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Quando in Italia si liberalizzava

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“Considerando Noi non essere di pubblico interesse che resti impedito al possessore di far le vendemmie delle sue Uve quando più gli piace, e che gli Statuti che ne limitano il tempo, si oppongono al libero esercizio dei propri diritti e cagionano talvolta delle vessazioni, Ci siamo determinati di abolire ovunque sono simili Statuti, volendo che per l’avvenire sia facoltà di ciascheduno di far le Vendemmie nei propri Beni e in quei tempi e modi più espedienti, non ostante qualunque Disposizione, Legge, o Ordine in contrario a cui s’intende col presente Editto espressamente derogato.

Dato in Firenze questo dì, diciotto Marzo mille settecento settanta sei, PIETRO LEOPOLDO

 

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maggio 25, 2013 at 9:10 am

Su questa storia dell’austerità

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Se ne parla tanto in questi giorni, dopo che politici italiani ed europei hanno sottolineato la necessità di mettere fine al rigore, e di avviare politiche per la crescita. E dopo la pubblicazione di uno studio salutato da Paul Krugman e da esperti e giornalisti di noialtri come la dimostrazione del fallimento del neoliberismo selvaggio basato sul ‘dogma dell’austerità espansiva’, è tutto un risuonare di ‘ve l’avevo detto io’, ‘ci voleva tanto a capirlo?’, e ‘è ovvio che è così’. Articoli e commenti recitano: l’austerità ci sta uccidendo, sta strangolando la povera gente e l’economia reale per salvare le banche, e i poteri forti.

Ora, almeno in Italia, non si capisce bene di cosa si sta parlando. Basta guardare i dati pubblicati oggi dall’Istat nel Rapporto 2013. E cioè, le uscite dello stato:

Istat_uscite

E le entrate:

Istat _ entrate

e poi un’altra tabella, sempre dal Rapporto, sui dati in percentuale al Pil:

finanza pubblica 2013

Utile infine riportare il commento a questi dati nella sintesi del Rapporto 2013:

I saldi di finanza pubblica indicano che, nonostante le condizioni negative del ciclo, l’indebitamento netto delle Amministrazioni publiche in rapporto al Pil è sceso del 3 per cento, valore obiettivo per ambire al rientro della procedura di disavanzo eccessivo, aperta nei confronti dell’Italia dalle istituzioni europee nel 2009. Al netto della spesa per interessi, si è registrato un consistente avanzo primario, pari al 2,5 per cento del Pil, e superiore di 1,3 punti rispetto a quello del 2011. LA riduzione dell’indebitamento netto è dovuta in larga misura all’aumento della pressione fiscale che ha raggiunto il 44 per cento. La dinamica della spesa pubblica è stata più contenuta: le uscite correnti al netto degli interessi si sono ridotte dello 0,5 per cento, quelle totali sono cresciute dello 0,6 per cento. Al contempo, stante la debolezza dell’economia, l’incidenza del debito sul Pil è comunque aumentata, arrivando al 127 per cento.

Dunque, parlare di politiche di austerità, almeno in Italia, significa, banalmente, parlare di aumento della pressione fiscale. La spesa pubblica è rimasta saldamente intorno al 50% del Pil, al di là della panna montata giornalistica sulla ‘spending review’ del Governo Monti. I commenti sullo “sciagurato liberismo selvaggio” in questo contesto, suonano piuttosto grotteschi. Se di austerità proprio si deve parlare, si dovrebbe specificare che il rigore ha riguardato, in Italia, soprattutto i privati, e non certo lo Stato.

Il dibattito austerità – crescita, proiezione politico-giornalistica di quello tecnico tra economisti ‘keynesiani’ e ‘liberisti’, che infiamma sui giornali e media italiani e internazionali, appare poi piuttosto insensato per un altro aspetto. E cioè il parlarne in termini astratti, scollegati dalla casistica dei vari Paesi, come se Italia, Danimarca, Usa e Bulgaria, fossero interscambiabili. Per quel che riguarda l’Italia, anche ammesso che la spesa pubblica possa essere utile per stimolare la domanda aggregata in un momento di crisi, e riconosciuta l’evidenza che in Italia è ridicolo parlare di austerity per il settore pubblico, c’è da chiedersi se gente come Krugman, o Rampini, o chi per loro, abbiano mai dato un’occhiata a come vengono usati quegli oltre 660 miliardi annui di uscite (al netto degli interessi). Per brevità, le si potrebbe definire un enorme aggregato di attività gestite in base a scelte rispondono a interessi politici e clientelari, a procedure e logiche burocratiche incomprensibili, piuttosto che ai rischi e agli incentivi che derivano dall’operare in un contesto concorrenziale, selvaggiamente liberista.

Ps. Lo studio che corregge i risultati di Rogoff e Reinhart sulla correlazione tra debito pubblico e crescita non ‘falsifica’ le teorie sull’austerità (qualunque cosa siano), semplicemente corregge i dati di Rogoff e Reinhart.

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maggio 22, 2013 at 7:30 pm