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Giornalismo, corporazione senza innovazione

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C’è davvero un motivo per parlare di ‘schiavitù dei giornalisti’, come fa il presidente dell’ordine dei giornalisti Enzo Iacopino? La risposta è no. Descrivere la situazione di molti giovani precari italiani in termini di ‘sfruttamento da parte dei padroni’, è propaganda a buon mercato per un’istituzione – l’ordine dei giornalisti – che in realtà concorre a generare il precariato italiano, proteggendo uno status quo corporativo in cui editori, sindacati, e gli stessi giornalisti non precari sono solidali nel mantenere i loro privilegi.

Questo status quo è economicamente insostenibile, altamente inefficiente e dannoso per la qualità dell’informazione. Nel giornalismo italiano, più che in altri paesi, le rendite corporative impediscono l’operare di quel meccanismo, per dirla con Schumpeter, di ‘distruzione creativa’, necessario in ogni settore per far si che vecchie imprese si riorganizzino, e nuove imprese  (private/pubbliche, non è poi rilevante) emergano, adattandosi a mutamenti di mercato e tecnologia,  così da sostituire quelle ormai non più competitive, il cui mantenimento in operatività (inclusi i posti di lavoro) finisce per essere sempre, in qualche modo, un costo per la collettività.

L’avvento di internet ha determinato in tutto il mondo, un mutamento profondo nell’economia del giornalismo. Capirne le ragioni è semplice, è una questione di conti del ragioniere: il rapporto tra costi di produzione di un qualsiasi contenuto giornalistico e i ricavi che esso può generare – laddove un tempo era facilmente ripagato dalla vendita delle copie dei giornali e dalla pubblicità – è diventato insostenibile,  a spanne qualcosa come 3-4-5 a 1 se va bene.

Ma laddove in altri Paesi – nel mondo anglosassone, ma anche in Germania o in Francia – l’editoria ha iniziato ad adattarsi al nuovo contesto – vecchie imprese e modelli editoriali si estinguono, e vengono sostituiti da nuove realtà capaci di produrre ricavi a costi sostenibili, in Italia ciò non avviene, salvo casi sporadici. A impedirlo due fattori: la natura politica e parapolitica dell’editoria italiana da un lato, il carattere sindacale-corporativo e autoreferenziale della categoria dei giornalisti dall’altro.

I costi dell’attività giornalistica ‘legale’, molto più che altrove, in Italia sono insostenibili. E’ il segreto di Pulcinella: il contratto di assunzione prevede costi minimi lato azienda di 4mila euro al mese, che gli scatti di anzianità portano dopo pochi mesi a lievitare sopra i 5mila euro al mese. Posto che i ricavi, come detto, sono bassissimi, per la maggior parte delle aziende editoriali spese simili significano una cosa sola: portare i libri in tribunale.

I media più grandi – i grandi giornali, le grandi agenzie di stampa – riescono a mantenere strutture redazionali in perdita perché sono sussidiati, in senso lato, o da privati, in genere grandi portatori di interesse, disposti a ripianare (anche se con sempre maggior insofferenza) data l’influenza politica delle testate, o dal governo, in varie forme dirette o indirette.

Ma i sussidi, si sa – pubblici o privati che siano – sono incentivi sbagliati che fanno degradare l’efficienza e la qualità di una qualsiasi attività produttiva. Nel caso dei media, essi distolgono i giornalisti e le aziende editoriali dall’obiettivo di realizzare prodotti giornalistici capaci di intercettare una domanda effettiva – e dunque fare buona informazione – e li incentivano invece a diventare ottimi comunicatori dediti a promuovere le cause del padrone o del decisore pubblico di turno.

Non c’è da stupirsi se poi ci ritroviamo con una classe giornalistica italiana ‘ufficiale’ con i connotati di una casta di individui pigri, arroganti e superficiali e inoltre intoccabili, perché tutelati da una delle istituzioni corporative più agguerrite in Italia – l’ordine dei giornalisti – e da un sindacato durissimo. Toccarli  è come toccare i preti: si viene accusati istantaneamente di fare “attentato” alla libertà di stampa, o al pluralismo dell’informazione.

