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A che servono le imprese?

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Riforma del lavoro liberista non troppo cattiva: le imprese assumono e licenziano liberamente, secondo necessità, salvo motivi assurdi, come la discriminazione razziale o sessuale, lo stato tutela i lavoratori che vengono licenziati, e fornisce loro strumenti formativi per reinserirsi nel mercato, imponendo a tutti di accettare il primo impiego disponibile, anche ai più schizzinosi.

Motivazione della riforma liberista: l’economia è una faccenda dinamica, di attività produttive che cambiano a seconda delle mutate esigenze degli individui e quindi della scarsità relativa dei beni. Per questa ragione, alcune attività che prima avevano successo diventano obsolete o costose, altre si affermano e fanno fortuna.

L’impresa dunque, è un’entità che, per sopravvivere e crescere, deve potersi adattare, e talvolta reinventare, per far fronte ai cambiamenti. Ha vari modi per farlo, ma sono tutti, nessuno escluso, vincolati dall’equilibrio di bilancio: quanto patrimonio, quanti debiti, quante entrate e quante uscite. I modi sono: aumentare la produttività,attraverso investimenti e riduzioni delle inefficienze, e investendo in prodotti innovativi con cui creare o conquistare nuovi mercati.

In tutto questo processo rientra ciò che si definisce ‘lavoro’: la partecipazione di persone all’impresa. Persone che formano il know how, l’esperienza nella capacità di risolvere problemi (che all’inizio sembrano tali, col tempo diventano routine), portano idee, in breve fanno funzionare i processi produttivi.

Non è vero che esiste una manodopera non qualificata: anche nelle attività più banali,  tipo fare le pulizie, ci sono i lavoratori che un’azienda si tiene stretti, perché più bravi, efficienti, affidabili, responsabili. Esiste il lavoro utile e quello inutile, questo sì, e nessuna impresa può permettersi lavoro inutile.

Per questa, e questa sola, ragione, le imprese devono poter licenziare: per adattarsi ai cambiamenti del contesto in cui operano. Laddove tutti gli investimenti possibili, permessi dai numeri del bilancio, che potessero permettere razionalizzazioni della forza lavoro e delle competenze siano già stati fatti, eliminare lavoro inutile diventa l’unica opzione possibile per sopravvivere e crescere in un contesto mutato.

Eppure la libertà di licenziamento è, per esempio nella cultura sindacale, e in particolare quella della Cgil, che in questi giorni si scontra col governo, considerata fonte di ingiustizia sociale. Questa tradizione, almeno così sembra, si fonda sull’idea che scopo di un’attività economica è produrre lavoro e non beni.

“Il lavoro è un diritto”, invece che un dovere, o una necessità per evitare di vivere di rendita sulle spalle di qualcuno. Ciò che sorprende è che i suoi fautori sembrano non aver il coraggio di trarne le conclusioni logiche. Perché, ad esempio, è considerato ingiusto che le imprese licenzino, ma non che non assumano? Se il lavoro è lo scopo, un’azienda che non assume non adempie al proprio ‘ruolo sociale’, esattamente come quella che licenzia. Obbligare a non licenziare significa entrare nel merito delle decisioni sul risparmio privato per ragioni etiche, cosa che si omette di fare – chissà perché – nel caso dell’ingresso nelle attività di impresa.

Ma la conclusione logica più estrema dell’idea dell’economia ‘per il lavoro’ è: a che servono le imprese? Perché se lo scopo dell’economia è dare lavoro, e non produrre beni e servizi, allora questi enti sono solo ‘mali sociali’, per definizione inadatti al fine, perché incapaci di assumere tutti i cittadini, se non quelli strettamente necessari a perseguire i loro interessi privati. Ai fini del dare lavoro le imprese sono solo fastidiosi ‘corpi sociali intermedi’ tra stato e cittadino, che di fatto ostacolano, con i loro interessi particolari, la piena occupazione. E allora, cara Camusso, perché non abolirle? Perché spendere così tante energie nel cercare di tutelare il lavoro dalle prepotenze degli imprenditori, quando si potrebbe scegliere la via molto più semplice e efficiente di espropriare il risparmio privato e statalizzare tutto? Facciamo come a Cuba o in Venezuela, lo stato assuma tutti i cittadini, e non parliamone più.

Eppure chi ‘odia gli imprenditori’, o meglio, chi come la Cgil, li considera soggetti per loro natura inclini a sfruttare le persone, e che quindi lo stato deve controllare, educare, guidare, punire, e anche sostenere, quasi che fossero disadattati pericolosi, non trae queste conclusioni, si limita a protestare in piazza se i vincoli statali all’impresa vengono parzialmente ridotti. E a strumentalizzare incidenti per difendere le sue prerogative e i suoi poteri.

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Written by trial & error

ottobre 24, 2014 a 9:12 am

Pubblicato su economies

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