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Archive for gennaio 2015

Rispettare le culture, come rispettare i sassi

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Due parole sulla faccenda del rapporto con altre ‘culture’ e le loro usanze, a distanza di 3 settimane dall’attacco a Charlie Hebdo. Le culture vanno rispettate, si dice. Questa frase non ha significato, a pensarci bene. Si rispettano le persone, non le culture. Le culture sono qualcosa di privo di vita quanto lo sono le pietre, e affermare che vanno rispettate ha senso quanto sostenere che vadano rispettati i sassi.

Si rispettano, dunque, le persone. Questo aspetto differenzia ciò che chiamiamo ‘Occidente’ da altre comunità. Quelle occidentali sono società dove nessun ‘valore’ viene elevato a legge di convivenza, salvo la tutela delle libertà individuali. Per chiarire meglio la questione, bisognerebbe smettere di parlare di Occidente e non occidente (Islam, Cina o altro che sia). Molto più produttivo ricorrere alla distinzione tra ‘società aperta’ e società chiuse. La prima: un contesto giuridico che ha l’obiettivo di garantire l’autodeterminazione dell’individuo, senza entrare nel merito dei suoi fini e dei suoi desideri. Le altre: comunità – come le tribù o la teocrazia iraniana – organizzate secondo ideologie o dottrine che prescrivono invece come l’individuo si deve comportare, e qual è il suo ‘posto’ nella società.

L’Occidente è, appunto, o almeno è la cosa più simile esistente a una società aperta plurale, in cui le istituzioni e leggi si sono evolute per cercare di limitare la concentrazione del potere nelle mani di uno o di pochi, in modo che nessuno possa sopraffare gli altri e dunque condizionarne le scelte. Dunque, non ha molto senso parlare di ‘cultura occidentale’: nelle società occidentali esistono (o almeno, per la legge è così) tante culture quanti sono gli individui, che hanno diritto di cittadinanza finché non disturbano i loro simili.

Vi sono culture che invece non rispettano le persone, e sostengono che le libertà e le aspirazioni individuali debbano essere subordinate a ‘disegni collettivi’ più grandi. Il paradosso è che il ‘disegno collettivo’ si traduce puntualmente, ed è inevitabile che accada, in dominio arbitrario di pochi su tutti gli altri, con relative vessazioni e abusi. L’esempio più immediato sono le comunità islamiste, dove barbuti ayatollah tiranneggiano a furia di improbabili sharie, ma c’è anche l’autoritarismo cattolico, spesso altrettanto vessatorio, se pur ben celato sotto i toni piagnucolosi e mansueti dei prelati. C’è il ‘socialismo’, a cui ancora qualcuno aderisce, e di cui tanti hanno nostalgia. Mostrare quanto tali ‘culture’ siano miserabili, e svelare i personaggi meschini che si celano dietro le auree solenni dei loro armamentari rituali è necessario. Anzi, è un dovere civico. Il rischio altrimenti, è che in nome del rispetto, ne venga legittimata la violenza.

@leopoldopapi

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gennaio 30, 2015 at 5:43 pm

Tsipras, o di un problema di sovranità europea

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I problemi della Grecia, così come quelli degli altri Paesi fortemente indebitati e con gravi carenze in termini di competitività della loro economia, non dipendono dall’austerity e dai sacrifici imposti dalla Troika. Certamente le condizioni a cui è stata subordinata l’assistenza finanziaria delle istituzioni europee e dal Fmi sono state durissime per i cittadini greci. Ma il problema di fondo di quel paese è sempre lo stesso da ben prima della crisi e quello rimane: l’assenza di attività produttive capaci di rendere il paese competitivo, di generare valore aggiunto e dunque ricchezza e benessere per i cittadini greci. Dentro o fuori dall’euro, se non si forma in Grecia un tessuto produttivo efficiente, non ci sarà futuro, se non di indigenza. E una ripartenza è un processo necessariamente spontaneo, non drogato da forme di sostegno politico, passa inevitabilmente per la riduzione di sprechi e l’esposizione alla ‘selezione naturale’ del mercato, a prescindere da ‘diktat’ esterni. E’ probabile che Tsipras ne sia ben cosciente, al di là degli slogan ideologici del suo partito, e che finirà per venir meno alle promesse fatte, adottando piani di liberalizzazione e di deregolamentazione del sistema economico che di certo non sono di sinistra.