Le aziende d’altronde hanno scarso interesse a fare lavorare sul serio i propri giornalisti: da un lato rischiano solo di scontrarsi con le istituzioni corporative, senza raggiungere l’obiettivo di liberarsi dei fannulloni. Dall’altro, sono comunque al riparo dai rigori concorrenziali del mercato: perché mai crearsi delle noie coi cdr o le teste calde di redazione, quando dopotutto, non è così urgente ridurre le perdite?

I giornali, in ogni caso, qualche notizia la devono pur dare, che i dipendenti sussidiati sempre meno sono in grado di trovare. Ecco allora che entrano in scena i precari: legioni di giovani volenterosi e di talento, disposti anche a lavorare gratis o quasi pur di vedere la loro firma su questo o quel grande giornale. Per molti editori il precariato è così una risorsa produttiva importante, per far fronte alle enormi inefficienze interne connesse al mantenimento dello status quo corporativo.

Per chi invece non riceve sussidi o non ha soci disposti a sovvenzionare le perdite per interesse politico – come molte nuove testate, potenzialmente più dinamiche e di qualità – assumere giornalisti è quasi impossibile, per via dei costi legali del lavoro. Molte aziende sarebbero disposte ad assumere giovani giornalisti a condizioni economiche dignitose (se pur al disotto del ‘minimo tabellare’ di 2mila euro mensili) che molti giovani sarebbero entusiasti di accettare, ma questo non è possibile, perché “il contratto nazionale non si tocca”, e toccarlo significherebbe “darla vinta ai padroni”. Avvalersi di freelance, precari, gratuitamente o a cifre irrisorie è per queste realtà l’unica alternativa alla chiusura.

Il giornalismo italiano è una grande rendita. Aziende bollite, incapaci di sostenersi grazie all’informazione che producono, tenute in vita con i soldi pubblici o parapubblici di privati, mantengono giornalisti spesso incapaci assunti per raccomandazione ai costi fuori mercato imposti dal contratto nazionale di lavoro. Ne consegue un circolo vizioso: l’informazione corporativa e di scarsa qualità deprime ancora di più il valore economico dei contenuti, rendendo l’intero settore editoriale ancor più fallimentare. I lettori non sono stupidi, e “won’t buy the bullshit” dei media italiani, ai quali non resta così, per pagare i propri costosissimi produttori di contenuti, che cercarsi un finanziatore politico o parapolitico.

E’ questa rendita corporativa, di cui beneficiano editori, giornalisti, istituzioni inutili e autoreferenziali come l’odg a impedire il rinnovamento. I precari sottopagati non sono schiavi ma aspiranti professionisti a cui le opportunità di emergere sono negate da barriere corporative, e che purtuttavia ‘resistono’ autofinanziandosi e lavorando per cifre irrisorie.

La liberalizzazione del lavoro giornalistico, la possibilità per le aziende di riorganizzarsi internamente, senza incorrere in veti corporativi, l’abolizione dell’ordine, il taglio di ogni sussidio, queste sì, sarebbero le misure necessarie per avviare un effettivo rinnovamento e risanamento del settore. E non preoccupatevi, le aziende o falliranno o troveranno da sé il modo per innovare senza aiuto, perché sarà nel loro interesse e non avranno altra scelta. Tuttavia, la corporazione fa di tutto perché evitare che questo accada: significherebbe smantellare la corporazione sussidiata che ora si piange addosso incolpando internet o i social network o la legge di gravità della crisi del giornalismo, per distogliere l’attenzione dalle proprie responsabilità.

@leopoldopapi

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gennaio 5, 2016 at 1:06 pm

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Cosa gliene viene alla Russia

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A distanza di tre mesi, è difficile decifrare gli obiettivi di Vladimir Putin con l’intervento in Siria, e con la rottura con la Turchia. Tuttavia, le sue scelte hanno due effetti oggettivi: da un lato aumentano l’influenza russa nello scenario del Medio oriente, dall’altro indeboliscono la Nato, evidenziandone ed aggravandone le contraddizioni interne.

A prescindere dalle intenzioni, Putin potrebbe ottenere da un lato una crisi irreversibile tra i paesi Nato, la quale si sfalderebbe di fronte alla possibilità di un confronto militare aperto con la Russia – magari per difendere gli interessi della Turchia – dall’altro rafforzare la sua posizione internazionale in Medio oriente e nel Mediterraneo. Fino a che punto possa raggiungere questi risultati è difficile dire. Di certo la Russia non è in militarmente né economicamente in grado di sostenere un confronto con la Nato: ha un Pil simile a quello dell’Italia, pro capite molto minore.

