trial & error

Archive for febbraio 2014

Il rinnovo della classe dirigente che non rinnova mai

leave a comment »

Si chiede Jacopo Tondelli su Renzi:

Insomma, per mille ragioni, uno di noi, uno che somiglia alle nostre generazioni di trenta-quarantenni, quelli che è una vita che di “questi vecchi che ci comandano e non sanno come va il mondo non se ne può più”, eppure oggi non siamo contenti. Siamo in tanti, quantomeno, a dubitare che questa sia la via giusta: qualcuno ci chiama gufi, qualcuno dice che siamo incontentabili, ma insomma i dubbiosi tra i coetanei di Matteo Renzi sono tanti. Perché?

Molte risposte di buon senso le dà Tondelli stesso, basta leggere il suo post. Ma l’interrogativo sullo scetticismo che provoca Renzi offre uno spunto per riflettere su uno tra i luoghi comuni più ricorrenti nel dibattito politico, più o meno spicciolo. Quello secondo cui la ricetta per il buon governo passa per un “ricambio della classe dirigente”, e che molti hanno sperato di sperimentare con l’arrivo del sindaco di Firenze.

C’è poco di nuovo, e tanto d’antico, in quest’idea, che emerge qualora si provi a individuarne i presupposti concettuali. L’assunto implicito coincide infatti con l’interrogativo platonico: “chi ci deve governare?”. Il filosofo rispondeva ‘i filosofi’, dando evidentemente per ovvia la loro stretta osservanza alla sua dottrina. Ma si potrebbe cimentarsi in una ricognizione storiografica delle risposte a questa domanda che si sono susseguite, nella nostra penisola e altrove, nei secoli successivi: l’imperatore, il papa, il  signore, il re, il popolo, il proletariato, fino agli attualissimi ‘cittadini’ attraverso la Rete, e da ultimo ai Sindaci, che “conoscono i problemi veri della gente”. Risposte diverse ma che veicolano indenne la questione platonica attraverso i secoli, fino a palesarsi sotto forma di lontano riflesso condizionato nelle opinioni a buon mercato sul ‘rinnovamento di chi governa’.

Ma risalendo ancora più in sù, alle radici logiche di questa teoria, c’è la convinzione che lo Stato debba svolgere funzioni di tutela e promozione di una qualche idea di giustizia e di etica pubblica, a cui è diritto e dovere del suddito, o del cittadino democratico  sottostare, di buon grado e con disciplina. Quando poi l’etica della classe dirigente degrada, prosegue l’argomentare, l’inevitabile conseguenza è il riaffiorare di comportamenti degeneri in tutti i settori della vita sociale: corruzione, evasione, egoismi e abusi legati a interessi particolari. Ed ecco ritornare l’inevitabile, accorato appello al ricambio dei governanti, magari anche solo generazionale.

Se non fosse che, probabilmente, nessuna classe dirigente,  nessun leader o gruppo politico in alcun paese o in alcun periodo storico, ha mai soddisfatto in pieno le aspettative dei governati.  Per il fatto banale che nessuno, per quanto grandi siano le sue capacità e vasta la sua cultura di governo, è onnisciente, tanto da sapere cosa è il Bene per la propria comunità. Al più, realisticamente, può provare a risolvere alcuni problemi specifici, se ha un qualche senso di responsabilità, oppure, in caso contrario, approfittare del proprio potere per fare i comodi suoi, incurante dei danni inflitti agli altri.

Invenzioni come lo stato di diritto, o le istituzioni regolate da meccanismi a pesi e contrappesi, dovrebbero servire, più che altro, a impedire il verificarsi di quest’ultima spiacevole evenienza, pur dando strumenti a chi governa per provare a risolvere problemi particolari. Se le istituzioni e lo stato di diritto sono fragili, il rischio è forte di ritrovarsi con poteri dalle armi spuntate, incapaci di affrontare i problemi in modo incisivo da un lato, e dall’altro lasciare vuoti ampi spazi grigi fatti di confusione normativa, procedure criptiche e burocrazie opache in cui ha campo libero la discrezionalità individuale del politico o funzionario di turno, che risponde a questo o quell’interesse particolare.

Ed è questa, probabilmente, la malattia più grave italiana su cui sarebbe opportuno intervenire: istituzioni malfunzionanti, figlie di compromessi di altre epoche, un sistema legislativo ambiguo, procedure amministrative preunitarie, un’economia che anche quando privata è spesso parapubblica e clientelare. In un contesto di istituzioni fragili cambiano i leader, cambiano facce, stili, tecnologie, ma poi non cambia mai nulla. Comprese le ricorrenti invocazioni di  rottamatori o innovatori o purificatori, sui quali proiettare i nostri desideri e, quando rivelano i loro personali limiti, le nostre frustrazioni.

Ma l’invocazione di una vera riforma delle istituzioni, per rendere il governo più incisivo e limitare gli arbitrii dello Stato, rischia di essere ancor più vana e frustrante, perché nessun politico, (neanche Renzi, a vedere le premesse del suo governo) ha grande interesse ad attuarla, e per giunta più difficile da condividere, perché suona troppo noiosa e accademica.

Written by trial & error

febbraio 26, 2014 at 8:34 pm

Pubblicato su Uncategorized

Il prossimo toto ministri a 5 stelle

leave a comment »

Ormai questo è andato, passiamo dunque al prossimo totogoverno, che arriverà tra pochi mesi, probabilmente già entro il 2014, con la netta vittoria del Movimento 5 Stelle dopo il fallimento dell’“improbabile governicchio dalle ambizioni smisurate” (cit. Mario Seminerio) di Matteo Renzi. Dunque: Alessandro di Battista nominato dalla rete presidente del Consiglio (alcuni ricordano la sua autocandidatura durante un’intervista a Daria Bignardi); Luigi di Maio sottosegretario alla presidenza del Consiglio. Al ministero della Moneta – non si chiama più dell’Economia – andrà, ormai lo si può dire, Loretta Napoleoni; Alberto Bagnai ha rifiutato via twitter in polemica con Paolo Barnard che lo accusava di complottare con Salvini di sostenere politiche rigoriste reazionarie nel Sud a favore del Nord.  Per la poltrona di sottosegretario con deleghe per il contrasto del signoraggio bancario e la lotta al Bilderberg c’è forte dibattito, sul blog di Beppe, tra la scelta di un profilo più tecnico, come lo stesso Barnard, o più politico, come il cittadino deputato Carlo Sibilia, celebre per il suo impegno su queste tematiche.

Soppresso il ministero dell’Interno, al suo posto un nuovo dicastero: quello della Democrazia liquida e dell’Informazione partecipata, che probabilmente verrà guidato dallo stesso Gianroberto Casaleggio; si cerca un profilo cui assegnare le deleghe all'”espulsione dei cittadini dissidenti”. Il ministero degli Esteri verrà rinominato ministero dell’attuazione di Gaia: tutte le sedi diplomatiche italiane verranno chiuse e sostituite da meetup in loco che decideranno, tramite apposite piattaforme per la democrazia partecipativa, le scelte diplomatiche italiane in attesa del compimento del Nuovo ordine mondiale predetto da Casaleggio in un celebre video. Sarà, probabilmente, anche in questo caso, lo stesso ‘guru’ del Movimento a guidare il ministero.

Alla Giustizia (mediatica) Antonio Ingroia è dato per sicuro (Marco Travaglio ha educatamente rifiutato la richiesta, spiegandone le motivazioni in un lungo editoriale sul Fatto: “sono l’Erede di Montanelli, soltanto un giornalista”); Vito Crimi, per la sua esperienza tecnica amministrativa al tribunale di Brescia, potrebbe però diventare sottosegretario. Roberto Saviano, immancabile in ogni totoministri che si rispetti, avrà, si dice la delega alla “parola contro le organizzazioni criminali”.

Aboliti anche Sviluppo economico, Ambiente e Infrastrutture, sostituiti da un unico ministero del Bene comune e della Decrescita felice: data per certa al suo vertice la già deputata e attivista per il Referendum sull’acqua Federica Daga, dopo vari sondaggi sulla rete.  Del sottosegretario all’Acqua pubblica se ne parlerà nei prossimi giorni (la delega potrebbe tenersela la stessa Daga), ma soprattutto si cerca un profilo adatto cui delegare le politiche di dismissione di tutte le industrie, con priorità alla chiusura degli inceneritori. Per concludere coi ministeri economici, quello del Lavoro è stato sostituito da quello della Piena occupazione e Reddito universale: dato per probabile il senatore Nicola Morra, primo firmatario del ddl sul reddito di cittadinanza. Alle infrastrutture sarà nominato senza dubbio il leader storico del movimento No Tav, Alberto Perino.

Niente più ministero della Salute: al suo posto il ministero “medicina alternativa”, cla base della rete ha scelto, non senza un dibattito acceso sul blog di Beppe, di affidare a un tecnico: Davide Vannoni. Ancora incerti i nomi per le deleghe all’Omeopatia e all’abolizione dei vaccini. Si parla di istituire un tavolo interministeriale con Giustizia e Democrazia liquida per intraprendere “misure incisive” contro le multinazionali farmaceutiche. Abolito anche il ministero dell’Agricoltura, sostituito da quello della Biodinamica e della Sovranità alimentare vegana. Priorità assoluta: divieto degli ogm e dell’olio di palma. Incerti i nomi: si cerca una figura di prestigio e indipendente per salvare il territorio dal liberismo selvaggio e dalla globalizzazione. Tra i più quotati nelle ultime ore Red Roddie ministro con Mario Capanna, della Fondazione diritti genetici, sottosegretario alle politiche no ogm.

Per il ministero della Itp (Istruzione totalmente pubblica) non c’è ancora nessun nome certo. Alla Cultura potrebbe andare invece Roberta Lombardi, già capogruppo M5s alla Camera,  molto apprezzata in rete per le competenze acquisite come impiegata in un’azienda di arredamento d’interni per case di lusso. Soppressi del tutto, infine, i ministeri degli esteri e della Difesa. Al suo posto verrà istituito il dicastero Complotti internazionali. Lo guiderà il già deputato Paolo Bernini, data la sua esperienza nello scoprire informazioni riservate sull’uso dei microchip per il controllo sociale negli Stati Uniti, sulla verità dell’11 settembre e sul finto assassinio di Osama Bin Laden.

Si attendono ora gli esiti del colloquio del presidente incaricato Di Battista col presidente della Repubblica dimissionario Giorgio Napolitano, ricoverato al policlinico Gemelli fin dal giorno della caduta del governicchio Renzi, per un mancamento.

Written by trial & error

febbraio 21, 2014 at 3:53 pm

Su questa storia del rischio in politica

leave a comment »

Ha detto ieri Matteo Renzi nel discorso in direzione Pd, con cui ha chiesto di andare al governo:

“Chi fa politica ha il dovere di rischiare in alcuni momenti. Vale anche per me”

Rischiare significa, di solito, sacrificare qualcosa di immediatamente disponibile sul breve termine, per ottenere qualcosa di ancora non esistente sul lungo termine, e che potrebbe anche non esistere mai. Il giocatore d’azzardo che sceglie di rilanciare alzando la posta, rinuncia a chiamarsi fuori dal gioco e portare a casa quanto già vinto, per cercare di ottenere qualcosa in più. Potrebbe anche riuscirci, ma potrebbe anche perdere tutto. L’imprenditore che rischia i propri risparmi in un investimento, rinuncia alla possibilità di utilizzarli per altre attività, o per il suo benessere immediato, scommettendo di avere ritorni tali dall’attività, da aumentare il patrimonio. Il rischio, anche in questo caso, se l’investimento si rivela sbagliato, è la perdita del capitale investito.

Renzi rivendica spregiudicatezza e propensione al rischio come tratto del suo stile di leadership politica, ma la sua manovra per prendersi Palazzo Chigi, non è granché conforme alla definizione di cui sopra. Sembra piuttosto rivelare, al contrario, un reale timore di non riuscire ad occupare la poltrona di capo del governo. I suoi discorsi in Direzione, al netto dei toni arroganti con cui sono stati pronunciati, hanno risuonato con forza nelle orecchie di chi confidava in una sua effettiva capacità di visione politica, come un artificioso e anche un po’ maldestro tentativo retorico per giustificare la scelta di prendersi subito il giocattolone esecutivo.

Nei fatti, però, rischiare sarebbe stata un’altra cosa. Sarebbe stato investire il capitale di consensi ottenuto con le primarie sulla scommessa elettorale, anche eventualmente, con il proporzionale attualmente in vigore. Non c’è dubbio che questo comporta la possibilità di perdere, anche clamorosamente. Ma la posta in caso di vittoria sarebbe stata premiante e duplice: la riscossione di consensi tali da avere una maggioranza solida per fare riforme incisive, e da conferire al segretario Pd sufficiente indipendenza d’azione da scardinare o mettere in seria crisi i sistemi di clientele consolidate che fanno riferimento al suo partito e alle correnti interne: banche, cooperative, sindacati, magistratura.

Guardare al tornaconto personale immediato sacrificando le prospettive di lungo periodo, è una delle patologie congenite al mestiere della politica, specie in Italia. Nel bulimico, arbitrario e bizantino sistema di rendite pubbliche e private clientelari qual è il nostro Stato e la nostra economia, l’interesse individuale del politico che è chiamato a gestirlo confligge inevitabilmente con quello generale di mettere in campo riforme per scardinarlo. Ma non esistono pranzi gratis, come dicono gli economisti, neanche per chi fa politica.

Il prezzo da pagare per il sindaco rottamatore per aver espropriato la poltrona di Enrico Letta, e per non aver rischiato la ricerca di una vera legittimazione popolare, è stato probabilmente nella rottamazione in pochi minuti di una notevole parte della propria credibilità. Ed è tanto più sorprendente, in quanto si trattava di una credibilità costruita ‘sapendo perdere’ e scommettendo sulla coerenza di lungo periodo, di fronte agli elettori.

Difficile ora che Renzi, con un esecutivo debole a maggioranze variabili, riesca ad attuare le riforme che proclama di voler fare. Verosimilmente non potrà fare altro che ripetere la prassi consolidata della tradizione politica repubblicana, pur in una veste comunicativa rinnovata: distribuire un po’ di posizioni, occupare spazi di potere nominando i ‘suoi’ negli organi istituzionali, ai vertici di società pubbliche, nel territorio grigio dell’economia parastatale. Ma al di là di queste operazioni di continuità, di lui rimarrà probabilmente il ricordo di un’occasione persa per l’Italia, e del primo leader capace di tradire clamorosamente, in diretta streaming, le aspettative di elettori che non l’hanno mai eletto.

Written by trial & error

febbraio 14, 2014 at 10:29 am

Il paese dei vetri rotti e delle rendite per i vetrai (note su Fiat ed Electrolux)

leave a comment »

Scrive Luigi Zingales sul Sole 24 Ore

Il nostro vero problema non è che la Fiat vuole trasferirsi all’estero, ma che molte altre imprese la seguiranno e soprattutto che pochissime vogliono fare viceversa

Ed ecco la chiave per mettere nella giusta prospettiva le vicende di Fiat ed Electrolux. Perché la prima se ne va, perché la seconda propone un’irricevibile taglio dei salari? Piuttosto bisognerebbe chiedersi: perché nessuna azienda estera (o molto poche) investe in Italia, e viene a creare nuovi posti di lavoro? Due interrogativi, ma in realtà il problema è uno solo: l’Italia non è un paese capace di offrire una qualche prospettiva per il futuro.

Chi ha capitali da investire, nel mondo, non è interessato all’Italia. Troppi costi, troppe grane normative e burocratiche, troppa incertezza del diritto, troppo arbitrio istituzionale. Senza contare che per un niente finisci indagato, e magari sputtanato dai giornali. Chi te lo fa fare?

Nel breve periodo, in questo paese, si possono forse ottenere benefici economici entrando a far parte di un qualche sistema clientelare, che garantisca una rendita.  Ve ne sono tanti, in ogni settore: dall’edilizia, all’editoria, alle infrastrutture, al “sociale”. Ma il Paese non è più quello delle grandi abbuffate degli anni ’80. Anche il ‘capitalismo di relazione’ – l’economia pubblica e parapubblica italiana – soffre la crisi, ed è ormai probabilmente in declino strutturale. In generale, oggi, beneficia di rendite solo chi già ne partecipa, e la concorrenza è per restarci non per entrarci.

Sul lungo termine, investire in Italia ha poco senso, è troppo pericoloso, e chi ha risparmi disponibili lo sa. Per questo, o se li tiene e si incastella in ritiri di lusso, o investe all’estero, o se ha attività in Italia, è sempre più tentato di chiudere e salvare il salvabile, o andarsene in luoghi più favorevoli per stabilità e libertà d’impresa, e che non demonizzano gli imprenditori. Si capisce così perché Fiat non abbia interesse a stare in Italia, o Electrolux pensi al massimo di proporre riduzioni salariali per tenere aperti gli impianti, ma niente piani di rilancio. Il contesto è  troppo ostile e incerto per intraprendere scommesse imprenditoriali che guardino al futuro lontano.

Frédéric Bastiat, per descrivere una delle fallacie più comuni nel ragionamento economico, scrisse il racconto della finestra rotta. Quando si rompe un vetro bisogna sostituirlo, e ciò che si vede sono i benefici che ne derivano in termini di creazione di lavoro e reddito che questo comporta. Ma ciò che non si vede sono le opportunità perse, sotto forma di investimenti o consumi possibili con i risparmi usati per sostituire il vetro.

L’Italia è il paese dei vetri rotti elevati a prassi istituzionale, e dei privilegi che ne derivano per i vetrai. E’ il paese dei quasi quotidiani proclami mediatici sulle iniziative di sostegno a questo o quel settore ‘strategico’, o di ‘difesa del lavoro’ contro le subdole vessazioni di chi è votato al profitto. Ciò che spesso passa inosservato, è la discrezionalità politica e giuridica connessa a questi interventi, e le logiche, di frequente basate su interessi particolari,  per metterli in atto. Ciò che non si vede, perché lo si può solo immaginare, sono le occasioni perdute in termini di reale sviluppo, e la distruzione delle prospettive per chi in Italia potrebbe investire, create dall’incertezza e dall’arbitrarietà di questo contesto.

Written by trial & error

febbraio 1, 2014 at 11:08 am

Pubblicato su economies