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Cosa gliene viene alla Russia

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A distanza di tre mesi, è difficile decifrare gli obiettivi di Vladimir Putin con l’intervento in Siria, e con la rottura con la Turchia. Tuttavia, le sue scelte hanno due effetti oggettivi: da un lato aumentano l’influenza russa nello scenario del Medio oriente, dall’altro indeboliscono la Nato, evidenziandone ed aggravandone le contraddizioni interne.

A prescindere dalle intenzioni, Putin potrebbe ottenere da un lato una crisi irreversibile tra i paesi Nato, la quale si sfalderebbe di fronte alla possibilità di un confronto militare aperto con la Russia – magari per difendere gli interessi della Turchia – dall’altro rafforzare la sua posizione internazionale in Medio oriente e nel Mediterraneo. Fino a che punto possa raggiungere questi risultati è difficile dire. Di certo la Russia non è in militarmente né economicamente in grado di sostenere un confronto con la Nato: ha un Pil simile a quello dell’Italia, pro capite molto minore.

D’altronde è nello ‘stile’ di Putin avere un approccio graduale alla politica internazionale, basato su potenziali risultati pragmatici, piuttosto che guidato da principi assoluti e a obiettivi astratti. Lo si è visto nella crisi della Crimea e in quella Ucraina: Putin ha puntato a massimizzare i risultati in termini di allargamento e influenza territoriale e indebolimento dell’Ue e dell’Alleanza atlantica, fermandosi appena in tempo per evitare conseguenze drammatiche. Anche in quel caso, più che su la sua scarsa forza  ha potuto far leva sulle contraddizioni e debolezze dei suoi avversari. @leopoldopapi

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dicembre 7, 2015 at 3:31 pm

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Scontro di civiltà, ma anche no

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Dopo gli attentati a Parigi del 13 novembre si è riaccesa la polemica sullo ‘scontro di civiltà’ tra Occidente e Islam. Inevitabilmente queste categorie astratte generano dispute sulle definizioni: quali siano i veri valori dell’Occidente, cosa sia il vero Islam. Da un lato c’è chi tira in ballo le ‘radici cristiane’ e chi cita Oriana Fallaci, dall’altro si moltiplicano i distinguo Corano alla mano, e le prese di distanza più o meno convinte e convincenti di esponenti mussulmani dalle violenze terroristiche. E così, come avviene nelle disquisizioni teologiche, si finisce per avere tante interpretazioni quanti sono i loro proponenti.

Ho sempre pensato che questo approccio alla storia e agli eventi, basato su categorie collettive astratte (rigorosamente con l’iniziale maiuscola), come le ‘Civiltà’, l’Occidente, l’Islam o altro, fosse risibile e infondato, e destinato a generare enormi equivoci tra coloro che una volta venivano chiamati intellettuali (oggi magari si chiamano ‘influencer’), potenzialmente pericolosi se adottati come ideali a guida delle decisioni politiche concrete. D’altronde questi concetti non sono nati dal nulla: nel digitalissimo 2015 ci troviamo a rispolverare, spesso inconsapevolmente, armamentari concettuali inventati più di un secolo fa dai grandi teorici dello storicismo: Spengler, Toynbee, che nei loro affascinanti affreschi storici pretendevano di aver isolato ‘scientificamente’ i valori autentici di questa o quella civiltà e la loro evoluzione.

Proviamo a fare un’affermazione radicale: le ‘civiltà’ non esistono, come non esiste nessun ente collettivo sovraindividuale, storico, antropologico, economico e via dicendo. Ci sono invece, in concreto, istituzioni politiche territoriali – gli stati – fattori culturali condivisi – la lingua, la religione, le tradizioni letterarie o artigiane, o gastronomiche o popolari – che sono in continuo cambiamento e contaminazione. Ci sono poi, ovviamente, gli individui.

Quelle che con grande solennità chiamiamo ‘civiltà’, più prosaicamente sono soggetti politici che si differenziano per il maggiore o minor grado di libertà personale che ammettono: da quella economica (proprietà privata, libertà di impresa e di scambio) a quella di espressione, a quelle più quotidiane, come il vestirsi secondo le proprie preferenze o il mangiare e bere ciò che si crede. Un grado di libertà del genere, è ammesso, ad oggi, nei circa 200 stati nel mondo, secondo una scala che a un estremo trova le ‘società aperte’ dei paesi occidentali (ma anche tra questi, ci sono molte differenze) all’Iran, alla Somalia e alla Corea del nord. In questa scala l’Occidente non c’entra granché: tra i paesi che ammettono e tutelano la libertà, per esempio, c’è senz’altro il Giappone.