D’altronde è nello ‘stile’ di Putin avere un approccio graduale alla politica internazionale, basato su potenziali risultati pragmatici, piuttosto che guidato da principi assoluti e a obiettivi astratti. Lo si è visto nella crisi della Crimea e in quella Ucraina: Putin ha puntato a massimizzare i risultati in termini di allargamento e influenza territoriale e indebolimento dell’Ue e dell’Alleanza atlantica, fermandosi appena in tempo per evitare conseguenze drammatiche. Anche in quel caso, più che su la sua scarsa forza  ha potuto far leva sulle contraddizioni e debolezze dei suoi avversari. @leopoldopapi

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dicembre 7, 2015 at 3:31 pm

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Scontro di civiltà, ma anche no

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Dopo gli attentati a Parigi del 13 novembre si è riaccesa la polemica sullo ‘scontro di civiltà’ tra Occidente e Islam. Inevitabilmente queste categorie astratte generano dispute sulle definizioni: quali siano i veri valori dell’Occidente, cosa sia il vero Islam. Da un lato c’è chi tira in ballo le ‘radici cristiane’ e chi cita Oriana Fallaci, dall’altro si moltiplicano i distinguo Corano alla mano, e le prese di distanza più o meno convinte e convincenti di esponenti mussulmani dalle violenze terroristiche. E così, come avviene nelle disquisizioni teologiche, si finisce per avere tante interpretazioni quanti sono i loro proponenti.

Ho sempre pensato che questo approccio alla storia e agli eventi, basato su categorie collettive astratte (rigorosamente con l’iniziale maiuscola), come le ‘Civiltà’, l’Occidente, l’Islam o altro, fosse risibile e infondato, e destinato a generare enormi equivoci tra coloro che una volta venivano chiamati intellettuali (oggi magari si chiamano ‘influencer’), potenzialmente pericolosi se adottati come ideali a guida delle decisioni politiche concrete. D’altronde questi concetti non sono nati dal nulla: nel digitalissimo 2015 ci troviamo a rispolverare, spesso inconsapevolmente, armamentari concettuali inventati più di un secolo fa dai grandi teorici dello storicismo: Spengler, Toynbee, che nei loro affascinanti affreschi storici pretendevano di aver isolato ‘scientificamente’ i valori autentici di questa o quella civiltà e la loro evoluzione.

Proviamo a fare un’affermazione radicale: le ‘civiltà’ non esistono, come non esiste nessun ente collettivo sovraindividuale, storico, antropologico, economico e via dicendo. Ci sono invece, in concreto, istituzioni politiche territoriali – gli stati – fattori culturali condivisi – la lingua, la religione, le tradizioni letterarie o artigiane, o gastronomiche o popolari – che sono in continuo cambiamento e contaminazione. Ci sono poi, ovviamente, gli individui.

Quelle che con grande solennità chiamiamo ‘civiltà’, più prosaicamente sono soggetti politici che si differenziano per il maggiore o minor grado di libertà personale che ammettono: da quella economica (proprietà privata, libertà di impresa e di scambio) a quella di espressione, a quelle più quotidiane, come il vestirsi secondo le proprie preferenze o il mangiare e bere ciò che si crede. Un grado di libertà del genere, è ammesso, ad oggi, nei circa 200 stati nel mondo, secondo una scala che a un estremo trova le ‘società aperte’ dei paesi occidentali (ma anche tra questi, ci sono molte differenze) all’Iran, alla Somalia e alla Corea del nord. In questa scala l’Occidente non c’entra granché: tra i paesi che ammettono e tutelano la libertà, per esempio, c’è senz’altro il Giappone.

Alcune ideologie totalizzanti vogliono abolire completamente le libertà individuali e sostituirle con regolamenti obbligatori, e con la sottomissione incondizionata all’autorità politica che li ha istituiti. Nella storia ce ne sono state per tutti i gusti e a tutte le latitudini: dalle piccole comunità tribali organizzate secondo quale culto in qualche isola sperduta, alle sette cristiane, al nazismo, al comunismo, alle caste indù. L’Islam salafita, o anche le altre versioni dell’islam, sunnita wahabita, o sciita su cui si fonda il regime iraniano, possono forse non avere finalità terroristiche, ma certamente sono di queste: odia le libertà individuali, e le vorrebbe sopprimere istituendo la sharia.