Premesso questo, il voto in Grecia ha messo di nuovo in evidenza il ‘problema dei problemi’ generato dall’euro: la cessione di sovranità politica che l’area monetaria impone, per un verso o per un altro. Non bisognerebbe mai dimenticare che i ‘piani di salvataggio’ e i regimi di ‘austerity’ imposti alla Grecia a partire dal 2010 non servivano per fare un favore a quel paese, ma per disinnescare una possibile escalation europea di crisi dei debiti sovrani, capace di far saltare l’unione monetaria. Dopotutto, è per questo che il destino di un piccolo paese, dal Pil analogo a quello del Veneto e dell’Emilia Romagna, è divenuto così cruciale per l’Europa e il mondo intero. Dunque, non si sfugge al dilemma della sovranità: o a cederla sono i paesi in difficoltà, come la Grecia, che si sottomettono ai piani di riforma per ricevere aiuti, oppure sono i paesi forti che devono accettare di assumersi il rischio politico di garantire di fronte ai mercati internazionali per i debiti pubblici dei loro partner meno competitivi e più ‘spreconi’. Il giorno che la Germania garantirà per il debito greco, non vi saranno problemi più di quanti ve ne siano per la credibilità finanziaria della Campania.

E’ vero: ci sono i trattati di Maastricht, e i paesi che li hanno sottoscritti si sono impegnati a far ‘convergere’ le loro economie in modo che si simulassero un’area fiscale comune, pur senza un bilancio comune e un governo centrale. Dunque, per i paesi che non li rispettano, scattano le dovute sanzioni. Ma continuare a sostenere questo punto di vista appare un po’ un esercizio scolastico vuoto, scollegato dalla realtà. I trattati giuridici internazionali risentono di un noto paradosso: tendono ad avere valore solo finché non vengono messi alla prova da esigenze politiche. Al paradosso non sono sfuggiti gli impegni comunitari: dal momento in cui non sono stati rispettati da qualcuno, per non far saltare l’euro si è dovuto ricorrere a successioni di misure “straordinarie”. Si è entrati in una spirale di salvataggi, piani di riforma, fondi salva stati, ‘whatever it takes’ a furia di scontri brutali da ultimo un quantitative easing condizionato politicamente sull’aspetto cruciale della mutualizzazione dei rischi sovrani.  Tutti strumenti politici frutto di negoziati di politica estera brutali, in cui le parti in causa – gli stati Ue – intervengono valutando niente altro che costi e benefici dell’accordo rispetto ai rispettivi elettori e contribuenti.

Alla luce del voto ellenico, i patti con la Troika’ – riforme in cambio di assistenza finanziaria – si sono rivelati una linea politica controproducente, capace al massimo di comprare tempo per l’unione monetaria, ma che ha generato un voto di contestazione e l’ascesa al governo una forza politica con cui ora sarà molto più difficile dialogare. D’altronde poteva succedere diversamente? Qualcuno si aspettava davvero che i greci si trasformassero in pochi anni in liberali cultori di Mises e Hayek? Oggi i liberali denunciano il populismo, ma si possono accontentare che in Grecia ha vinto un (almeno così pare) pragmatico. Se fallisce lui, potrebbe arrivare di molto peggio. In ogni caso, il nocciolo della questione è che Ue e la Bce possono imporre a un governo determinate scelte, ma non hanno modo di determinare il voto dei suoi elettori. Ecco di nuovo il problema della sovranità. Le Istituzioni europee non ne hanno: e finché non ne avranno poco potranno fare contro le decisioni politiche dei paesi membri.