Alcune ideologie totalizzanti vogliono abolire completamente le libertà individuali e sostituirle con regolamenti obbligatori, e con la sottomissione incondizionata all’autorità politica che li ha istituiti. Nella storia ce ne sono state per tutti i gusti e a tutte le latitudini: dalle piccole comunità tribali organizzate secondo quale culto in qualche isola sperduta, alle sette cristiane, al nazismo, al comunismo, alle caste indù. L’Islam salafita, o anche le altre versioni dell’islam, sunnita wahabita, o sciita su cui si fonda il regime iraniano, possono forse non avere finalità terroristiche, ma certamente sono di queste: odia le libertà individuali, e le vorrebbe sopprimere istituendo la sharia.

Gli attentati di Parigi, così come tutti gli altri gesti efferati compiuti dai terroristi islamisti altrove, non sono sintomo di alcuno ‘scontro di civilità’ o tra Occidente e Islam. Sono l’ennesimo deliberato attacco alla libertà di tutti quanti – cristiani, mussulmani, atei o adoratori di entità aliene –  da parte di una nuova ideologia totalitaria e sanguinaria di matrice religiosa. Il problema non è se questa versione dell’Islam sia ‘autentica’ o meno secondo dottrina – cose da teologi – ma se questa o qualunque altra versione dell’Islam o di altra religione, possa abbandonare queste sue aspirazioni totalitarie ed essere compatibile con una società plurale. @leopoldopapi

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novembre 27, 2015 at 3:51 pm

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Accordo sul nucleare iraniano, qualche impressione

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Le impressioni che seguono si basano sul presupposto che l’accordo sul nucleare iraniano sia una scommessa credibile, e che il regime iraniano non abbia agito solo per volontà di ottenere l’abolizione delle sanzioni, col proposito poi di tradire gli impegni. Ma gli effettivi mutui vantaggi che derivano dall’accordo sembrano almeno disincentivare tale linea di condotta.

  • L’accordo mette fine alle sanzioni economiche applicate a quel paese, e riammette di fatto una società fortemente dinamica e plurale, anagraficamente giovane, con aspettative forti di aumento della libertà individuale (pur osteggiate da comunità locali e religiose ancora molto conservatrici, e dai percettori di benefici del regime), nella comunità internazionale.
  • Il negoziato porterà benefici economici notevoli per l’Iran, rafforzando i legami economici con i paesi occidentali.
  • La ritrovata legittimità nell’ordine internazionale, l’afflusso di investimenti stranieri e la maggior interdipendenza iraniana con le economie occidentali può potenzialmente trasformare il regime iraniano incentivandolo a realizzare riforme liberali, di tutela individuale, della proprietà, dell’impresa privata, dei diritti civili.
  • Un’Iran ‘sdoganata’ plausibilmente perderà interesse ad alimentare disordini in Medio Oriente in chiave anti occidentale, e tenderà ad acquisire un ruolo stabilizzatore. Chi è ammesso a far parte di un ordine internazionale ha interesse a cercare i propri vantaggi geopolitici ed economici all’interno di esso, riconoscendone la legittimità. D’altronde, è disincentivato a contestarlo. Ad oggi il regime iraniano, in quanto ‘paria’ dell’ordine internazionale, trovava la sua più importante fonte di legittimazione nella denigrazione dell’Occidente e di Israele. Dopo aver siglato un “accordo col nemico”, avrà difficoltà a perseguire questa linea.
  • La prima reazione di Israele all’accordo è stato l’infuriato commento di Netanyahu. Ma è possibile che rapporti tra Iran e Israele possano già nel breve termine distendersi, o almeno uscire dall’impasse attuale, pur mantenendo una reciproca retorica ostile di facciata. E’ possibile che la reazione di Netanyahu sia stata dettata più da ragioni di consenso interno che dall’assenza di consapevolezza su questo punto. La distensione diplomatica ed economica con l’Occidente e il ritorno nell’ordine internazionale – se non è una farsa, come non sembra – creerà alla lunga legami di interesse con l’Occidente di cui Israele fa parte, che renderanno politicamente costoso e controproducente per l’establishment del regime degli ayatollah, perseguire l’obiettivo anche solo potenziale della distruzione di Israele.
  • Nel quadro del conflitto Israelo-Palestinese, la riammissione dell’Iran nell’ordine internazionale, per le ragioni sopra descritte, potrebbe rendere Hamas e le organizzazioni di potere palestinesi fondate strumentalmente sull’odio per Israele (e non sulla difesa dei diritti dei palestinesi,  ma al contrario, sul loro cinico sfruttamento) prive di legittimità. E’ possibile che l’Iran si faccia promotore  di una sistemazione territoriale e istituzionale della Palestina, avviando negoziati anche molto duri con Israele, ma non più fondati sul presupposto della sua ‘cancellazione’. Israele avrà forse, finalmente, dei vicini che ne riconoscono il diritto di esistere, benché ostili. Ne conseguirà però l’obbligo a ridimensionare la discrezionalità unilaterale con cui il paese ha fino ad oggi utilizzato la forza militare nei confronti dei territori e dei regimi vicini, in nome del (legittimo) diritto a preservare la propria esistenza.
  • L’incognita sono i paesi arabi. Che non sono in molti casi, veri ‘paesi’ con istituzioni fondate storicamente e giuridicamente dal basso, ma regimi post coloniali autoritari ch esercitano il loro potere su territori disegnati a tavolino, gestiti a vario titolo da tiranni o oligarchie in modo  tribalistico, o militaristico. Si tratta di stati refrattari all’inserimento in nell’ordine internazionale ma che avendo scarsa legittimazione politica e istituzionale interna, sembrano dipendere per la loro stessa esistenza da equilibri e sostegni internazionali. Per questa ragione, è poco plausibile che si arrischino davvero in corse agli armamenti nucleari, o reazioni militari all’affermazione della ‘potenza regionale’ iraniana. Più probabile che cerchino spazi di garanzia della continuità dei loro poteri nel nuovo contesto.