Gli attentati di Parigi, così come tutti gli altri gesti efferati compiuti dai terroristi islamisti altrove, non sono sintomo di alcuno ‘scontro di civilità’ o tra Occidente e Islam. Sono l’ennesimo deliberato attacco alla libertà di tutti quanti – cristiani, mussulmani, atei o adoratori di entità aliene –  da parte di una nuova ideologia totalitaria e sanguinaria di matrice religiosa. Il problema non è se questa versione dell’Islam sia ‘autentica’ o meno secondo dottrina – cose da teologi – ma se questa o qualunque altra versione dell’Islam o di altra religione, possa abbandonare queste sue aspirazioni totalitarie ed essere compatibile con una società plurale. @leopoldopapi

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novembre 27, 2015 at 3:51 pm

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La farsa del negoziato sulla Grecia

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Scrive Fabrizio Goria su Panorama, in un articolo in cui fa il punto sui negoziati tra Grecia e ‘ex troika’:

Delle due l’una: o si adottano riforme strutturali in modo serio, con il rischio di perdere il consenso politico, o Tsipras e Varoufakis dovranno fare i conti con le casse dell’erario, sempre più risicate

Il problema insomma è quello di sempre: le riforme strutturali in Grecia sono necessarie, se non altro per mantenere attive le linee di credito che servono per sopravvivere. Ma più in generale, l’aggiustamento per i greci, che come si ricorda spesso, ‘per anni hanno vissuto al di sopra delle loro possibilità’, a una condizione economica più consona alle loro possibilità, è inevitabile. Che sia attraverso uscita dall’euro (con conseguente default traumatico) o attraverso le misure di austerità, la disintossicazione dalle passate sbronze di spesa pubblica indiscriminata è inevitabile e dolorosa.

Ciò premesso, bisognerebbe prendere atto che, in Grecia, le riforme strutturali non sono attuabili, non nel breve termine richiesto dalle regole fiscali prescritte dai trattati europei. Non lo sono per ragioni complesse: non è possibile riformare a tavolino o in pochi anni un tessuto sociale organizzato storicamente sulla distribuzione politica di rendite, dove financo le abitudini e i comportamenti individuali più personali sono calibrati sulla logica del privilegio come ‘diritto acquisito’. Lo vediamo bene in Italia, e in Grecia, da quel che si capisce, è molto peggio. Realisticamente, la Grecia è dunque irriformabile, nel breve termine, full stop. Sostenere il contrario è un po’ vivere di teorie astratte. Qualsiasi tentativo di riforma incisiva in quel paese – come nel nostro, d’altronde – se non affiancato da misure di sostegno sociale per dare sollievo alle persone più duramente colpite dalla sua applicazione (a meno che non si decida di ammazzarli o rinchiuderli, in quanto beneficiari di passati sprechi), innesca un processo di aggregazione di consenso democratico intorno a forze politiche populiste e conservative, che tendono a fermare le riforme stesse e mantenere lo status quo.

L’insistenza sulla necessità di riforme credibili, capaci di attivare la ‘mano invisibile’ dello sviluppo di mercato, e creare dunque i presupposti per la crescita, alla luce di questa considerazione, appare un esercizio giornalistico e accademico, (o politico-burocratico, nella prospettiva della troika) piuttosto autoreferenziale. D’altronde, ci sarebbe di che scommettere che nessun liberale di coscienza, o anche il presidente dell’eurogruppo Dijsselbloem, o il ministro delle finanze tedesco Schäuble, sia davvero in cuor suo convinto che in Grecia si possa avviare a comando un processo riformatore davvero efficace, sostenuto dal consenso popolare.

Realisticamente, per quanto possano apparire incredibili, le uniche ‘soluzioni’ per la vicenda greca sono due: l’uscita del paese dall’euro, o il suo ‘assorbimento’ in un soggetto politico più grande, europeo. Per questa ragione, la vera questione sollevata dalla Grecia non è la credibilità della Grecia (che non c’è mai stata su, i mercati si sono calmati per altre ragioni – Bce, cessione del debito a istituzioni – non grazie alle riforme imposte dalla troika) ma la credibilità dei trattati europei. Che sono credibili in quanto presupposto di un processo di integrazione politica europea, e viceversa non lo sono come sistema di regole con l’assurdo obiettivo di simulare a tempo indeterminato un’unione fiscale tra stati sovrani, in un quadro di situazioni e interessi nazionali, economici, politici, e perfino geopolitici contrastanti, e talvolta contrapposti.

La grande farsa della vicenda greca non è il comportamento di un leader populista – oggetto di facili derisioni dagli osservatori liberali – che legittimamente tratta e difende le sue posizioni, per quanto assurde, ma il prendere sul serio il teatrino di un negoziato in cui per evitare di toccare il problema vero – l’integrazione, appunto, politica e fiscale europea, con relative cessioni di sovranità e condivisioni di responsabilità, oppure la presa d’atto formale che tale integrazione non è perseguibile – e continuare a parlare di ‘riforme strutturali’ in un piccolo paese, le quali non sono, in questo contesto, realisticamente attuabili.

@leopoldopapi

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marzo 11, 2015 at 1:06 pm

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Le tre opzioni di Varoufakis: inferno sovrano, inferno commissariato, o provare a spuntare un’Europa più unita

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Scrive l’economista Alberto Bisin, commentando un editoriale sul New York Times del ministro delle finanze greco Yanis Varoufakis:

I teorici dei giochi chiamano questa situazione inconsistenza temporale (Varoufakis lo sa certamente): avere risorse e tempo senza vincoli porterebbe il Paese a continuare per la strada intrapresa da anni ormai, cioè quella di non affrontare le riforme necessarie alla crescita, nell’attesa irresponsabile di aiuti esterni che permettano di evitarle.

Non c’è dubbio che la ricetta di Syriza per la Grecia sia una minestra a base di spesa pubblica e redistribuzione, di riproposizione delle scelte che hanno portato il paese sul baratro. Che lo hanno condotto ad avere un debito enorme, e un’economia fragilissima e in larga misura improduttiva. Bisogna sempre aver ben chiaro che le condizioni di miseria in cui si sono ritrovati i cittadini greci da qualche anno a questa parte, sono l’inevitabile riaggiustamento degli sprechi passati, e non sono colpa della troika, né del liberismo, né di nessuno.

Tuttavia è forse utile provare a ‘vestire i panni’ di Varoufakis, in questi giorni di difficile negoziato politico con le istituzioni europee e col Fmi, e valutare le sue opzioni:

  • Sottomettersi al memorandum della troika, pur ottenendo qualche beneficio (dilazioni programmi, più flessibilità, ecc.). Lo stato greco avrebbe un po’ di ossigeno, ma non vi sarebbero probabilmente benefici immediati e concreti delle condizioni di vita dei cittadini greci. Varoufakis tradirebbe il mandato degli elettori, che forse, si rivolgerebbero a forze politiche ancora più radicali, come i nazisti di Alba dorata. I Greci sono indolenti e sprovveduti? Forse, ma votano. E finché lo fanno occorre prenderne atto, anche nelle assemblee di Bruxelles.
  • Grexit: uscire dall’euro (in un modo o nell’altro), con tutti i disastri che comporta in termini di svalutazione, di collasso del sistema finanziario, di isolamento sui mercati internazionali,  e di distruzione definitiva di quel che resta del tessuto economico greco produttivo (i famosi produttori di yogurt). I greci non avrebbero verosimilmente di che mangiare, per la debolezza del sistema produttivo interno, e per l’impossibilità a comprare all’estero prendendo a prestito.

Come si può constatare, entrambe le alternative hanno conseguenze pesantissime per i greci, e per le loro vite individuali. E’ vero che, se verranno applicate le prescrizioni della troika, e si creeranno le condizioni di legalità, garanzia dei diritti di proprietà e le appropriate liberalizzazioni, in qualche anno ‘la mano invisibile’ farà forse il suo dovere, riportando il paese alla prosperità. Ma è difficile credere che succederà: molto più probabile che i greci si avvitino molto prima in una spirale di populismi beceri e di terremoti istituzionali che non permetteranno mai alle forze del mercato di dispiegarsi, passando da una padella socialisteggiante à la Tsipras, a una brace nazionalisteggiante stile, appunto, Alba dorata.