Tsipras, a prescindere dalla validità delle sue ricette politiche ed economiche, costringe i partner europei, e in primo luogo la Germania, a prendere una posizione politica esplicita sul problema della cessione di sovranità. Lo si è visto fin dall’incontro di ieri, tra il presidente dell’eurogruppo Djsselbloem e il ministro dell’economa greco Yanis Varoufakis. 

Il problema è: ha davvero forza negoziale? C’è chi sostiene che oggi l’uscita della Grecia dall’euro – che è, in fondo, la sua unica vera arma negoziale – non comprometterebbe la tenuta dell’unione monetaria. E tuttavia, sarebbe di certo un precedente estremamente importante, di cui è difficile capire la portata, forse capace di mettere in gioco la credibilità dell’area. E’ probabile dunque che il leader greco obbligherà a fare un salto di qualità alle relazioni internazionali tra paesi Ue, spostandole da un piano strettamente giuridico-burocratico – interpretazione ed attuazione dei trattati – a quello, forse più brutale, del negoziato politico esplicito. Si vedrà forse, dunque, finalmente, un po’ di politica europea: negoziati aperti tra paesi sulle scelte comuni, con relative problematiche di gestione del consenso elettorale, interno ai singoli paesi, e alla stessa Unione.

In conclusione, il dilemma  è sempre lo stesso dell’inizio della crisi finanziaria europea nel 2011: che si fa? Le strade sono due: o si procede verso un’unione politica, con mutualizzazione delle risorse e dei rischi, e magari anche con scelte di austerità, ma legittimate da un consenso popolare ‘europeo’ in cui greci, italiani e francesi mettono bocca nelle decisioni di portafoglio dei tedeschi, e viceversa, oppure ognuno per la sua strada di paese sovrano. Entrambe le strade sono legittime, ma non si può scegliere di non scegliere: il voto in Grecia dimostra che la ‘via di mezzo’ dei trattati e delle regole europee non può funzionare all’infinito. Starà ai singoli paesi chiedere conto ai loro elettori quale percorso intraprendere.

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gennaio 26, 2015 at 12:33 pm

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Cosa si intende quando si dice ‘difendere la libertà’

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E’ un tema centrale, su cui si litiga molto, scambiandosi reciproche accuse di ipocrisia, perché ognuno considera la libertà sacrosanta finché non offende le sue convinzioni, interessi o sentimenti. Non appena succede però, iniziano i distinguo, le ambiguità e le polemiche.

La libertà, di solito, viene intesa come una astratta nozione positiva: libertà di fare, di dire, di agire e in generale di scegliere arbitrariamente. I paradossi che ne conseguono sono evidenti e si manifestano immediati, perché nel concreto desideri, opinioni e intenzioni di persone diverse entrano in conflitto, sempre.  Tale libertà assoluta, che forse esiste in un qualche inconoscibile empireo platonico, nella dimensione della convivenza, dove le scelte personali sono inevitabili, non è praticabile: prima o poi i desideri e i bisogni miei entrano in contrasto con i tuoi, o quelli di qualcun altro.

Constatando evidentemente questa incresciosa situazione, qualcuno ha avuto l’idea – la storia di chi l’ha messa a punto è lunga, e lasciamola agli accademici: si va da Socrate a Hume, Montesquieu, Hayek, per dare qualche riferimento sommario – di rinunciare ad aspirare alla ‘libertà positiva assoluta’, e porsi l’obiettivo più modesto realistico di provare a garantire una libertà “negativa”: far sì cioè che, attraverso alcuni espedienti istituzionali – per esempio: affidare allo stato il monopolio della violenza; assoggettare il potere di chi governa ai limiti dello stato di diritto, rendere possibile cacciare con il voto e senza sangue i governanti – nessun individuo o fazione possa prendere il sopravvento sugli altri, e tutti in questo contesto possano perseguire i propri fini, senza che gli altri ci mettano il naso.

