio universale della libertà di espressione, il secondo evidenzia invece che sì, censurare l’antisemitismo non è utile e forse è perfino ingiusto, ma che l’antisemitismo è un problema sociale concreto.

Ora, sull’argomento si può fare una considerazione piuttosto semplice, perfino ovvia, a partire dalla definizione di ‘satira antisemita’. Leggere bene, letteralmente, le parole utilizzate: l’aggettivo accanto a “satira”, è, appunto “antisemita”, derivato dal nome “antisemitismo” utilizzato fin nel titolo del post su NFA. Non c’è scritto, satira contro Jahvé o i personaggi della Bibbia, o satira contro i rabbini, ma proprio così: “satira antisemita”.

E’ forse utile ricordare che l’antisemitismo non è semplicemente un’opinione, ma qualcosa di molto simile a un programma politico ben preciso, con una sua storia, i suoi teorici, i suoi leader carismatici e esecutori materiali. Un programma che ha come obiettivo l’emarginazione degli ebrei dalla società, la loro umiliazione fisica e psicologica e e la loro eliminazione. Nella sua ultima versione, ha trovato un terreno assai fertile nella cultura islamista, specie quella delle periferie europee. Dunque, se prendiamo alla lettera le parole ‘satira antisemita’, esse significano nientemeno che: utilizzo di mezzi scherzosi per perseguire obiettivi (politici) come l’emarginazione e l’umiliazione violenta degli ebrei.

Esiste una satira ebraica, che scherza su dogmi e aspetti di quella cultura, così come altre forme di presa in giro  hanno come bersagli il Cattolicesimo o l’Islam, e i loro establishment clericali.  Queste forme di scherzo, pur se talvolta molto offensive, non implicano obiettivi di eliminazione di queste religioni e di chi le pratica. La satira ‘antisemita’ invece è appunto ‘antisemita’: è caratterizzata, per definizione, dal messaggio dell’eliminazione degli ebrei.

La discussione sulla libertà di espressione suscitata dall’attentato a Charlie Hebdo appare un bel po’ surreale. Quell’episodio non ha messo in luce un problema di mancanza di libertà di espressione – che in Francia e in Occidente è garantita, e negarlo è ridicolo – ma  ha evidenziato una questione grave: l’emergere, nelle società europee, di gruppi culturali che ritengono la violenza e l’uccisione di persone strumenti politici leciti per affermare i  loro valori. Gruppi che forse, un giorno, riscuoteranno consenso e otterranno legittimamente potere. Non è il caso di mettere in galera chi usa battute e vignette per fare loro marketing politico, ma sostenere che contrastarli almeno a parole è un atto di intolleranza, appare un esercizio intellettuale quantomeno discutibile. Sdoganiamo pure “il tabù dell’antisemitismo”, ma allora sdoganiamo anche qualsiasi altra ideologia, che ammette tra i popri mezzi politici la violenza che so, sui gay, le donne, i neri, su chiunque, con relative ‘satire’.  @leopoldopapi

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febbraio 25, 2015 at 1:52 pm

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Le tre opzioni di Varoufakis: inferno sovrano, inferno commissariato, o provare a spuntare un’Europa più unita

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Scrive l’economista Alberto Bisin, commentando un editoriale sul New York Times del ministro delle finanze greco Yanis Varoufakis:

I teorici dei giochi chiamano questa situazione inconsistenza temporale (Varoufakis lo sa certamente): avere risorse e tempo senza vincoli porterebbe il Paese a continuare per la strada intrapresa da anni ormai, cioè quella di non affrontare le riforme necessarie alla crescita, nell’attesa irresponsabile di aiuti esterni che permettano di evitarle.

Non c’è dubbio che la ricetta di Syriza per la Grecia sia una minestra a base di spesa pubblica e redistribuzione, di riproposizione delle scelte che hanno portato il paese sul baratro. Che lo hanno condotto ad avere un debito enorme, e un’economia fragilissima e in larga misura improduttiva. Bisogna sempre aver ben chiaro che le condizioni di miseria in cui si sono ritrovati i cittadini greci da qualche anno a questa parte, sono l’inevitabile riaggiustamento degli sprechi passati, e non sono colpa della troika, né del liberismo, né di nessuno.