E’ plausibile ritenere che Varoufakis, al di la delle retoriche folkloristiche del suo partito, abbia chiara  questa situazione, e agisca valutandone semplicemente costi e benefici politici. Comunque vada, per i greci sarà durissimo, e dunque, perché non puntare sull’azzardo totale? Di fatto l’obiettivo di Syriza – anche se oggi si chiuderà un accordo, il problema si ripresenterà tra qualche mese, e dunque l’obiettivo rimarrà valido – è costringere i paesi dell’euro a mutualizzare il debito greco, avviando sostanzialmente un processo di cessione di sovranità e di integrazione politica. D’altronde, è lo stesso Varoufakis ha dichiararlo, se pur nel linguaggio metaforico ‘vendoliano’ proprio della sua area politica.

Tutta la questione è trovare nuovi moventi. Scoprire un nuovo approccio mentale che vada oltre le divisioni nazionali, dissolva la distinzione tra debitori e creditori favorendo una prospettiva pan-europea e metta il bene comune degli europei al di sopra delle politiche-feticcio e dei dogmi che si sono dimostrati tossici se applicati in modo universale”.

A quale altro ‘nuovo movente’ può alludere il ministro greco, se non quello di una politica economica comune, ‘una prospettiva pan-europea’? La questione è tutta politica, dal suo punto di vista, e passa per il superamento dell’attuale “simulazione” di unione politica e fiscale prevista dai trattati, per arrivare a una qualche forma di condivisione dei debiti e di cessione di sovranità dei paesi euro. Sul piano economico, una integrazione europea relegherebbe forse definitivamente la Grecia alla condizione di arretratezza propria delle aree che vivono di assistenzialismo, un po’ come avviene per il Mezzogiorno italiano, ma tant’è almeno si tira a campare a spese dei virtuosi del Nord, e al riparo dai famigerati ‘mercati’.

‘When in trouble, go big’, recita il proverbio. Cercare di ‘salvare la Grecia’ puntando a generare un processo di integrazione politica europea, può essere un delirio fantapolitico, ma se le alternative sono tra un inferno commissariato dalla troika, o un inferno sovrano fuori dall’euro, perché non provare?

@leopoldopapi

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febbraio 17, 2015 at 5:07 pm

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Rispettare le culture, come rispettare i sassi

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Due parole sulla faccenda del rapporto con altre ‘culture’ e le loro usanze, a distanza di 3 settimane dall’attacco a Charlie Hebdo. Le culture vanno rispettate, si dice. Questa frase non ha significato, a pensarci bene. Si rispettano le persone, non le culture. Le culture sono qualcosa di privo di vita quanto lo sono le pietre, e affermare che vanno rispettate ha senso quanto sostenere che vadano rispettati i sassi.

Si rispettano, dunque, le persone. Questo aspetto differenzia ciò che chiamiamo ‘Occidente’ da altre comunità. Quelle occidentali sono società dove nessun ‘valore’ viene elevato a legge di convivenza, salvo la tutela delle libertà individuali. Per chiarire meglio la questione, bisognerebbe smettere di parlare di Occidente e non occidente (Islam, Cina o altro che sia). Molto più produttivo ricorrere alla distinzione tra ‘società aperta’ e società chiuse. La prima: un contesto giuridico che ha l’obiettivo di garantire l’autodeterminazione dell’individuo, senza entrare nel merito dei suoi fini e dei suoi desideri. Le altre: comunità – come le tribù o la teocrazia iraniana – organizzate secondo ideologie o dottrine che prescrivono invece come l’individuo si deve comportare, e qual è il suo ‘posto’ nella società.

L’Occidente è, appunto, o almeno è la cosa più simile esistente a una società aperta plurale, in cui le istituzioni e leggi si sono evolute per cercare di limitare la concentrazione del potere nelle mani di uno o di pochi, in modo che nessuno possa sopraffare gli altri e dunque condizionarne le scelte. Dunque, non ha molto senso parlare di ‘cultura occidentale’: nelle società occidentali esistono (o almeno, per la legge è così) tante culture quanti sono gli individui, che hanno diritto di cittadinanza finché non disturbano i loro simili.

