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Landini, o della sinistra timida

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Obiettivo della ‘coalizione sociale’, lanciata dal capo della Fiom Maurizio Landini è, come lui stesso ha affermato oggi da Lucia Annunziata, “riunificare il mondo del lavoro”.

Che cosa voglia intendere con queste dichiarazioni vaghe è difficile capirlo. L’impressione è che il sindacalista-politico (giacché a suo dire il sindacato è un soggetto che deve fare politica) si mantenga, almeno per ora, un po’ nell’indeterminatezza, e non si capisce perché. Da uno che, nelle aspettative di molti, dovrebbe rifondare la sinistra e costruire un nuovo messaggio politico genuinamente di sinistra, ci si aspetterebbe qualcosa di più: proposte e progetti chiari.

D’altronde, non è difficile immaginare quali dovrebbero essere. Landini, come nella grande tradizione della sinistra, considera il ‘lavoro’ lo scopo delle attività economiche e della società. Non produrre beni o servizi, ma proprio questa cosa quì: creare e garantire ‘lavoro’. Ovvero, assegnare agli individui delle mansioni, in cambio delle quali occorre che ricevano una paga equa, senza diseguaglianze.  Ora, il problema, per l’uomo di sinistra, è che le imprese private spesso non lo fanno, perché sono guidate a suo avviso da un altro fine assai iniquo e in contrasto con quello del dar lavoro: il profitto, l’aumento dei ritorni di capitale investito, riducendo al massimo i costi sostenuti per l’attività, e quindi anche gli stipendi e le tutele per i lavoratori.

Per l’uomo genuinamente di sinistra gli imprenditori sono insomma inevitabilmente dei soggetti pericolosi e dannosi per la società, perché tendono a sfruttare gli altri per arricchirsi, e per massimizzare i propri benefici personali. Sì, ci sono casi di ‘imprese illuminate’ dove i capitalisti mostrano sensibilità sociale e solidarietà verso i più deboli, ma si tratta di casi individuali isolati, e anche questi comunque non sfuggono alla logica egoistica del profitto, non fanno cioè impresa solo per dare lavoro, se non hanno almeno un minimo ritorno economico.

Da uno che si propone di rifondare la sinistra e la società come Landini, ci si aspetterebbe dunque, prima di tutto una proposta radicale: abolire le imprese e riportare la creazione e la gestione del lavoro in capo allo Stato, democraticamente eletto dai Lavoratori. Perché, c’è da chiedersi fuor di polemica, se si considera che le imprese sono le realtà nocive che impediscono il dispiegarsi di una società in cui c’è la piena ed equa occupazione, non andare dritti al punto e sopprimerle? Non sarebbe tutto più semplice? Non ci si sentirebbe tutti più garantiti a sapere che il nostro lavoro non dipende più da questi egoisti intermediari sociali che sono le imprese, ma dallo Stato garante dell’interesse collettivo?

Sarebbe un bel programma di sinistra: coerente, dichiarato, spavaldo. Sarebbe il comunismo, diciamocelo. Invece no: Landini, e in generale gli amici di sinistra si affannano in denunce appassionate sui ‘diritti che vengono calpestati’ sulla ‘colpa del liberismo’ sul ‘capitalismo che genera diseguaglianze’, ma sul fronte delle ricette da mettere in campo tentennano, si impappinano. Parlano di redditi minimi o di cittadinanza, di tutele dei lavoratori contro gli sfruttatori, ma non fanno mai il grande passo di portare alle logiche conseguenze il loro pensiero, e costruire un progetto politico che apertamente punti a eliminare alla radice ‘la causa’ di tutti i mali sociali.

A sinistra forse si soffre di timidezza, e Landini, almeno dalle sue prime esternazioni ‘da politico’ non sembra esserne immune: ci si interroga morettianamente su cosa è di sinistra, ci si gira intorno, ci si commuove alle tavolate delle feste solidali, ma poi quando si passa alle proposte si ha timore delle conseguenze del proprio pensiero. Oppure si ha consapevolezza che le proprie ricette sono assurdità, ma a proporle ci si sente più buoni, e magari si prende qualche voto e ci si costruisce pure sopra una piccola carriera politica.