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luglio 15, 2015 at 12:36 pm

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Tsipras, o di un problema di sovranità europea

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I problemi della Grecia, così come quelli degli altri Paesi fortemente indebitati e con gravi carenze in termini di competitività della loro economia, non dipendono dall’austerity e dai sacrifici imposti dalla Troika. Certamente le condizioni a cui è stata subordinata l’assistenza finanziaria delle istituzioni europee e dal Fmi sono state durissime per i cittadini greci. Ma il problema di fondo di quel paese è sempre lo stesso da ben prima della crisi e quello rimane: l’assenza di attività produttive capaci di rendere il paese competitivo, di generare valore aggiunto e dunque ricchezza e benessere per i cittadini greci. Dentro o fuori dall’euro, se non si forma in Grecia un tessuto produttivo efficiente, non ci sarà futuro, se non di indigenza. E una ripartenza è un processo necessariamente spontaneo, non drogato da forme di sostegno politico, passa inevitabilmente per la riduzione di sprechi e l’esposizione alla ‘selezione naturale’ del mercato, a prescindere da ‘diktat’ esterni. E’ probabile che Tsipras ne sia ben cosciente, al di là degli slogan ideologici del suo partito, e che finirà per venir meno alle promesse fatte, adottando piani di liberalizzazione e di deregolamentazione del sistema economico che di certo non sono di sinistra.

Premesso questo, il voto in Grecia ha messo di nuovo in evidenza il ‘problema dei problemi’ generato dall’euro: la cessione di sovranità politica che l’area monetaria impone, per un verso o per un altro. Non bisognerebbe mai dimenticare che i ‘piani di salvataggio’ e i regimi di ‘austerity’ imposti alla Grecia a partire dal 2010 non servivano per fare un favore a quel paese, ma per disinnescare una possibile escalation europea di crisi dei debiti sovrani, capace di far saltare l’unione monetaria. Dopotutto, è per questo che il destino di un piccolo paese, dal Pil analogo a quello del Veneto e dell’Emilia Romagna, è divenuto così cruciale per l’Europa e il mondo intero. Dunque, non si sfugge al dilemma della sovranità: o a cederla sono i paesi in difficoltà, come la Grecia, che si sottomettono ai piani di riforma per ricevere aiuti, oppure sono i paesi forti che devono accettare di assumersi il rischio politico di garantire di fronte ai mercati internazionali per i debiti pubblici dei loro partner meno competitivi e più ‘spreconi’. Il giorno che la Germania garantirà per il debito greco, non vi saranno problemi più di quanti ve ne siano per la credibilità finanziaria della Campania.