Vi sono culture che invece non rispettano le persone, e sostengono che le libertà e le aspirazioni individuali debbano essere subordinate a ‘disegni collettivi’ più grandi. Il paradosso è che il ‘disegno collettivo’ si traduce puntualmente, ed è inevitabile che accada, in dominio arbitrario di pochi su tutti gli altri, con relative vessazioni e abusi. L’esempio più immediato sono le comunità islamiste, dove barbuti ayatollah tiranneggiano a furia di improbabili sharie, ma c’è anche l’autoritarismo cattolico, spesso altrettanto vessatorio, se pur ben celato sotto i toni piagnucolosi e mansueti dei prelati. C’è il ‘socialismo’, a cui ancora qualcuno aderisce, e di cui tanti hanno nostalgia. Mostrare quanto tali ‘culture’ siano miserabili, e svelare i personaggi meschini che si celano dietro le auree solenni dei loro armamentari rituali è necessario. Anzi, è un dovere civico. Il rischio altrimenti, è che in nome del rispetto, ne venga legittimata la violenza.

@leopoldopapi

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gennaio 30, 2015 at 5:43 pm

Cosa si intende quando si dice ‘difendere la libertà’

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E’ un tema centrale, su cui si litiga molto, scambiandosi reciproche accuse di ipocrisia, perché ognuno considera la libertà sacrosanta finché non offende le sue convinzioni, interessi o sentimenti. Non appena succede però, iniziano i distinguo, le ambiguità e le polemiche.

La libertà, di solito, viene intesa come una astratta nozione positiva: libertà di fare, di dire, di agire e in generale di scegliere arbitrariamente. I paradossi che ne conseguono sono evidenti e si manifestano immediati, perché nel concreto desideri, opinioni e intenzioni di persone diverse entrano in conflitto, sempre.  Tale libertà assoluta, che forse esiste in un qualche inconoscibile empireo platonico, nella dimensione della convivenza, dove le scelte personali sono inevitabili, non è praticabile: prima o poi i desideri e i bisogni miei entrano in contrasto con i tuoi, o quelli di qualcun altro.

Constatando evidentemente questa incresciosa situazione, qualcuno ha avuto l’idea – la storia di chi l’ha messa a punto è lunga, e lasciamola agli accademici: si va da Socrate a Hume, Montesquieu, Hayek, per dare qualche riferimento sommario – di rinunciare ad aspirare alla ‘libertà positiva assoluta’, e porsi l’obiettivo più modesto realistico di provare a garantire una libertà “negativa”: far sì cioè che, attraverso alcuni espedienti istituzionali – per esempio: affidare allo stato il monopolio della violenza; assoggettare il potere di chi governa ai limiti dello stato di diritto, rendere possibile cacciare con il voto e senza sangue i governanti – nessun individuo o fazione possa prendere il sopravvento sugli altri, e tutti in questo contesto possano perseguire i propri fini, senza che gli altri ci mettano il naso.

Quando due uomini sterminano a colpi di AK-47 alcuni loro simili perché ridicolizzano le loro convinzioni, puntano proprio a sovvertire questa condizione. Incidentalmente, i due killer di Charlie Hebdo vorrebbero obbligare tutti a sottomettersi alle regole della sharia, ma vi sono stati tanti casi, nella storia, di ‘fazioni’ che hanno tentato di imporre le loro regole, dai fanatici cristiani, ai totalitari di vario colore del novecento.

“Difendere la libertà” significa dunque proteggere il complesso sistema di salvaguardie legali e istituzionali che riducono la possibilità che qualcuno acquisti troppo potere su gli altri. E’ una faccenda molto pragmatica: infatti questa condizione è altrettanto artificiale quanto lo è un ponte, o un impianto medico per respirare: come quelli, richiede manutenzione continua alle sue strutture e meccanismi per metterla al riparo da forze che potrebbero distruggerla.

Vi sono ideologie che ritengono detestabile questa forma di convivenza basata sul riconoscimento della parzialità di scopi e di credenze, e vorrebbero rimpiazzarla con altre più disciplinate secondo i loro dogmi, religiosi o magari laici (in ogni caso indiscutibili). Ridicolizzare queste idee e i loro fautori, contrastarli, reagire anche con durezza e cinismo alle loro iniziative non è ipocrita, è necessario per evitare che prendano il sopravvento.

@leopoldopapi

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gennaio 14, 2015 at 9:11 pm

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