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vincoli di bilancio e scelte dolorose

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Per via dei vincoli europei di bilancio, l’Italia si trova in una situazione impossibile. Nel senso che, qualsiasi scelta venga intrapresa rispetto ad essi, tende a produrre conseguenze dannose. Se continua a rispettarli il Paese (e questo è un fatto positivo) sarà costretto prima o poi, ad affrontare i problemi strutturali alla base del suo declino e delle sue croniche malattie: uno Stato caratterizzato da scarsa produttività, clientelismo, parassitismo, corruzione, e su cui è fondata un’economia di relazione. Ma riforme simili mostrano i loro effetti solo nel medio lungo termine e, come diceva il detto keynesiano, nel lungo periodo saremo tutti morti (e il ‘lungo periodo’ è parametro temporale che tende, ultimamente, a contrarsi sempre più). Con la crisi attuale poi, i vincoli europei impongono grandi sacrifici all’economia privata o pubblica e quindi diventa difficile intraprendere riforme incisive, senza mettere in conto processi violenti di riassetto sociale sul breve medio termine.

Se i vincoli europei li si dovesse violare invece, ci sarebbero probabilmente effetti positivi sul breve termine, ma pessimi sul lungo. La possibilità di far deficit, nella fase in corso di recessione, permetterebbe infatti probabilmente di sostenere l’economia, e dare finalmente ossigeno, attraverso spesa, trasferimenti e investimenti pubblici, a un tessuto produttivo ormai cianotico.  Sul lungo termine si perderebbe tuttavia l’incentivo a fare le necessarie riforme strutturali, e anzi i caratteri distintivi deleteri dell’economia e della società italiana, sopra menzionati, senza pressione esterna non avrebbero più ‘buone ragioni’ per essere contrastati,  con la forte possibilità di un’ulteriore loro degenerazione. Senza contare che la spesa pubblica, e l’intervento dello Stato nel sistema economico, in assenza di un solido contesto concorrenziale, tende solo a produrre squilibri, e a generare, invece di una sana crescita economica, ‘bolle’ speculative destinate presto o  tardi a scoppiare.

Insomma, i vincoli di bilancio, sull’Italia, hanno un effetto paragonabile all’imporre di colpo l’astinenza forzata a un tossicodipendente grave: il rischio è  vederlo morire per una complicazione di qualche tipo, mentre si divincola nelle crisi di astinenza, troppo violente per il suo organismo già debilitato. Si può aggiungere che il suo organismo deve ‘competere’, per sopravvivere in una corsa agonistica (la concorrenza sui mercati internazionali) e quindi si trova a sostenere uno sforzo inaccettabile. Tuttavia non può evitare di disintossicarsi, se non vuol morire, e da quelle crisi ci deve passare. D’altronde la tentazione è di continuare  a somministrargli un po’ di sostanza c’è, per dargli un po’ di sollievo: ma il rischio è che finisca per non disintossicarsi mai.

C’è un dibattito in corso, ormai da anni, tra economisti ‘liberali’ sostenitori della necessità di riforme strutturali, e ‘keynesiani’ (loro si definiscono ‘non ortodossi’ antimainstream etc) che sostengono la necessità di fregarsene dei vincoli e del rigore, e di sostenere l’economia a furia di spesa a deficit e (in Europa però non si può) di emissione di moneta. La sensazione è che, in un contesto come quello europeo, entrambe le fazioni abbiano molte buone ragioni e siano molto realistiche ma abbiano anche torto assai e siano accademicamente evanescenti. Per i motivi di cui sopra. E’ vero quello che dicono i liberali: l’unica causa dei problemi italiani sono i mali storici dell’Italia: un’economia parastatale, dove il mercato non si è mai affermato, e dove tutte o quasi le attività economiche sono definite e regolate dalle balorde logiche di appartenenza politica, corporativa, territoriale, familiare. Finché non si andrà a incidere su queste realtà, e non si elimineranno le attività improduttive che sottraggono risorse a quelle che producono ricchezza, il declino è segnato, e potrà essere anche definitivo.

Ma nel contesto artificiale dei vincoli europei e della moneta comune, e nell’emergenza della crisi degli ultimi cinque anni, fare riforme di questo tipo è irrealistico e pone seri problemi di insostenibili squilibri sociali. Provate a mandare a casa qualche centinaia di migliaia di dipendenti pubblici, a riformare le istituzioni e la giustizia, a chiudere municipalizzate inefficienti, liberalizzare e a smantellare e riformare brutalmente la pubblica amministrazione: non è irrealistico immaginare rivolte di piazza, auto incendiate e vetrine  distrutte a furor di popolo da gente incattivita (che prima sarà stata occupata in attività inutili e grazie a raccomandazioni, ma almeno portava a casa un reddito) al grido di abbasso il liberismo selvaggio. E poi alle prossime elezioni non c’è da aspettarsi di vedere trionfare una lady Margaret;  a vincere sarà probabilmente un istigatore di furori popolari, con i riccioli bianchi e la barba, o chi per lui.

E’ allora forse più realistica la via indicata dai neokeynesiani? Deficit, deficit deficit, e magari usciamo dall’euro, freghiamocene del debito, che tanto quando si cresce non è un vero problema. E comunque, meglio indebitati o svalutati che morti ammazzati da un euro e vincoli burocratici per un’unione che fatta così non va da nessuna parte. E’ questa la via giusta per l’Italia? Forse un po’ sì, sul breve periodo. Ma l’illusione qui è data dalla battuta, tanto amata da quegli economisti, dei morti sul lungo periodo. Sul lungo periodo, probabilmente, saremo tutti morti, dopo aver consegnato ai nuovi nati un Paese irreversibilmente dissestato, perché è assurdo pensare di guarire un’economia e una società ammalata di irresponsabilità di stato e di spesa pubblica con altra spesa pubblica e altra conseguente irresponsabilità di stato. Le generazioni future si troveranno così a vivere in una condizione di  declino irreversibile, non solo economico, ma anche e soprattutto morale: dai genitori si spera apprenderanno almeno l’arte, tutta italiana, di adattarsi alle miserie umane.

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Written by trial & error

agosto 30, 2013 a 2:33 pm

Pubblicato su economies

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