E’ vero: ci sono i trattati di Maastricht, e i paesi che li hanno sottoscritti si sono impegnati a far ‘convergere’ le loro economie in modo che si simulassero un’area fiscale comune, pur senza un bilancio comune e un governo centrale. Dunque, per i paesi che non li rispettano, scattano le dovute sanzioni. Ma continuare a sostenere questo punto di vista appare un po’ un esercizio scolastico vuoto, scollegato dalla realtà. I trattati giuridici internazionali risentono di un noto paradosso: tendono ad avere valore solo finché non vengono messi alla prova da esigenze politiche. Al paradosso non sono sfuggiti gli impegni comunitari: dal momento in cui non sono stati rispettati da qualcuno, per non far saltare l’euro si è dovuto ricorrere a successioni di misure “straordinarie”. Si è entrati in una spirale di salvataggi, piani di riforma, fondi salva stati, ‘whatever it takes’ a furia di scontri brutali da ultimo un quantitative easing condizionato politicamente sull’aspetto cruciale della mutualizzazione dei rischi sovrani.  Tutti strumenti politici frutto di negoziati di politica estera brutali, in cui le parti in causa – gli stati Ue – intervengono valutando niente altro che costi e benefici dell’accordo rispetto ai rispettivi elettori e contribuenti.

Alla luce del voto ellenico, i patti con la Troika’ – riforme in cambio di assistenza finanziaria – si sono rivelati una linea politica controproducente, capace al massimo di comprare tempo per l’unione monetaria, ma che ha generato un voto di contestazione e l’ascesa al governo una forza politica con cui ora sarà molto più difficile dialogare. D’altronde poteva succedere diversamente? Qualcuno si aspettava davvero che i greci si trasformassero in pochi anni in liberali cultori di Mises e Hayek? Oggi i liberali denunciano il populismo, ma si possono accontentare che in Grecia ha vinto un (almeno così pare) pragmatico. Se fallisce lui, potrebbe arrivare di molto peggio. In ogni caso, il nocciolo della questione è che Ue e la Bce possono imporre a un governo determinate scelte, ma non hanno modo di determinare il voto dei suoi elettori. Ecco di nuovo il problema della sovranità. Le Istituzioni europee non ne hanno: e finché non ne avranno poco potranno fare contro le decisioni politiche dei paesi membri.

Tsipras, a prescindere dalla validità delle sue ricette politiche ed economiche, costringe i partner europei, e in primo luogo la Germania, a prendere una posizione politica esplicita sul problema della cessione di sovranità. Lo si è visto fin dall’incontro di ieri, tra il presidente dell’eurogruppo Djsselbloem e il ministro dell’economa greco Yanis Varoufakis. 

Il problema è: ha davvero forza negoziale? C’è chi sostiene che oggi l’uscita della Grecia dall’euro – che è, in fondo, la sua unica vera arma negoziale – non comprometterebbe la tenuta dell’unione monetaria. E tuttavia, sarebbe di certo un precedente estremamente importante, di cui è difficile capire la portata, forse capace di mettere in gioco la credibilità dell’area. E’ probabile dunque che il leader greco obbligherà a fare un salto di qualità alle relazioni internazionali tra paesi Ue, spostandole da un piano strettamente giuridico-burocratico – interpretazione ed attuazione dei trattati – a quello, forse più brutale, del negoziato politico esplicito. Si vedrà forse, dunque, finalmente, un po’ di politica europea: negoziati aperti tra paesi sulle scelte comuni, con relative problematiche di gestione del consenso elettorale, interno ai singoli paesi, e alla stessa Unione.

In conclusione, il dilemma  è sempre lo stesso dell’inizio della crisi finanziaria europea nel 2011: che si fa? Le strade sono due: o si procede verso un’unione politica, con mutualizzazione delle risorse e dei rischi, e magari anche con scelte di austerità, ma legittimate da un consenso popolare ‘europeo’ in cui greci, italiani e francesi mettono bocca nelle decisioni di portafoglio dei tedeschi, e viceversa, oppure ognuno per la sua strada di paese sovrano. Entrambe le strade sono legittime, ma non si può scegliere di non scegliere: il voto in Grecia dimostra che la ‘via di mezzo’ dei trattati e delle regole europee non può funzionare all’infinito. Starà ai singoli paesi chiedere conto ai loro elettori quale percorso intraprendere.

