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Su questa storia del rischio in politica

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Ha detto ieri Matteo Renzi nel discorso in direzione Pd, con cui ha chiesto di andare al governo:

“Chi fa politica ha il dovere di rischiare in alcuni momenti. Vale anche per me”

Rischiare significa, di solito, sacrificare qualcosa di immediatamente disponibile sul breve termine, per ottenere qualcosa di ancora non esistente sul lungo termine, e che potrebbe anche non esistere mai. Il giocatore d’azzardo che sceglie di rilanciare alzando la posta, rinuncia a chiamarsi fuori dal gioco e portare a casa quanto già vinto, per cercare di ottenere qualcosa in più. Potrebbe anche riuscirci, ma potrebbe anche perdere tutto. L’imprenditore che rischia i propri risparmi in un investimento, rinuncia alla possibilità di utilizzarli per altre attività, o per il suo benessere immediato, scommettendo di avere ritorni tali dall’attività, da aumentare il patrimonio. Il rischio, anche in questo caso, se l’investimento si rivela sbagliato, è la perdita del capitale investito.

Renzi rivendica spregiudicatezza e propensione al rischio come tratto del suo stile di leadership politica, ma la sua manovra per prendersi Palazzo Chigi, non è granché conforme alla definizione di cui sopra. Sembra piuttosto rivelare, al contrario, un reale timore di non riuscire ad occupare la poltrona di capo del governo. I suoi discorsi in Direzione, al netto dei toni arroganti con cui sono stati pronunciati, hanno risuonato con forza nelle orecchie di chi confidava in una sua effettiva capacità di visione politica, come un artificioso e anche un po’ maldestro tentativo retorico per giustificare la scelta di prendersi subito il giocattolone esecutivo.

Nei fatti, però, rischiare sarebbe stata un’altra cosa. Sarebbe stato investire il capitale di consensi ottenuto con le primarie sulla scommessa elettorale, anche eventualmente, con il proporzionale attualmente in vigore. Non c’è dubbio che questo comporta la possibilità di perdere, anche clamorosamente. Ma la posta in caso di vittoria sarebbe stata premiante e duplice: la riscossione di consensi tali da avere una maggioranza solida per fare riforme incisive, e da conferire al segretario Pd sufficiente indipendenza d’azione da scardinare o mettere in seria crisi i sistemi di clientele consolidate che fanno riferimento al suo partito e alle correnti interne: banche, cooperative, sindacati, magistratura.

Guardare al tornaconto personale immediato sacrificando le prospettive di lungo periodo, è una delle patologie congenite al mestiere della politica, specie in Italia. Nel bulimico, arbitrario e bizantino sistema di rendite pubbliche e private clientelari qual è il nostro Stato e la nostra economia, l’interesse individuale del politico che è chiamato a gestirlo confligge inevitabilmente con quello generale di mettere in campo riforme per scardinarlo. Ma non esistono pranzi gratis, come dicono gli economisti, neanche per chi fa politica.

Il prezzo da pagare per il sindaco rottamatore per aver espropriato la poltrona di Enrico Letta, e per non aver rischiato la ricerca di una vera legittimazione popolare, è stato probabilmente nella rottamazione in pochi minuti di una notevole parte della propria credibilità. Ed è tanto più sorprendente, in quanto si trattava di una credibilità costruita ‘sapendo perdere’ e scommettendo sulla coerenza di lungo periodo, di fronte agli elettori.

Difficile ora che Renzi, con un esecutivo debole a maggioranze variabili, riesca ad attuare le riforme che proclama di voler fare. Verosimilmente non potrà fare altro che ripetere la prassi consolidata della tradizione politica repubblicana, pur in una veste comunicativa rinnovata: distribuire un po’ di posizioni, occupare spazi di potere nominando i ‘suoi’ negli organi istituzionali, ai vertici di società pubbliche, nel territorio grigio dell’economia parastatale. Ma al di là di queste operazioni di continuità, di lui rimarrà probabilmente il ricordo di un’occasione persa per l’Italia, e del primo leader capace di tradire clamorosamente, in diretta streaming, le aspettative di elettori che non l’hanno mai eletto.

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Written by trial & error

febbraio 14, 2014 a 10:29 am

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