Tuttavia è forse utile provare a ‘vestire i panni’ di Varoufakis, in questi giorni di difficile negoziato politico con le istituzioni europee e col Fmi, e valutare le sue opzioni:

  • Sottomettersi al memorandum della troika, pur ottenendo qualche beneficio (dilazioni programmi, più flessibilità, ecc.). Lo stato greco avrebbe un po’ di ossigeno, ma non vi sarebbero probabilmente benefici immediati e concreti delle condizioni di vita dei cittadini greci. Varoufakis tradirebbe il mandato degli elettori, che forse, si rivolgerebbero a forze politiche ancora più radicali, come i nazisti di Alba dorata. I Greci sono indolenti e sprovveduti? Forse, ma votano. E finché lo fanno occorre prenderne atto, anche nelle assemblee di Bruxelles.
  • Grexit: uscire dall’euro (in un modo o nell’altro), con tutti i disastri che comporta in termini di svalutazione, di collasso del sistema finanziario, di isolamento sui mercati internazionali,  e di distruzione definitiva di quel che resta del tessuto economico greco produttivo (i famosi produttori di yogurt). I greci non avrebbero verosimilmente di che mangiare, per la debolezza del sistema produttivo interno, e per l’impossibilità a comprare all’estero prendendo a prestito.

Come si può constatare, entrambe le alternative hanno conseguenze pesantissime per i greci, e per le loro vite individuali. E’ vero che, se verranno applicate le prescrizioni della troika, e si creeranno le condizioni di legalità, garanzia dei diritti di proprietà e le appropriate liberalizzazioni, in qualche anno ‘la mano invisibile’ farà forse il suo dovere, riportando il paese alla prosperità. Ma è difficile credere che succederà: molto più probabile che i greci si avvitino molto prima in una spirale di populismi beceri e di terremoti istituzionali che non permetteranno mai alle forze del mercato di dispiegarsi, passando da una padella socialisteggiante à la Tsipras, a una brace nazionalisteggiante stile, appunto, Alba dorata.

E’ plausibile ritenere che Varoufakis, al di la delle retoriche folkloristiche del suo partito, abbia chiara  questa situazione, e agisca valutandone semplicemente costi e benefici politici. Comunque vada, per i greci sarà durissimo, e dunque, perché non puntare sull’azzardo totale? Di fatto l’obiettivo di Syriza – anche se oggi si chiuderà un accordo, il problema si ripresenterà tra qualche mese, e dunque l’obiettivo rimarrà valido – è costringere i paesi dell’euro a mutualizzare il debito greco, avviando sostanzialmente un processo di cessione di sovranità e di integrazione politica. D’altronde, è lo stesso Varoufakis ha dichiararlo, se pur nel linguaggio metaforico ‘vendoliano’ proprio della sua area politica.

Tutta la questione è trovare nuovi moventi. Scoprire un nuovo approccio mentale che vada oltre le divisioni nazionali, dissolva la distinzione tra debitori e creditori favorendo una prospettiva pan-europea e metta il bene comune degli europei al di sopra delle politiche-feticcio e dei dogmi che si sono dimostrati tossici se applicati in modo universale”.

A quale altro ‘nuovo movente’ può alludere il ministro greco, se non quello di una politica economica comune, ‘una prospettiva pan-europea’? La questione è tutta politica, dal suo punto di vista, e passa per il superamento dell’attuale “simulazione” di unione politica e fiscale prevista dai trattati, per arrivare a una qualche forma di condivisione dei debiti e di cessione di sovranità dei paesi euro. Sul piano economico, una integrazione europea relegherebbe forse definitivamente la Grecia alla condizione di arretratezza propria delle aree che vivono di assistenzialismo, un po’ come avviene per il Mezzogiorno italiano, ma tant’è almeno si tira a campare a spese dei virtuosi del Nord, e al riparo dai famigerati ‘mercati’.