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marzo 15, 2015 at 6:33 pm

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La farsa del negoziato sulla Grecia

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Scrive Fabrizio Goria su Panorama, in un articolo in cui fa il punto sui negoziati tra Grecia e ‘ex troika’:

Delle due l’una: o si adottano riforme strutturali in modo serio, con il rischio di perdere il consenso politico, o Tsipras e Varoufakis dovranno fare i conti con le casse dell’erario, sempre più risicate

Il problema insomma è quello di sempre: le riforme strutturali in Grecia sono necessarie, se non altro per mantenere attive le linee di credito che servono per sopravvivere. Ma più in generale, l’aggiustamento per i greci, che come si ricorda spesso, ‘per anni hanno vissuto al di sopra delle loro possibilità’, a una condizione economica più consona alle loro possibilità, è inevitabile. Che sia attraverso uscita dall’euro (con conseguente default traumatico) o attraverso le misure di austerità, la disintossicazione dalle passate sbronze di spesa pubblica indiscriminata è inevitabile e dolorosa.

Ciò premesso, bisognerebbe prendere atto che, in Grecia, le riforme strutturali non sono attuabili, non nel breve termine richiesto dalle regole fiscali prescritte dai trattati europei. Non lo sono per ragioni complesse: non è possibile riformare a tavolino o in pochi anni un tessuto sociale organizzato storicamente sulla distribuzione politica di rendite, dove financo le abitudini e i comportamenti individuali più personali sono calibrati sulla logica del privilegio come ‘diritto acquisito’. Lo vediamo bene in Italia, e in Grecia, da quel che si capisce, è molto peggio. Realisticamente, la Grecia è dunque irriformabile, nel breve termine, full stop. Sostenere il contrario è un po’ vivere di teorie astratte. Qualsiasi tentativo di riforma incisiva in quel paese – come nel nostro, d’altronde – se non affiancato da misure di sostegno sociale per dare sollievo alle persone più duramente colpite dalla sua applicazione (a meno che non si decida di ammazzarli o rinchiuderli, in quanto beneficiari di passati sprechi), innesca un processo di aggregazione di consenso democratico intorno a forze politiche populiste e conservative, che tendono a fermare le riforme stesse e mantenere lo status quo.

L’insistenza sulla necessità di riforme credibili, capaci di attivare la ‘mano invisibile’ dello sviluppo di mercato, e creare dunque i presupposti per la crescita, alla luce di questa considerazione, appare un esercizio giornalistico e accademico, (o politico-burocratico, nella prospettiva della troika) piuttosto autoreferenziale. D’altronde, ci sarebbe di che scommettere che nessun liberale di coscienza, o anche il presidente dell’eurogruppo Dijsselbloem, o il ministro delle finanze tedesco Schäuble, sia davvero in cuor suo convinto che in Grecia si possa avviare a comando un processo riformatore davvero efficace, sostenuto dal consenso popolare.

Realisticamente, per quanto possano apparire incredibili, le uniche ‘soluzioni’ per la vicenda greca sono due: l’uscita del paese dall’euro, o il suo ‘assorbimento’ in un soggetto politico più grande, europeo. Per questa ragione, la vera questione sollevata dalla Grecia non è la credibilità della Grecia (che non c’è mai stata su, i mercati si sono calmati per altre ragioni – Bce, cessione del debito a istituzioni – non grazie alle riforme imposte dalla troika) ma la credibilità dei trattati europei. Che sono credibili in quanto presupposto di un processo di integrazione politica europea, e viceversa non lo sono come sistema di regole con l’assurdo obiettivo di simulare a tempo indeterminato un’unione fiscale tra stati sovrani, in un quadro di situazioni e interessi nazionali, economici, politici, e perfino geopolitici contrastanti, e talvolta contrapposti.

La grande farsa della vicenda greca non è il comportamento di un leader populista – oggetto di facili derisioni dagli osservatori liberali – che legittimamente tratta e difende le sue posizioni, per quanto assurde, ma il prendere sul serio il teatrino di un negoziato in cui per evitare di toccare il problema vero – l’integrazione, appunto, politica e fiscale europea, con relative cessioni di sovranità e condivisioni di responsabilità, oppure la presa d’atto formale che tale integrazione non è perseguibile – e continuare a parlare di ‘riforme strutturali’ in un piccolo paese, le quali non sono, in questo contesto, realisticamente attuabili.

@leopoldopapi

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marzo 11, 2015 at 1:06 pm

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