Quando due uomini sterminano a colpi di AK-47 alcuni loro simili perché ridicolizzano le loro convinzioni, puntano proprio a sovvertire questa condizione. Incidentalmente, i due killer di Charlie Hebdo vorrebbero obbligare tutti a sottomettersi alle regole della sharia, ma vi sono stati tanti casi, nella storia, di ‘fazioni’ che hanno tentato di imporre le loro regole, dai fanatici cristiani, ai totalitari di vario colore del novecento.

“Difendere la libertà” significa dunque proteggere il complesso sistema di salvaguardie legali e istituzionali che riducono la possibilità che qualcuno acquisti troppo potere su gli altri. E’ una faccenda molto pragmatica: infatti questa condizione è altrettanto artificiale quanto lo è un ponte, o un impianto medico per respirare: come quelli, richiede manutenzione continua alle sue strutture e meccanismi per metterla al riparo da forze che potrebbero distruggerla.

Vi sono ideologie che ritengono detestabile questa forma di convivenza basata sul riconoscimento della parzialità di scopi e di credenze, e vorrebbero rimpiazzarla con altre più disciplinate secondo i loro dogmi, religiosi o magari laici (in ogni caso indiscutibili). Ridicolizzare queste idee e i loro fautori, contrastarli, reagire anche con durezza e cinismo alle loro iniziative non è ipocrita, è necessario per evitare che prendano il sopravvento.

@leopoldopapi

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gennaio 14, 2015 at 9:11 pm

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Solo i musulmani possono sconfiggere l’integralismo

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Oggi Emma Bonino, intervistata da La Stampa, a una domanda sulla necessità di una reazione interna al mondo musulmano all’integralismo, ha risposto:

Non c’è dubbio che la reazione del mondo musulmano è fondamentale. Sinora è sempre mancata, ed è molto più difficile che si manifesti nei paesi islamici, forse perché, non avendo diritti di cittadinanza, i cittadini di qui Paesi non si rendono ben conto che gli attentati terroristici in Occidente hanno proprio i musulmani come obiettivo finale. Perché i terroristi si propongono di distruggere anche la loro, di civiltà. Se potessimo guardare anche all’attentato terroristico a Charlie Hebdo con gli occhi di un egiziano, di un algerino, o più ancora di un siriano, vedremmo, o per meglio dire ci ricorderemmo che i terroristi da noi commettono gesti efferati ma esemplari, su obiettivi a forte carica simbolica, ma furi dall’Occidente uccidono musulmani a migliaia. E ogni giorno.

E ancora, Bonino:

Da noi, quando la reazione si è manifestata timidamente, come hanno fatto i giovani islamici scesi in piazza contro l’Is a Milano lo scorso settembre, non hanno trovato grande eco. Nessuno se li è filati, per dirla chiara. Né i media, ne la politica, ed erano comunque proteste numericamente esigue. Qui c’è una responsabilità nostra, molti di loro non vengono riconosciuti ne legalizzati, sentono solo che nei loro confronti c’è un ondata razzista.

Ecco il nocciolo della questione: finché non si affermerà, nel mondo islamico, un movimento di contestazione del fondamentalismo, non ci sarà modo di venirne a capo. Non è che nel mondo di musulmani moderati non ce ne siano, o che manchi la gente sana di mente che crede in Allah, ma il problema è la mancanza di un Islam moderato ‘ufficiale’, una tradizione giuridica e istituzionale laica, se pur rispettosa dei precetti di quella religione, che anteponga la libertà individuale e personale alle prescrizioni teologiche e teocratiche di questo o quel capo o guida religiosa. Un sistema di valori e istituzioni a cui il mondo musulmano – le persone in carne ed ossa, la gente comune – possa fare appello per delegittimare i fanatici. Un tale contesto non può che essere, appunto, il risultato politico, giuridico e istituzionale di una ribellione delle comunità mussulmane all’integralismo, in nome dell’autodeterminazione dell’individuo e delle sue prerogative.