‘When in trouble, go big’, recita il proverbio. Cercare di ‘salvare la Grecia’ puntando a generare un processo di integrazione politica europea, può essere un delirio fantapolitico, ma se le alternative sono tra un inferno commissariato dalla troika, o un inferno sovrano fuori dall’euro, perché non provare?

@leopoldopapi

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febbraio 17, 2015 at 5:07 pm

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La Grecia, l’euro, la legge ferrea del populismo

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Dentro o fuori dall’euro, la Grecia non sembra avere molte opportunità di riprendersi dalla crisi in cui si trova. L’uscita dall’euro sarebbe una catastrofe per i greci, che già in questi giorni stanno correndo a mettere in salvo i loro risparmi, temendo di ritrovarseli convertiti in inutili dracme. Il sistema finanziario del paese collasserebbe, e così la sua credibilità sui mercati internazionali. Non avrebbe modo di finanziarsi all’estero, e sarebbe incapace di sopravvivere grazie alle sue attività produttive, che sono assai fragili e che subirebbero probabilmente il colpo di grazia. Forse la Grecia ripartirebbe dopo qualche anno, ma pagando costi sociali insostenibili.

Purtroppo un Paese non è un’impresa, che può fallire ed essere sostituita da altre efficienti. Il meccanismo di ‘distruzione creativa’ di schumpeteriana memoria si inceppa a causa dell’interferenza della politica e dei capricci del voto democratico: la distruzione di inefficienze, necessaria per una ripartenza ‘spontanea’ dell’economia greca, basata su mercato e concorrenza – che, come insegnano gli economisti liberali, sono forse gli unici processi che danno prospettive solide di crescita e benessere sul lungo termine – nel breve termine crea un disagio tale da incentivare i consensi alle forze più populiste.

In Grecia ha vinto Syriza, ma potrebbero ottenere il governo forze ancora più radicali. Le quali, invece di creare il contesto per la ripresa consegnerebbero il paese a una condizione di caos e povertà strutturale, a furia di programmi statalisti ‘chavisti’ o ‘nazionalisti’ di redistribuzione, a seconda del segno politico. E’ bene ricordare che il prossimo sulla lista d’attesa dei tabelloni elettorali greci è il partito nazista Alba Dorata, pronto a subentrare casomai dovesse fallire Tsipras. Ed è facile immaginare che le sue ricette economiche non saranno poi troppo diverse dalle minestre di Syriza, di Marine Le Pen, del M5s o del Podemos spagnolo.

D’altronde, le riforme imposte dalla Troika a garanzia dei prestiti, hanno avuto un simile esito politico. Anche in questo caso, i saggi precetti liberali che le hanno ispirate – create le condizioni per la concorrenza, la tutela dei diritti e della proprietà privata, la solidità istituzionale, e vedrete che rinasceranno nuove attività economiche, ricchezza e prosperità verranno – si sono scontrati con la dura realtà del voto. E’ possibile che qualche greco apprezzi le virtù di un periodo di ‘austerity’ per liberarsi di abitudini culturali votate allo spreco e ai corporativismi, ma è probabile che questa consapevolezza diventi sempre meno accettabile per tutti i cittadini con il dispiegarsi degli effetti di queste ricette, subiti a livello individuale e familiare, in termini di contrazione del reddito, perdita di benefici e privilegi. D’altronde, si dice, “il debito non l’hanno fatto i greci”, ma la loro classe politica.

La legge ferrea della democrazia, per cui i politici al governo possono prendere decisioni a loro beneficio personale (o di gruppi organizzati a cui fanno riferimento) esternalizzando i costi sulla collettività ignara, all’inverso può trasformarsi in una sorta di legge ferrea del populismo: se gli effetti immediati di riforme decise da un gruppo organizzato volte all’efficienza, i cui benefici non ci sono ancora, e sono attesi anzi solo in un futuro indeterminato (è impossibile sapere cosa ci riserverà lo sviluppo del mercato), diventano troppo pesanti sulla vita dell’individuo o degli elettori, questi voteranno per un gruppo politico che promette con proclami roboanti – leggi appunto, populisti – la fine rapida e sicura delle loro sofferenze.

