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Le tre opzioni di Varoufakis: inferno sovrano, inferno commissariato, o provare a spuntare un’Europa più unita

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Scrive l’economista Alberto Bisin, commentando un editoriale sul New York Times del ministro delle finanze greco Yanis Varoufakis:

I teorici dei giochi chiamano questa situazione inconsistenza temporale (Varoufakis lo sa certamente): avere risorse e tempo senza vincoli porterebbe il Paese a continuare per la strada intrapresa da anni ormai, cioè quella di non affrontare le riforme necessarie alla crescita, nell’attesa irresponsabile di aiuti esterni che permettano di evitarle.

Non c’è dubbio che la ricetta di Syriza per la Grecia sia una minestra a base di spesa pubblica e redistribuzione, di riproposizione delle scelte che hanno portato il paese sul baratro. Che lo hanno condotto ad avere un debito enorme, e un’economia fragilissima e in larga misura improduttiva. Bisogna sempre aver ben chiaro che le condizioni di miseria in cui si sono ritrovati i cittadini greci da qualche anno a questa parte, sono l’inevitabile riaggiustamento degli sprechi passati, e non sono colpa della troika, né del liberismo, né di nessuno.

Tuttavia è forse utile provare a ‘vestire i panni’ di Varoufakis, in questi giorni di difficile negoziato politico con le istituzioni europee e col Fmi, e valutare le sue opzioni:

  • Sottomettersi al memorandum della troika, pur ottenendo qualche beneficio (dilazioni programmi, più flessibilità, ecc.). Lo stato greco avrebbe un po’ di ossigeno, ma non vi sarebbero probabilmente benefici immediati e concreti delle condizioni di vita dei cittadini greci. Varoufakis tradirebbe il mandato degli elettori, che forse, si rivolgerebbero a forze politiche ancora più radicali, come i nazisti di Alba dorata. I Greci sono indolenti e sprovveduti? Forse, ma votano. E finché lo fanno occorre prenderne atto, anche nelle assemblee di Bruxelles.
  • Grexit: uscire dall’euro (in un modo o nell’altro), con tutti i disastri che comporta in termini di svalutazione, di collasso del sistema finanziario, di isolamento sui mercati internazionali,  e di distruzione definitiva di quel che resta del tessuto economico greco produttivo (i famosi produttori di yogurt). I greci non avrebbero verosimilmente di che mangiare, per la debolezza del sistema produttivo interno, e per l’impossibilità a comprare all’estero prendendo a prestito.

Come si può constatare, entrambe le alternative hanno conseguenze pesantissime per i greci, e per le loro vite individuali. E’ vero che, se verranno applicate le prescrizioni della troika, e si creeranno le condizioni di legalità, garanzia dei diritti di proprietà e le appropriate liberalizzazioni, in qualche anno ‘la mano invisibile’ farà forse il suo dovere, riportando il paese alla prosperità. Ma è difficile credere che succederà: molto più probabile che i greci si avvitino molto prima in una spirale di populismi beceri e di terremoti istituzionali che non permetteranno mai alle forze del mercato di dispiegarsi, passando da una padella socialisteggiante à la Tsipras, a una brace nazionalisteggiante stile, appunto, Alba dorata.

E’ plausibile ritenere che Varoufakis, al di la delle retoriche folkloristiche del suo partito, abbia chiara  questa situazione, e agisca valutandone semplicemente costi e benefici politici. Comunque vada, per i greci sarà durissimo, e dunque, perché non puntare sull’azzardo totale? Di fatto l’obiettivo di Syriza – anche se oggi si chiuderà un accordo, il problema si ripresenterà tra qualche mese, e dunque l’obiettivo rimarrà valido – è costringere i paesi dell’euro a mutualizzare il debito greco, avviando sostanzialmente un processo di cessione di sovranità e di integrazione politica. D’altronde, è lo stesso Varoufakis ha dichiararlo, se pur nel linguaggio metaforico ‘vendoliano’ proprio della sua area politica.

Tutta la questione è trovare nuovi moventi. Scoprire un nuovo approccio mentale che vada oltre le divisioni nazionali, dissolva la distinzione tra debitori e creditori favorendo una prospettiva pan-europea e metta il bene comune degli europei al di sopra delle politiche-feticcio e dei dogmi che si sono dimostrati tossici se applicati in modo universale”.

A quale altro ‘nuovo movente’ può alludere il ministro greco, se non quello di una politica economica comune, ‘una prospettiva pan-europea’? La questione è tutta politica, dal suo punto di vista, e passa per il superamento dell’attuale “simulazione” di unione politica e fiscale prevista dai trattati, per arrivare a una qualche forma di condivisione dei debiti e di cessione di sovranità dei paesi euro. Sul piano economico, una integrazione europea relegherebbe forse definitivamente la Grecia alla condizione di arretratezza propria delle aree che vivono di assistenzialismo, un po’ come avviene per il Mezzogiorno italiano, ma tant’è almeno si tira a campare a spese dei virtuosi del Nord, e al riparo dai famigerati ‘mercati’.

‘When in trouble, go big’, recita il proverbio. Cercare di ‘salvare la Grecia’ puntando a generare un processo di integrazione politica europea, può essere un delirio fantapolitico, ma se le alternative sono tra un inferno commissariato dalla troika, o un inferno sovrano fuori dall’euro, perché non provare?

@leopoldopapi

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febbraio 17, 2015 a 5:07 pm

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