In assenza di un contesto simile, il mondo islamico, per quanto vi siano persone di buona volontà, non riesce a isolare il fondamentalismo, a marginalizzarlo, e ridurlo a un fenomeno di folklore ideologico per disadattati. Inoltre,  neanche i paesi occidentali possono fare granché, salvo potenziare le misure di intelligence e sicurezza, o tentare di regolare meglio l’immigrazione. Per quanto si stringano le maglie, qualche pazzoide fanatico potrà tuttavia sempre svicolare, e combinare massacri come quello di Charlie Hebdo. E poi la posta in gioco è alta: si rischia di compromettere lo stato di diritto, e buttar via proprio i principi che si vuol difendere.

All’indomani della strage di Parigi molti musulmani prendono le distanze, esibiscono anche autentica indignazione per l’accaduto, ma ad ascoltarli si percepisce la loro stessa perplessità e incertezza nel rispondere efficacemente ai deliri sanguinari dei loro correligionari, salvo buttar lì qualche slogan sul “vero Islam che non è quello”, o cercare di testimoniare come – vero, probabilmente – in tante moschee, in tante comunità si lavori sodo per contrastare le posizioni estremiste.

La comparsa di valori che possano fondare una “società aperta” islamica, capace di marginalizzare il radicalismo, non può che essere un processo legittimato dal basso, attraverso un consenso volontario e condiviso della maggioranza dei musulmani. Anche per questa ragione, i non islamici hanno poca voce in capitolo – e anche per questo ci sentiamo così impotenti quando succedono gli attentati – anche se sarebbe bene, come afferma l’ex ministra, cercare di dare maggior visibilità e a valorizzare il più possibile i fenomeni di “contestazione interna” del fanatismo. Ma anche sotto questo aspetto le possibili iniziative concrete sono limitate: una simile reazione dovrebbe affermarsi prima di tutto nei paesi del Medio Oriente, laddove le milizie estremiste assassinano sistematicamente e per futili motivi i loro concittadini, lontano dalle opinioni pubbliche occidentali. Comunque, a proposito della nascita di un tale movimento anti fondamentalista nel mondo islamico c’è di che essere molto scettici: per ora sembrano riscuotere molto consenso tra gli islamici ideologie e progetti politici opposti, e lo stato islamico è solo l’esempio più celebre.

Sarebbe un bel segnale in questa direzione se, almeno tra i musulmani occidentali, che le libertà le conoscono e di esse beneficiano, vi fosse una sollevazione di protesta  contro i terroristi e i barbuti dispensatori di ‘sharie’ a base di violenze sulle donne, prevaricazioni arbitrarie e strepiti teologici. Qualche episodio c’è stato, qualche giovane musulmano che, schifato, è andato in piazza a manifestare il proprio disgusto si è visto, anche se insomma, sono casi ancora troppo rari.  E poi resta il dilemma di fondo che, c’è da scommetterci, tormenta ogni buon musulmano, anche il più moderato e pacifico: un Islam che rinuncia ad aspirare di ‘creare la ‘società giusta’ islamica, che separa una volta per tutte ciò che è di Cesare da ciò che è di Allah, può ancora dirsi tale?

@leopoldopapi

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gennaio 8, 2015 at 6:42 pm

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Islam moderato, cercasi

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Il terrorismo islamico difficilmente finirà, finché troverà un implicito consenso da parte degli aderenti alle varie forme di Islam cosiddetto “moderato”. D’altronde, l’Islam ‘moderato’ esisterà solo dal momento in cui dichiarerà, in quanto progetto politico, illegale il fondamentalismo islamico e il terrorismo. Prima, no.

Con implicito consenso intendo la scelta di non dichiarare le azioni terroristiche, e altre forme di fondamentalismo, ad esempio la discriminazione e la violenza sulle donne, giuridicamente e politicamente illegittime, e dunque inaccettabili come qualsiasi altro crimine. E’ una scelta che mostra, appunto, come di Islam moderato non si possa ancora concretamente parlare. Non tanto perché non esistano mussulmani moderati – ce ne sono, indubbiamente – quanto per il fatto che nell’Islam non c’è alcun soggetto istituzionale abbastanza forte che abbia tra i suoi presupposti la condanna del fondamentalismo.

