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Che cosa ha fatto Eni con Report

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Ci sono molti commenti, anche autorevoli, sulla vicenda delle risposte di Eni in diretta  Twitter, sulla puntata di Report di domenica scorsa.  C’è anche chi, nel mondo degli esperti di comunicazione e social media, parla di ‘rivoluzione’ nel modo di fare ufficio stampa e comunicazione aziendale.

Sembrano però valutazioni marginali, rispetto a ciò che è effettivamente accaduto. Eni e il suo direttore comunicazione Marco Bardazzi hanno introdotto il contraddittorio in un programma giornalistico a tesi, spacciato per programma di inchieste.

Colta di sorpresa, Milena Gabanelli ha reagito con il solito riflesso condizionato, sottolineando di aver invitato Eni a dire la sua nella preparazione del programma. Così facendo ha però solo evidenziato la propria indisponibilità a sostenere un contraddittorio imparziale, e cioè in diretta, davanti alla ‘giuria’ dei telespettatori, e dove non può ‘controllare’ in postproduzione gli interlocutori. Twitter ha offerto invece all’Eni un campo neutro dove poter imbastire una vera e propria difesa e smentire le insinuazioni del programma. Un surrogato social di contraddittorio, ma sempre meglio di niente.

La verità oggettiva esiste, ma, come sanno bene gli scienziati e gli avvocati, è il risultato di un esame costante delle evidenze disponibili in un contesto di regole pubbliche e imparziali. Gli scienziati fanno esperimenti replicabili da chiunque, cercando di creare condizioni di laboratorio il più possibile neutre; nei processi giudiziari dei paesi civili, la costruzione delle prove deve per definizione avvenire in aula pubblica, attraverso il confronto di accusa e difesa in contraddittorio e in presenza di un giudice terzo.

La questione dunque non è stare dalla parte di Eni o di Report. Il caso di domenica scorsa ha evidenziato la pratica squallida di costruire teoremi accusatori non circostanziati assemblando in postproduzione spezzoni di documenti e interviste funzionali alla tesi. Una pratica simile sarebbe considerata disonesta e non credibile in ambito scientifico o giudiziario. Non c’è motivo per cui lo stesso non debba avvenire nel giornalismo, che condivide con quei due ambiti la ricerca della verità, se pur per lo scopo diverso di fare informazione.

Non è vero che nel giornalismo il contraddittorio non si può fare: si può eccome, specie in quello televisivo, mettendo a confronto i teoremi di inchiesta con le eventuali argomentazioni e prove difensive di fronte a milioni di telespettatori. Il problema è che la credibilità di Report e del suo “giornalismo di inchiesta” potrebbe uscirne con le ossa rotte.

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Written by trial & error

dicembre 17, 2015 a 7:25 am

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