Dunque, per la Grecia c’è, sembra, ben poco da fare. Tutte i percorsi per ritrovare la prosperità economica implicano lamenti e stridore di denti: sia quella del ‘Grexit’ che quella della Troika. Non è colpa né della Troika né dell’euro né del liberismo, né di nessuno, ma del fatto che la disintossicazione di un’economia devastata da decenni di sbronze di spesa pubblica gestita per organizzare consenso politico senza produrre nulla è un processo doloroso. Il cui esito non è affatto scontato: può darsi che l’economia riparta, ma anche che muoia,  si avvii verso l’inaridimento definitivo. Ma in tutti i casi, le misure necessarie per la ripartenza tendono a essere ostacolate dalle sirene della politica, e dall’intervento, più o meno inevitabile, della legge del populismo.

Una ‘terza via’ per la Grecia in fondo c’è, ed è quella che, a ben guardare, Tsipras e il suo gagliardo economista Varoufakis sembrano avviati a percorrere  (quanto deliberatamente, quanto per spirito folle d’azzardo, è difficile dirlo). E’ quella dell’integrazione politica europea, mutualizzando debiti e scaricando sugli altri paesi dell’unione monetaria i costi dei propri sprechi passati. Qui sta, forse, la posta in gioco del ‘salvataggio’ della Grecia di Tsipras: innescherebbe un processo di condivisione del debito, il che comporterebbe garanzie comuni, per gestire le quali inevitabilmente si arriverebbe a una riduzione delle sovranità nazionali (tedesca, francese, italiana ecc.) in favore di una maggior sovranità europea. L’alternativa, per forza di cose, rischia di essere la dissoluzione dell’euro e dell’Unione europea, con tutti i suoi complicati meccanismi per ‘simulare’ un’unione fiscale e politica, pur salvaguardando le rispettive sovranità.

La Grecia in un’Europa politicamente integrata rimarrebbe quello che è, un’area depressa e arretrata, forse condannata a tirare a campare dell’assistenzialismo di una comunità politica più grande e ricca. Ci sarebbero le lamentele di chi paga, e le lamentele di chi non riceve abbastanza ma tutto sommato sarebbe una tranquilla routine, senza scossoni. Per noi italiani sarebbe una situazione familiare. D’altronde non si è mai sentito parlare di una crisi del debito sovrano, che so, campano.

@leopoldopapi

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febbraio 10, 2015 at 5:43 pm

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Rispettare le culture, come rispettare i sassi

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Due parole sulla faccenda del rapporto con altre ‘culture’ e le loro usanze, a distanza di 3 settimane dall’attacco a Charlie Hebdo. Le culture vanno rispettate, si dice. Questa frase non ha significato, a pensarci bene. Si rispettano le persone, non le culture. Le culture sono qualcosa di privo di vita quanto lo sono le pietre, e affermare che vanno rispettate ha senso quanto sostenere che vadano rispettati i sassi.

Si rispettano, dunque, le persone. Questo aspetto differenzia ciò che chiamiamo ‘Occidente’ da altre comunità. Quelle occidentali sono società dove nessun ‘valore’ viene elevato a legge di convivenza, salvo la tutela delle libertà individuali. Per chiarire meglio la questione, bisognerebbe smettere di parlare di Occidente e non occidente (Islam, Cina o altro che sia). Molto più produttivo ricorrere alla distinzione tra ‘società aperta’ e società chiuse. La prima: un contesto giuridico che ha l’obiettivo di garantire l’autodeterminazione dell’individuo, senza entrare nel merito dei suoi fini e dei suoi desideri. Le altre: comunità – come le tribù o la teocrazia iraniana – organizzate secondo ideologie o dottrine che prescrivono invece come l’individuo si deve comportare, e qual è il suo ‘posto’ nella società.