Manca infatti qualcosa di simile a una chiesa ‘ufficiale’ che promuova la libertà e il rispetto dell’individuo, un contenitore giuridico e politico che circoscriva la comunità e ne formalizzi le regole su questo principio, rispetto al quale si è costretti, per definizione, a prendere una posizione. In assenza di un perimetro di valori formali, rispetto ai quali stabilire la legittimità dei comportamenti, non è possibile dichiarare illegale nessuno, né perseguirlo in quanto tale, e neanche autoespellersi, con uno scisma, incorrendo tuttavia nel rischio di scoprire di essere un gruppo marginale, privo di consenso. Esistono invece molte forme ‘ufficiali’ di Islam, molte delle quali promuovono violenza e repressione a furia di leggi e interpretazioni coraniche.

Questa è forse la grande forza del fondamentalismo islamico: non è possibile davvero distinguerlo da altri orientamenti “non radicali”, più di quanto sia possibile differenziare una porzione di liquido dal resto. Perciò, non ha senso neanche, più di tanto, dire che gli islamici moderati esistono, anche se non si fanno mai sentire. Non c’entra la religione, è piuttosto una faccenda di dinamica dei gruppi umani: senza una discriminante specifica, giuridica, storica o politica, non è possibile definire posizioni, e circoscrivere comunità, e non c’è modo di mettere al bando comportamenti e gesti individuali, identificandone le responsabilità. Inoltre, non è possibile trasformare le opinioni personali ‘moderate’ in valori di convivenza all’interno di una comunità.

Il fondamentalismo islamico diventerà, forse, un fenomeno marginale – come lo sono ad esempio fondamentalismi cristiani – quando emergerà spontaneamente un soggetto legale ‘moderato’, in cui si identifichi la maggioranza degli mussulmani, che ne sancisca ufficialmente l’illegalità. L’appello del leader egiziano Al Sisi ai capi religiosi mussulmani per una sorta di “manifesto antifondamentalista” sembra andare in questa direzione: “L’Islam ha bisogno di una rivoluzione per estirpare la Jihad”, ha dichiarato. L’intento sembra essere, appunto, quello di istituzionalizzare il dissenso verso i fanatici violenti, e conferire dignità di progetto politico alla comunità dei moderati.

E’ difficile credere che questo processo si avveri. Il primo dubbio è che una maggioranza moderata capace di “fare la rivoluzione” nell’Islam semplicemente non esista, tanto più in un Islam che ha tratto nuovo vigore, negli ultimi decenni, dalla contestazione verso la “società aperta” occidentale e i suoi valori, a partire da Israele, trovando in occidente alleati entusiasti in aderenti a vecchie ideologie o nostalgie totalitarie ancora vive, e neanche troppo minoritarie. Nuovo vigore che sembra essersi tradotto peraltro, in molti casi, in un vero e proprio rinascimento ideologico, capace di motivare gesti come  l‘attentato di oggi alla redazione del settimanale satirico parigino Charlie Hebdo.

E poi, sembra inverosimile che l’Islam, con le sue tante storiche varianti, riesca a istituzionalizzarsi in un soggetto moderato, o almeno a esprimere una linea unitaria di ostilità al terrorismo e alle violenze, abbastanza forte da neutralizzarne i fautori.

Ad oggi, i mussulmani rimangono generalmente in silenzio di fronte ai morti ammazzati in nome del loro profeta. Un silenzio che tuttavia lascia trasparire un giudizio morale il quale, questo sì, sembra essere il vero ‘collante’, capace di trovare ampio consenso nelle comunità di quella religione: il disprezzo e il disgusto per la libertà individuale che, se pur in forma imperfetta, si è cercato di affermare e ci si è posti come obiettivo con i sistemi politici occidentali.

@leopoldopapi

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gennaio 7, 2015 at 2:39 pm

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