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gennaio 26, 2015 at 12:33 pm

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La guerra a Gaza, in ordine sparso

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Qualche considerazione in ordine sparso sulla guerra a Gaza, per riepilogare le mie idee su un conflitto che non mi tocca personalmente più di altri, ma che mi coinvolge mio malgrado, date le implicite accuse morali provenienti da chi condanna apertamente Israele, perché io non lo faccio. Accuse che chi aderisce a quella posizione non può evitare di avanzare, a meno di non incorrere in un’incoerenza moralmente inaccettabile. Qualsiasi giudizio morale totale, infatti, inchioda il giudice al suo scranno: l’indulgenza verso i condannati o verso i loro simpatizzanti o indifferenti, non può che diventare complicità o, alla meglio, giustificazione del loro crimine. E’ tuttavia inutile, oltre che tedioso, difendersi da giudici prigionieri delle loro sentenze, ma vale la pena comunque prendersi la libertà di riflettere sulla questione (come qualsiasi altra), e non lasciare loro il campo troppo libero.

Israele non è intenzionata a interrompere le operazioni militari nella Striscia, “fino a quando – dice Netanyhau – il lavoro non sarà terminato”. È probabile che questa affermazione faccia riferimento a due obiettivi. Il primo è tattico: distruggere tutti i tunnel di Hamas e porre fine al lancio dei razzi verso Israele. È irrilevante se i tunnel abbiano avuto funzione ‘umanitaria’  per bypassare l’embargo e per rifornire Gaza di merci e generi alimentari o anche per far arrivare armi: per Israele queste strutture sono una minaccia perché possono essere usate, e lo sono, come è stato già provato, per scopi militari e offensivi.

Il secondo obiettivo è strategico. E risponde probabilmente alla logica della dissuasione, che potrebbe essere definita ‘dottrina della lezione una volta per tutte‘. Dato per assodato che non ci sono spazi di dialogo con Hamas e alle altre organizzazioni islamiste palestinesi, gli israeliani puntano a infliggere loro un colpo tanto duro da dissuaderle una volta per tutte dal riarmarsi e minacciare Israele, e da rendere per i palestinesi non auspicabile sostenere politicamente Hamas. Alcuni israeliani pensano che questa strategia possa funzionare, come a loro avviso, ha funzionato in Libano dove ritengono che Hezbollah non si sia più ripresa e non abbia più ritrovato consenso dopo la durissima operazione del 2006. Si comprende dunque perché Israele abbia difficoltà a fermarsi prima di aver ottenuto l’effetto desiderato: altrimenti il tutto si risolverebbe nell’ennesimo ‘mowing the grass’, in un indebolimento temporaneo degli islamisti ma non in una loro sconfitta definitiva.

La guerra a Gaza, e in generale il conflitto Israelo-palestinese presenta una peculiare asimmetria di obiettivi e risultati possibili: qualsiasi esito diverso da una ”dissuasione definitiva” dei palestinesi a minacciare Israele, ad esempio un semplice indebolimento degli islamisti, rischia di profilarsi come una vittoria per questi ultimi, e un fallimento o una ‘vittoria di Pirro’ per gli israeliani. Dal punto di vista di Hamas infatti, il solo fatto di essere sopravvissuta a uno degli eserciti più forti al mondo, e di aver mantenuto la capacità di aggregare consenso tra i palestinesi e internazionale rappresenta un successo sostanziale, perché dimostra l’inefficacia delle operazioni israeliane.

Si discute molto del possibile uso di ‘scudi umani’ da parte di Hamas a Gaza. Una tattica denunciata da Israele e bollata come propaganda dai suoi critici.  Ma la questione a ben guardare è priva di senso. Non è detto – come dicono i sostenitori di Israele – che Hamas deliberatamente utilizzi i civili come scudi umani (io tendo a crederlo, e tendo perfino a credere che Hamas assassini i palestinesi per poi far credere che sia stata Israele, ma nutro una profonda antipatia personale per Hamas e gli islamisti*, e tendo a indulgere alla propaganda israeliana).  Occorre tuttavia chiarire un punto: il fatto che vi sia intenzionalità o meno nel ricorso alla  ‘tattica’ degli scudi umani è, di fatto, irrilevante.

