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Il problema del giustizialismo

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Stasera Antonio Ingroia era ospite a In onda su La7, il programma di attualità, da qualche giorno condotto da Filippo Facci e Natascha Lusenti. Il magistrato siciliano ha spiegato che uno dei problemi più gravi in Italia consiste nella “mancanza di verità”. In poche frasi, ha espresso il suo pensiero sul lavoro di magistrato: cercare appunto “la verità”, e “fare giustizia” dei tanti crimini commessi nel nostro Paese, dalle stragi mafiose alle tante interferenze nella vita pubblica della criminalità organizzata.

Le idee di Ingroia, certamente espresse con profonda convinzione e in buona fede (e per questo, assai rispettabili) sono significative, perché sintetizzano quelle di molti altri magistrati italiani – ma anche di molti politici (ed ex magistrati) come Antonio Di Pietro o Luigi De Magistris, e giornalisti come Marco Travaglio e i colleghi del Fatto Quotidiano, e in generale di una larga parte dell’opinione pubblica – sui “fondamentali” della democrazia e delle funzioni dello Stato. La concezione alla base di queste idee (e delle interpretazioni di tutti i fatti specifici che ne derivano) stabilisce appunto che lo scopo ultimo delle istituzioni, e in particolare dell’ordinamento giudiziario è perseguire “la giustizia”, basata sulla “verità”. 

La teoria di Ingroia, e di tutti i “giustizialisti” che la condividono è però fuorviante e pericolosa, e presuppone un fraintendimento dei principi di un ordinamento statale democratico e di quelli per cui è stato creato un “sitema giudiziario”. La teoria democratica liberale parte da un presupposto: in nessun ambito della conoscenza umana è possibile, razionalmente, raggiungere la “certezza definitiva della verità”. Questo vale per le scienze empiriche, così come  per le vicende umane (come  quelle oggetto di indagini penali o civili). Le evidenze empiriche possono smentire ipotesi false, ma mai giustificare in modo definitivo certe tesi. Su che basi infatti potrebbero farlo? Chi può sapere che in futuro nuove informazioni impreviste, o nuove tecniche di indagine non permetteranno di scoprire ulteriori “evidenze contrarie” all’ipotesi definitiva?

La certezza definitiva non può essere mai raggiunta, e questo vale, ovviamente, anche per la valutazione dei comportamenti delle persone, che rientra nella sfera del potere giudiziario. L’ordinamento democratico liberale, partendo da questo presupposto, definisce il sistema giudiziario non come “strumento per stabilire la verità” o “per fare giustizia”, ma come metodo per tutelare il più possibile l’individuo da possibili azioni arbitrarie finalizzate a privarlo della libertà o fargli violenza.

Gli elementi costitutivi del “sistema accusatorio”, come il principio di presunzione di innocenza fino a condanna definitiva, la parificazione di accusa e difesa, e la separazione chiara tra magistratura inquirente e giudicante, e infine la possibilità di più gradi di giudizio, servono (almeno in teoria) proprio a questo: a tutelare il cittadino, entro limiti ragionevoli, da possibili usi arbitrari del potere – inteso come capacità dello Stato di esercitare la violenza e la coercizione – nei suoi confronti. E anche quando si arriva alla “sentenza definitiva”, nel sistema liberale si esclude di aver raggiunto una “verità assoluta”, ma ci si limita a riconoscere che, al lordo di tutte le ragionevoli garanzie, (ché sarebbe insensato continuare all’infinito un’istruttoria) i fatti a favore dell’ipotesi di responsabilità di reato smentiscono quella di innocenza.

Il problema di chi ha idee “giustizialiste” è che sembra non capire a cosa serva e che senso abbia un sistema giudiziario. L’idea di ordinamento giudiziario come metodo per limitare gli arbitrii dei giudici (riconoscendo anche la possibilità che questi cadano nella tentazione di usare il loro potere per fini magari ideologici o religiosi, o più semplicemente personali)  è forse il fattore più decisivo nel differenziare le democrazie dai peggiori regimi totalitari. Questi (tutti – dalle repubbliche calviniste, alla Chiesa cattolica nei suoi periodi inquisitori più feroci, al nazismo, al comunismo, alla repubblica islamica dell’Iran), hanno adottato, a prescindere dai contenuti delle loro rispettive dottrine, idee analoghe a quelle di Ingroia, di Travaglio, e di che ne segue l’impostazione: il sistema giudiziario è fatto di persone “giuste” che, in quanto tali, sanno distinguere la “verità” dal “falso”, il “male” dal “bene” (che poi di volta in volta, è il male, nazista, comunista, o di questa o quella religione) e hanno l’incarico di fare “giustizia”, purificando la società.

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Written by trial & error

luglio 3, 2012 a 9:39 pm

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