L’Occidente è, appunto, o almeno è la cosa più simile esistente a una società aperta plurale, in cui le istituzioni e leggi si sono evolute per cercare di limitare la concentrazione del potere nelle mani di uno o di pochi, in modo che nessuno possa sopraffare gli altri e dunque condizionarne le scelte. Dunque, non ha molto senso parlare di ‘cultura occidentale’: nelle società occidentali esistono (o almeno, per la legge è così) tante culture quanti sono gli individui, che hanno diritto di cittadinanza finché non disturbano i loro simili.

Vi sono culture che invece non rispettano le persone, e sostengono che le libertà e le aspirazioni individuali debbano essere subordinate a ‘disegni collettivi’ più grandi. Il paradosso è che il ‘disegno collettivo’ si traduce puntualmente, ed è inevitabile che accada, in dominio arbitrario di pochi su tutti gli altri, con relative vessazioni e abusi. L’esempio più immediato sono le comunità islamiste, dove barbuti ayatollah tiranneggiano a furia di improbabili sharie, ma c’è anche l’autoritarismo cattolico, spesso altrettanto vessatorio, se pur ben celato sotto i toni piagnucolosi e mansueti dei prelati. C’è il ‘socialismo’, a cui ancora qualcuno aderisce, e di cui tanti hanno nostalgia. Mostrare quanto tali ‘culture’ siano miserabili, e svelare i personaggi meschini che si celano dietro le auree solenni dei loro armamentari rituali è necessario. Anzi, è un dovere civico. Il rischio altrimenti, è che in nome del rispetto, ne venga legittimata la violenza.

@leopoldopapi

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gennaio 30, 2015 at 5:43 pm

Tsipras, o di un problema di sovranità europea

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I problemi della Grecia, così come quelli degli altri Paesi fortemente indebitati e con gravi carenze in termini di competitività della loro economia, non dipendono dall’austerity e dai sacrifici imposti dalla Troika. Certamente le condizioni a cui è stata subordinata l’assistenza finanziaria delle istituzioni europee e dal Fmi sono state durissime per i cittadini greci. Ma il problema di fondo di quel paese è sempre lo stesso da ben prima della crisi e quello rimane: l’assenza di attività produttive capaci di rendere il paese competitivo, di generare valore aggiunto e dunque ricchezza e benessere per i cittadini greci. Dentro o fuori dall’euro, se non si forma in Grecia un tessuto produttivo efficiente, non ci sarà futuro, se non di indigenza. E una ripartenza è un processo necessariamente spontaneo, non drogato da forme di sostegno politico, passa inevitabilmente per la riduzione di sprechi e l’esposizione alla ‘selezione naturale’ del mercato, a prescindere da ‘diktat’ esterni. E’ probabile che Tsipras ne sia ben cosciente, al di là degli slogan ideologici del suo partito, e che finirà per venir meno alle promesse fatte, adottando piani di liberalizzazione e di deregolamentazione del sistema economico che di certo non sono di sinistra.

Premesso questo, il voto in Grecia ha messo di nuovo in evidenza il ‘problema dei problemi’ generato dall’euro: la cessione di sovranità politica che l’area monetaria impone, per un verso o per un altro. Non bisognerebbe mai dimenticare che i ‘piani di salvataggio’ e i regimi di ‘austerity’ imposti alla Grecia a partire dal 2010 non servivano per fare un favore a quel paese, ma per disinnescare una possibile escalation europea di crisi dei debiti sovrani, capace di far saltare l’unione monetaria. Dopotutto, è per questo che il destino di un piccolo paese, dal Pil analogo a quello del Veneto e dell’Emilia Romagna, è divenuto così cruciale per l’Europa e il mondo intero. Dunque, non si sfugge al dilemma della sovranità: o a cederla sono i paesi in difficoltà, come la Grecia, che si sottomettono ai piani di riforma per ricevere aiuti, oppure sono i paesi forti che devono accettare di assumersi il rischio politico di garantire di fronte ai mercati internazionali per i debiti pubblici dei loro partner meno competitivi e più ‘spreconi’. Il giorno che la Germania garantirà per il debito greco, non vi saranno problemi più di quanti ve ne siano per la credibilità finanziaria della Campania.