Infatti, è ragionevole credere che i leader di Hamas siano consapevoli del fatto che il lancio di razzi su Israele è inutile. Non infligge danni  ai civili israeliani né alla Tsahal. Lo stesso presidente dell’Anp Abu Mazen ha chiesto qualche giorno fa ad Hamas cosa intendesse ottenere con il lancio di razzi. Ora, lanciare attacchi da aree abitate (la striscia di Gaza è abitata dappertutto), sapendo che sono inutili, e che sono la ragione che scatena la reazione nemica, equivale a barricarsi dietro a scudi umani. Infatti, entrambe le scelte implicano un’identica valutazione: che i civili sono del tutto sacrificabili ad altri fini.

Hamas, se lo volesse, potrebbe interrompere immediatamente il massacro di palestinesi innocenti, avviando una vera trattativa di pacificazione con Israele, dando garanzie credibili sulla cessazione definitiva di attacchi e minacce in cambio di richieste accettabili. Una sua apertura in questo senso infatti convergerebbe con l’obiettivo strategico israeliano di garantire una volta per tutte la propria sicurezza. Al contrario è poco plausibile che se Israele rinunciasse a difendersi, e accettasse tutte le condizioni di Hamas, quest’ultima e i palestinesi cesserebbero di minacciare Israele. In ogni caso Hamas, per quanto incapace di rispondere militarmente, rifiuta qualsiasi dialogo. Il modo più semplice per spiegare questo comportamento è prendere sul serio quanto Hamas ha sempre posto come suo obiettivo politico dichiarato: l’eliminazione di Israele.

Rispetto a questa finalità, anche risultati più modesti ma raggiungibili, come il discredito internazionale e l’indebolimento dello stato israeliano, rappresentano comunque successi concreti. Come già scritto: anche il solo sopravvivere ai terribili assalti dell’Idf è per Hamas una vittoria. L’uccisione di civili palestinesi innocenti per mano della Tsahal, in  un contesto di palese squilibrio tra le forze in campo, agevola molto Hamas nel perseguire il suo scopo. La cattiva pubblicità che Israele si fa nella comunità internazionale mietendo vittime innocenti gioca di per sé a favore di Hamas.

Il conflitto israelo-palestinese polarizza l’opinione pubblica occidentale, schierata tra filo palestinesi e filo israeliani. I primi biasimano moralmente Israele per l’eccessivo uso della forza e per il disastro umanitario che le operazioni militari stanno causando a Gaza. E’ indubbio che, dopotutto, gli israeliani sono responsabili (nel senso che è una loro scelta) delle bombe che consegnano agli abitanti della Striscia, islamisti o meno, colpendoli deliberatamente o per errore. Ma una qualsiasi valutazione morale decente, e intellettualmente onesta, non dovrebbe attribuire colpe e responsabilità basandosi sulla contabilità di morti e feriti, ma confrontando moventi e obiettivi politici dei contendenti. Sembra un dato incontrovertibile che Hamas e le altre organizzazioni islamiste non hanno alcuno scrupolo a esporre al massacro vite innocenti per perseguire i loro fini, quando potrebbero far cessare immediatamente l’assalto israeliano, non avendo in ogni caso alcuna possibilità di contrastarlo. D’altronde la Tsahal ha tentato di evitare massacri molto maggiori (che potrebbero senza dubbio esservi stati, se avesse usato ad esempio i metodi di Assad in Siria, che tuttavia non sembrano mai aver infastidito più di tanto i pacifisti per Gaza).

Sembra d’altronde semplicistica la posizione di chi, simpatizzante di Israele, riduce il conflitto con i palestinesi, compresa quest’ultima fase, a una mera questione di ‘diritto alla difesa’, imbastendo improbabili paralleli con ipotetici azioni di difesa italiane contro lanci di razzi dal Canton Ticino. Lo stato israeliano si difende legittimamente, è vero, ma le sue scelte in merito rispondono anche, come avviene in tutte le democrazie liberali, a dinamiche interne di consenso politico. A differenza che in qualunque altra democrazia liberale, tuttavia, la politica e il consenso in Israele sono decisi anche, in modo preponderante, in base alle posizioni di chi aspira a governare in merito alla gestione della questione palestinese. Quanto questo tema condizioni la vita politica israeliana in modo complesso e controverso, lo si può percepire dalle scelte governative sull’espansione delle colonie in Cisgiordania. Espansione che è difficile, anche per chi ha tutta la simpatia verso quel paese, inquadrare in una mera dinamica difensiva.  Per Israele i palestinesi, sia in Cisgiordania che a Gaza, sono una questione di politica interna, anche se molti (ma probabilmente, molto più tra i tifosi occidentali, che tra gli israeliani stessi) vorrebbero relegarla a un più semplice problema di gestione dei rapporti con una facinorosa popolazione oltre confine.

Aggiornamento – La decisione del governo israeliano di ritirare unilateralmente le truppe di terra da Gaza una volta completata la distruzione dei tunnel, sembra coerente con la logica della ‘lezione una volta per tutte’, e mirata a neutralizzare l’asimmetria per cui una tregua avrebbe il carattere di vittoria per Hamas. Una cessazione negoziata dei combattimenti proverebbe che Hamas è sopravvissuta all’offensiva della Tsahal, dimostrandone di fatto l’inefficacia. Così Israele invece, lancia un messaggio politico chiaro, rivolto, presumibilmente soprattutto ai civili di Gaza onde dissuaderli dal sostenere ancora Hamas: di essere l’unico padrone del campo nel loro territorio.

* l’antipatia è un sentimento personale, da non confondere con intolleranza, che è un programma politico: provare antipatia per qualcuno o qualcosa non significa pensare che non debba avere diritti.

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agosto 2, 2014 at 2:42 pm

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Il vicolo cieco ideologico del Movimento 5 stelle

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Il risultato delle elezioni europee per il Movimento 5 stelle non sarebbe troppo penalizzante, se non fosse il Movimento 5 stelle. Infatti, pur avendo subito una netta sconfitta rispetto al Pd, la forza politica di Grillo rimane il secondo partito, con un capitale solido di voti, intorno al 21,5% e con un distacco considerevole rispetto a FI e alle altre forze politiche. Per un altro partito sarebbe una brutta sconfitta elettorale, ma non una tragedia: vi sarebbe comunque una base elettorale solida da cui ripartire. Per i grillini invece è un esito che mette in discussione il senso profondo di tutta l’iniziativa, ed è forse utile provare a comprenderne le ragioni.

Il Movimento 5 stelle, a differenza degli altri partiti, presenta una caratteristica ideologica che, se è stata un tratto capace di aggregare consenso, rende ogni scelta ‘tattica’ (ad esempio aperture parlamentari su provvedimenti), ed ogni verifica elettorale  un  test sui presupposti stessi della propria esistenza. È l’idea della ‘democrazia diretta’, secondo cui il Movimento non rappresenta un elettorato, del quale esprime le esigenze e i valori particolari, ma incarna genericamente  il volere collettivo dei ‘cittadini’, intesi come un unicum collettivo e astratto. Non è una teoria nuova, ma piuttosto una rivisitazione spicciola delle vecchie elucubrazioni di Rousseau sulla volontà popolare,  pur riproposte nei codici e nelle liturgie tecnologiche della ‘democrazia liquida’ e della partecipazione attiva della Rete, inventate da Casaleggio.

Dato questo presupposto ideologico, gli attivisti e i politici del Movimento 5 stelle, sono obbligati, loro malgrado, per coerenza, a non riconoscere la legittimità  degli altri partiti. Per una forza che rivendica il ruolo di unica e autentica espressione della volontà popolare, infatti, non vi è ragione che ne esistano altre alternative. Per definizione, queste non rappresentano i cittadini, ma entità a loro estranee, che inevitabilmente minacciano la società civile, il bene comune, per soddisfare loro interessi. I partiti, nella narrativa grillina, diventano così facciate politiche di non meglio precisati e minacciosi ‘poteri forti’, che perseguono oscuri disegni criminali di dominio a danno dei cittadini inermi: le banche, le multinazionali, il FMI, i massoni, il Gruppo Bilderberg, la mafia.

Il gioco democratico, fatto di concorrenza tra diverse proposte politiche, nella logica della “democrazia a 5 stelle” è dunque inutile, e perfino dannoso.  E proprio per questa sua cifra assolutistica,  nell’orizzonte ideologico del Movimento, una sconfitta netta nella competizione elettorale rappresenta un esito paradossale, un “impossibilità teorica”. Come può, chi afferma di essere “cittadino portavoce”, venire bocciato dalla cittadinanza stessa?  Laddove per un altro partito, un risultato elettorale, anche molto negativo non implica la messa in discussione  del complesso dei propri valori, nel caso del grillismo diviene dunque una falsificazione dei fondamenti stessi della propria identità.

