trial & error

Il rinnovo della classe dirigente che non rinnova mai

leave a comment »

Si chiede Jacopo Tondelli su Renzi:

Insomma, per mille ragioni, uno di noi, uno che somiglia alle nostre generazioni di trenta-quarantenni, quelli che è una vita che di “questi vecchi che ci comandano e non sanno come va il mondo non se ne può più”, eppure oggi non siamo contenti. Siamo in tanti, quantomeno, a dubitare che questa sia la via giusta: qualcuno ci chiama gufi, qualcuno dice che siamo incontentabili, ma insomma i dubbiosi tra i coetanei di Matteo Renzi sono tanti. Perché?

Molte risposte di buon senso le dà Tondelli stesso, basta leggere il suo post. Ma l’interrogativo sullo scetticismo che provoca Renzi offre uno spunto per riflettere su uno tra i luoghi comuni più ricorrenti nel dibattito politico, più o meno spicciolo. Quello secondo cui la ricetta per il buon governo passa per un “ricambio della classe dirigente”, e che molti hanno sperato di sperimentare con l’arrivo del sindaco di Firenze.

C’è poco di nuovo, e tanto d’antico, in quest’idea, che emerge qualora si provi a individuarne i presupposti concettuali. L’assunto implicito coincide infatti con l’interrogativo platonico: “chi ci deve governare?”. Il filosofo rispondeva ‘i filosofi’, dando evidentemente per ovvia la loro stretta osservanza alla sua dottrina. Ma si potrebbe cimentarsi in una ricognizione storiografica delle risposte a questa domanda che si sono susseguite, nella nostra penisola e altrove, nei secoli successivi: l’imperatore, il papa, il  signore, il re, il popolo, il proletariato, fino agli attualissimi ‘cittadini’ attraverso la Rete, e da ultimo ai Sindaci, che “conoscono i problemi veri della gente”. Risposte diverse ma che veicolano indenne la questione platonica attraverso i secoli, fino a palesarsi sotto forma di lontano riflesso condizionato nelle opinioni a buon mercato sul ‘rinnovamento di chi governa’.

Ma risalendo ancora più in sù, alle radici logiche di questa teoria, c’è la convinzione che lo Stato debba svolgere funzioni di tutela e promozione di una qualche idea di giustizia e di etica pubblica, a cui è diritto e dovere del suddito, o del cittadino democratico  sottostare, di buon grado e con disciplina. Quando poi l’etica della classe dirigente degrada, prosegue l’argomentare, l’inevitabile conseguenza è il riaffiorare di comportamenti degeneri in tutti i settori della vita sociale: corruzione, evasione, egoismi e abusi legati a interessi particolari. Ed ecco ritornare l’inevitabile, accorato appello al ricambio dei governanti, magari anche solo generazionale.

Se non fosse che, probabilmente, nessuna classe dirigente,  nessun leader o gruppo politico in alcun paese o in alcun periodo storico, ha mai soddisfatto in pieno le aspettative dei governati.  Per il fatto banale che nessuno, per quanto grandi siano le sue capacità e vasta la sua cultura di governo, è onnisciente, tanto da sapere cosa è il Bene per la propria comunità. Al più, realisticamente, può provare a risolvere alcuni problemi specifici, se ha un qualche senso di responsabilità, oppure, in caso contrario, approfittare del proprio potere per fare i comodi suoi, incurante dei danni inflitti agli altri.

Invenzioni come lo stato di diritto, o le istituzioni regolate da meccanismi a pesi e contrappesi, dovrebbero servire, più che altro, a impedire il verificarsi di quest’ultima spiacevole evenienza, pur dando strumenti a chi governa per provare a risolvere problemi particolari. Se le istituzioni e lo stato di diritto sono fragili, il rischio è forte di ritrovarsi con poteri dalle armi spuntate, incapaci di affrontare i problemi in modo incisivo da un lato, e dall’altro lasciare vuoti ampi spazi grigi fatti di confusione normativa, procedure criptiche e burocrazie opache in cui ha campo libero la discrezionalità individuale del politico o funzionario di turno, che risponde a questo o quell’interesse particolare.

Ed è questa, probabilmente, la malattia più grave italiana su cui sarebbe opportuno intervenire: istituzioni malfunzionanti, figlie di compromessi di altre epoche, un sistema legislativo ambiguo, procedure amministrative preunitarie, un’economia che anche quando privata è spesso parapubblica e clientelare. In un contesto di istituzioni fragili cambiano i leader, cambiano facce, stili, tecnologie, ma poi non cambia mai nulla. Comprese le ricorrenti invocazioni di  rottamatori o innovatori o purificatori, sui quali proiettare i nostri desideri e, quando rivelano i loro personali limiti, le nostre frustrazioni.

Ma l’invocazione di una vera riforma delle istituzioni, per rendere il governo più incisivo e limitare gli arbitrii dello Stato, rischia di essere ancor più vana e frustrante, perché nessun politico, (neanche Renzi, a vedere le premesse del suo governo) ha grande interesse ad attuarla, e per giunta più difficile da condividere, perché suona troppo noiosa e accademica.

Annunci

Written by trial & error

febbraio 26, 2014 a 8:34 pm

Pubblicato su Uncategorized

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: