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Perché l’equo compenso ai giornalisti non funzionerà

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In questi giorni, per porre rimedio, almeno in parte, al problema del precariato nel giornalismo, si sta decidendo in merito all’entità del cosiddetto ‘equo compenso’ per i contenuti prodotti dai freelance. E’ un’iniziativa lodevole, ovviamente, per la ‘sensibilità sociale’ che la ispira, ma che probabilmente non porterà risultati. Per una semplice ragione: i prezzi fissati a tavolino dalla politica non hanno mai funzionato, in nessun paese e in nessun settore. Se non rispecchiano la reale situazione di scarsità relativa del bene a cui si riferiscono – sono stabiliti  cioè in base alla sua domanda e offerta – intervengono altre forme di aggiustamento del sistema economico: il ricorso al sommerso, per esempio, o l’espulsione dal mercato di alcuni soggetti: lavoratori, imprese. Se non sono i prezzi ad adattarsi alla realtà del mercato di un bene, il mercato si aggiusterà intervenendo su altri fattori: è successo sempre, come non si può abrogare politicamente la forza di gravità, non si possono abrogare politicamente i meccanismi dell’economia.

L’editoria attraversa una crisi probabilmente irreversibile. Una crisi che ne ha mutato radicalmente le forme di consumo e di produzione. Non mi interessa in questo post analizzare queste trasformazioni, basta conoscere la conseguenza concreta principale: nell’era internet ormai matura sono di fatto spariti i profitti per le imprese editoriali, se non addirittura i ricavi. Cioè, sono spariti per chi fa informazione secondo i criteri tradizionali: ho una testata, ho dei giornalisti che cercano le notizie, le pubblico sulla mia testata e vendo copie o abbonamenti. Coi ricavi ci mantengo l’attività e coi profitti ci guadagno e eventualmente investo. Oggi i guadagni dipendono dalla capacità di attivare traffico sulla rete, di avere una buona indicizzazione su google e altri simili tecnicismi. In questo contesto vince l’efficienza dei ‘contenitori’ più che la qualità dei contenuti: funzionano meglio siti paragiornalistici realizzati da poche persone (con competenze soprattutto seo, ormai molto diverse da quelle della figura tradizionale del giornalista) capaci di aggregare contenuti e presentarli in modo da attrarre visitatori e generare molti ricavi dalla pubblicità.

Tuttavia, solo poche realtà, almeno in Italia, hanno imparato a praticare con successo questo tipo di business. La stragrande maggioranza delle realtà giornalistiche italiane continua a rispondere alle stesse logiche di sempre, immutate da decenni. E infatti, nella stragrande maggioranza si tratta di imprese fallite o fallimentari, tenute in vita spesso solo grazie ai sussidi pubblici. Questi modelli di impresa sono fallimentari non solo perché hanno scarsi ricavi, ma anche perché hanno costi altissimi. Dovuti, anche in questo caso, in larga misura alla rigidità degli schemi giuridici in base ai quali è organizzato il settore, e all’incapacità di adattarli al nuovo contesto. Mi riferisco soprattutto al mercato del lavoro. Che, ancor più che negli altri comparti produttivi, è ostinatamente duale: da un lato dipendenti ipertutelati e costosissimi, e dall’altro precari senza diritti, poco pagati o non pagati affatto.

Questo dualismo è generato in primo luogo dallo schema del contratto nazionale giornalistico, concordato da editori, sindacati e ordine dei giornalisti, che prevede, per un redattore normale, un salario lordo di circa 2100 euro. Per l’impresa, a causa del cuneo fiscale e contributivo, questo salario corrisponde a un onere di circa il doppio (+100%), più o meno pari a 4mila euro. Se si tiene presente quanto detto all’inizio, e cioè che i ricavi sono ridottissimi, si comprende come mai per le aziende editoriali questo contratto non sia facilmente applicabile, a meno che i soldi non ce li mettano i contribuenti. Anche i sussidi pubblici tuttavia non sono infiniti, e nella maggior parte delle aziende italiane, in questi anni di crisi, servono a tutelare lo status quo, e cioè redazioni ‘pesanti’ fatte da moltitudini di giornalisti ‘vecchio stile’, spesso ormai inefficienti, e chiusi in un loro mondo autoreferenziale di ‘intellettuali professionisti’. E soprattutto inamovibili e costosissimi, tutelati economicamente e giuridicamente dal contratto, dall’ordine, da sindacati tra i più potenti nel Paese.

Ne consegue che, per i giovani interessati alla professione, diventa impossibile ipotizzare una carriera in questo settore. Pochissime sono le imprese editoriali in condizione di assumerli, e inoltre l’offerta di lavoro in questo caso è ingentissima: sono migliaia i giovani giornalisti o aspiranti tali disposti anche a lavorare per pochi euro, o anche gratuitamente pur di vedere i loro contenuti pubblicati. C’è moltissima domanda di lavoro e poca o punta offerta, essendo quest’ultima già ‘occupata’ dalle generazioni passate e da tutele che, nate per finalità condivisibili di salvaguardia del lavoro, nel contesto presente sono diventate garanzie di rendite costituite, protette da una ‘casta’ fatta di sindacati, ordine, associazioni varie ed eventuali.

Nel contesto descritto, chi parla di ‘equo compenso’, specie se rientra nella categoria degli ipertutelati beneficiari di rendita, o di chi quelle rendite le tutela attraverso le ‘istituzioni’ dei giornalisti, appare grottesco: assomiglia a un valvassino medievale che parla di equo trattamento per i servi della gleba (che tali, comunque, è implicito nella sua iniziativa, devono restare). Cosa significa, poi, equo compenso? 50 euro a pezzo? Perché non 100, o 200? Su che basi oggettive si può dare una definizione di ‘equo’? Si tratta di un prezzo indicizzato all’inflazione? A deciderlo sarà una commissione di rappresentanti delle parti in causa. Ma in ogni caso, nel contesto di mercato bloccato e di impossibilità di riformare lo status quo, in cui si trova l’Italia, l’unico risultato di una simile misura sarà, con ogni probabilità, far perdere ai freelance anche quel poco lavoro che avevano, o far chiudere qualche impresa o incentivare il ricorso, da parte delle imprese editoriali, al lavoro nero. Perché dei freelance ne hanno bisogno, dato che gli inamovibili ‘intellettuali professionisti’ delle loro redazioni spesso non sono più in grado di produrre contenuti decenti, e in quantità e a costi tali da essere competitivi su internet.  Ma un risultato forse l’equo compenso ce l’avrà: i valvassini dell’informazione potranno vantarsi populisticamente di fronte alla gerarchia feudale di cui fanno parte di aver difeso i miseri servi della gleba contro i rapaci padroni dell’editoria.

 

 

 

 

 

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Written by trial & error

dicembre 29, 2013 a 2:25 pm

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