Non sorprende ora che Beppe Grillo, nel suo  primo commento dopo il risultato delle urne, se la prenda con gli elettori, “generazioni di pensionati che forse non hanno voglia di cambiare” e “preferiscono stare così”. Non è la solita battuta del comico populista, ma una considerazione imposta dalla gabbia ideologica in cui si è rinchiuso con le sue mani. A sbagliare non può essere stato il movimento depositario della Verità civile, devono per forza essere stati i cittadini, “illusi”, “irretiti”, “manipolati” dalla Casta, o troppo vecchi e conservatori, e incapaci di comprendere la verità rivelata dai meet up e dal blog di Grillo e Casaleggio.

Il Movimento 5 stelle dovrà, per forza di cose, se vuole sopravvivere politicamente, trovare una via di uscita dal vicolo cieco ideologico in cui si è cacciato. I prezzi da pagare per gli attivisti del movimento sono due. Il primo è concreto: la costruzione di un vero progetto politico, con valori e obiettivi dichiarati. Il secondo è più traumatico: rinunciare al ruolo di ‘portavoce’ unici depositari del Popolo sovrano, e accettare di essere cittadini qualsiasi che fanno politica, come ce ne sono tanti. @leopoldopapi

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maggio 26, 2014 at 7:39 pm

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The less hypocritical than thou game (sulla Crimea e il Kosovo)

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In cosa consiste, con buone argomentazioni, lo spiega Daniel W. Drezner, columnist del Guardian qui. Ma la tentazione del Less hypocritical than thou game sembra irresistibile, quando riguarda gli Stati Uniti. O meglio il gioco riguarda solo, generalmente, gli Stati Uniti, insieme a un paio di altri soggetti:  Israele, l’Occidente (a guida Stati Uniti) se si rimane in tema geopolitico; il capitalismo, il mercato, i ricchi, nelle versioni socioeconomiche. Rimanendo sul tema, ecco le regole del gioco elencate da Drezner:

Contrarians and critics of American foreign policy like to play a game called Less Hypocritical Than Thou. The rules are simple:

Rule No 1: seek out the narrative about a global crisis triggered by some “bad” international actor;

Rule No 2: point out the ways in which the US has done the very same thing at some point in recent history;

Rule No 3: stress the need to perceive world politics from another point of view;

Rule No 4: revel in the hypocrisy of your intellectual adversaries;

Il less hypocritical than thou game emerge inevitabilmente, prima o poi, nelle discussioni su temi di politica internazionale, e di economia.  Affrontarlo non è facile, perché di solito le confutazioni di analogie che appaiono immediate richiedono argomenti complessi, non altrettanto impressionanti. Sulla questione ‘Kosovo – Crimea differenze e somiglianze’, l’articolo di Drezner sottolinea alcuni argomenti forti. Tra questi ve ne sono molti di carattere giuridico, come la risoluzione dell’Onu che giustificò l’intervento della Nato, e altri descritti dall’analista.

Ma l’aspetto che mi sembra più rilevante è di carattere sociale: l’intervento in Kosovo è arrivato dopo qualche anno di scontri sanguinosi ed episodi di violenza terribile per l’autonomia, e svariati tentativi di soluzione diplomatica della crisi. Invece in Crimea il referendum è arrivato in un momento di tranquillità, senza alcun tentativo precedente di negoziare il passaggio alla Russia, e in uno stato di occupazione di fatto da parte di quest’ultima (e complimenti a Putin per la furbizia politica).  Vi furono in Kosovo benefici:  l’intervento Nato aiutò la stabilizzazione politica dell’area, e soprattutto consentì la graduale cessazione delle violenze, fino alla ‘dichiarazione d’indipendenza’ di quel paese. E’ possibile – non sono in grado di rispondere – che ne siano derivati anche benefici per gli interessi particolari degli Stati Uniti, ma tutto sommato questo è un aspetto di stretto interesse geopolitico.

In Crimea il passaggio alla Russia sarà invece probabilmente la premessa di altre crisi e instabilità e violenze, di cui è difficile prevedere i  risvolti politici e la portata. Putin, che non è affatto sprovveduto, lo sa, e al di là delle considerazioni giuridiche e geopolitiche, è questo elemento di forte irresponsabilità che caratterizza l’iniziativa russa in Crimea e in Ucraina, mi pare, il vero fattore discriminante rispetto all’intervento occidentale in Kosovo. Fattore che evidenzia anche l’irresponsabilità, per fortuna meno pericolosa, di chi gioca al less hypocritical than thou game.

Written by trial & error

marzo 20, 2014 at 8:04 pm

Pubblicato su politics

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