E’ vero: ci sono i trattati di Maastricht, e i paesi che li hanno sottoscritti si sono impegnati a far ‘convergere’ le loro economie in modo che si simulassero un’area fiscale comune, pur senza un bilancio comune e un governo centrale. Dunque, per i paesi che non li rispettano, scattano le dovute sanzioni. Ma continuare a sostenere questo punto di vista appare un po’ un esercizio scolastico vuoto, scollegato dalla realtà. I trattati giuridici internazionali risentono di un noto paradosso: tendono ad avere valore solo finché non vengono messi alla prova da esigenze politiche. Al paradosso non sono sfuggiti gli impegni comunitari: dal momento in cui non sono stati rispettati da qualcuno, per non far saltare l’euro si è dovuto ricorrere a successioni di misure “straordinarie”. Si è entrati in una spirale di salvataggi, piani di riforma, fondi salva stati, ‘whatever it takes’ a furia di scontri brutali da ultimo un quantitative easing condizionato politicamente sull’aspetto cruciale della mutualizzazione dei rischi sovrani.  Tutti strumenti politici frutto di negoziati di politica estera brutali, in cui le parti in causa – gli stati Ue – intervengono valutando niente altro che costi e benefici dell’accordo rispetto ai rispettivi elettori e contribuenti.

Alla luce del voto ellenico, i patti con la Troika’ – riforme in cambio di assistenza finanziaria – si sono rivelati una linea politica controproducente, capace al massimo di comprare tempo per l’unione monetaria, ma che ha generato un voto di contestazione e l’ascesa al governo una forza politica con cui ora sarà molto più difficile dialogare. D’altronde poteva succedere diversamente? Qualcuno si aspettava davvero che i greci si trasformassero in pochi anni in liberali cultori di Mises e Hayek? Oggi i liberali denunciano il populismo, ma si possono accontentare che in Grecia ha vinto un (almeno così pare) pragmatico. Se fallisce lui, potrebbe arrivare di molto peggio. In ogni caso, il nocciolo della questione è che Ue e la Bce possono imporre a un governo determinate scelte, ma non hanno modo di determinare il voto dei suoi elettori. Ecco di nuovo il problema della sovranità. Le Istituzioni europee non ne hanno: e finché non ne avranno poco potranno fare contro le decisioni politiche dei paesi membri.

Tsipras, a prescindere dalla validità delle sue ricette politiche ed economiche, costringe i partner europei, e in primo luogo la Germania, a prendere una posizione politica esplicita sul problema della cessione di sovranità. Lo si è visto fin dall’incontro di ieri, tra il presidente dell’eurogruppo Djsselbloem e il ministro dell’economa greco Yanis Varoufakis. 

Il problema è: ha davvero forza negoziale? C’è chi sostiene che oggi l’uscita della Grecia dall’euro – che è, in fondo, la sua unica vera arma negoziale – non comprometterebbe la tenuta dell’unione monetaria. E tuttavia, sarebbe di certo un precedente estremamente importante, di cui è difficile capire la portata, forse capace di mettere in gioco la credibilità dell’area. E’ probabile dunque che il leader greco obbligherà a fare un salto di qualità alle relazioni internazionali tra paesi Ue, spostandole da un piano strettamente giuridico-burocratico – interpretazione ed attuazione dei trattati – a quello, forse più brutale, del negoziato politico esplicito. Si vedrà forse, dunque, finalmente, un po’ di politica europea: negoziati aperti tra paesi sulle scelte comuni, con relative problematiche di gestione del consenso elettorale, interno ai singoli paesi, e alla stessa Unione.

In conclusione, il dilemma  è sempre lo stesso dell’inizio della crisi finanziaria europea nel 2011: che si fa? Le strade sono due: o si procede verso un’unione politica, con mutualizzazione delle risorse e dei rischi, e magari anche con scelte di austerità, ma legittimate da un consenso popolare ‘europeo’ in cui greci, italiani e francesi mettono bocca nelle decisioni di portafoglio dei tedeschi, e viceversa, oppure ognuno per la sua strada di paese sovrano. Entrambe le strade sono legittime, ma non si può scegliere di non scegliere: il voto in Grecia dimostra che la ‘via di mezzo’ dei trattati e delle regole europee non può funzionare all’infinito. Starà ai singoli paesi chiedere conto ai loro elettori quale percorso intraprendere.

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gennaio 26, 2015 at 12:33 pm

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Cosa si intende quando si dice ‘difendere la libertà’

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E’ un tema centrale, su cui si litiga molto, scambiandosi reciproche accuse di ipocrisia, perché ognuno considera la libertà sacrosanta finché non offende le sue convinzioni, interessi o sentimenti. Non appena succede però, iniziano i distinguo, le ambiguità e le polemiche.

La libertà, di solito, viene intesa come una astratta nozione positiva: libertà di fare, di dire, di agire e in generale di scegliere arbitrariamente. I paradossi che ne conseguono sono evidenti e si manifestano immediati, perché nel concreto desideri, opinioni e intenzioni di persone diverse entrano in conflitto, sempre.  Tale libertà assoluta, che forse esiste in un qualche inconoscibile empireo platonico, nella dimensione della convivenza, dove le scelte personali sono inevitabili, non è praticabile: prima o poi i desideri e i bisogni miei entrano in contrasto con i tuoi, o quelli di qualcun altro.

Constatando evidentemente questa incresciosa situazione, qualcuno ha avuto l’idea – la storia di chi l’ha messa a punto è lunga, e lasciamola agli accademici: si va da Socrate a Hume, Montesquieu, Hayek, per dare qualche riferimento sommario – di rinunciare ad aspirare alla ‘libertà positiva assoluta’, e porsi l’obiettivo più modesto realistico di provare a garantire una libertà “negativa”: far sì cioè che, attraverso alcuni espedienti istituzionali – per esempio: affidare allo stato il monopolio della violenza; assoggettare il potere di chi governa ai limiti dello stato di diritto, rendere possibile cacciare con il voto e senza sangue i governanti – nessun individuo o fazione possa prendere il sopravvento sugli altri, e tutti in questo contesto possano perseguire i propri fini, senza che gli altri ci mettano il naso.

Quando due uomini sterminano a colpi di AK-47 alcuni loro simili perché ridicolizzano le loro convinzioni, puntano proprio a sovvertire questa condizione. Incidentalmente, i due killer di Charlie Hebdo vorrebbero obbligare tutti a sottomettersi alle regole della sharia, ma vi sono stati tanti casi, nella storia, di ‘fazioni’ che hanno tentato di imporre le loro regole, dai fanatici cristiani, ai totalitari di vario colore del novecento.

“Difendere la libertà” significa dunque proteggere il complesso sistema di salvaguardie legali e istituzionali che riducono la possibilità che qualcuno acquisti troppo potere su gli altri. E’ una faccenda molto pragmatica: infatti questa condizione è altrettanto artificiale quanto lo è un ponte, o un impianto medico per respirare: come quelli, richiede manutenzione continua alle sue strutture e meccanismi per metterla al riparo da forze che potrebbero distruggerla.

Vi sono ideologie che ritengono detestabile questa forma di convivenza basata sul riconoscimento della parzialità di scopi e di credenze, e vorrebbero rimpiazzarla con altre più disciplinate secondo i loro dogmi, religiosi o magari laici (in ogni caso indiscutibili). Ridicolizzare queste idee e i loro fautori, contrastarli, reagire anche con durezza e cinismo alle loro iniziative non è ipocrita, è necessario per evitare che prendano il sopravvento.

@leopoldopapi

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gennaio 14, 2015 at 9:11 pm

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