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Se la tutela dei posti di lavoro il lavoro lo distrugge

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Il lavoro è un diritto fondamentale che non può essere messo in dubbio. E quando si toccano le tutele di questo diritto, vale la regola del piano inclinato: “si sa dove si incomincia, ma non si sa dove si va a finire”. Queste sembrano essere, più o meno, le argomentazioni di chi si oppone al disegno di legge di riforma del lavoro approvato dal Governo Monti. Non si tratta di obiezioni coerenti sul piano logico, né fondate dal punto di vista empirico, bensì di prese di posizione di principio.

Si prenda il caso delle nuove norme sui licenziamenti per motivi economici, che dovrebbero subentrare al sistema previsto dall’articolo 18. Al di là del problema degli indennizzi (argomento cui si dovrebbe dedicare un post), appare evidente che le proteste contro questa possibilità sono una questione di filosofia, e derivano di una visione del mondo secondo cui “il datore del lavoro cercherà sempre di fare il proprio interesse sulla pelle del lavoratore”.

Altro assunto di questa concezione è l’idea che le attività economiche – di qualunque tipo – hanno come funzione la produzione di posti di lavoro, e non la produzione di servizi e beni utili alla comunità. E’ irrilevante, in questa prospettiva, se le organizzazioni che erogano impiego (le aziende private, ma anche pubbliche, le cooperative, o altro) siano efficienti o meno, riescano a sopravvivere grazie ai frutti delle loro attività, o a furia di “salvataggi”  di Stato, come è del tutto irrilevante se ciò che producono serva davvero a qualcosa.

In Italia ci sono decine di migliaia di impiegati nella pubblica burocrazia la cui attività è priva di senso, inutile, e perfino dannosa. Non che sia colpa loro:  quasi sempre, anzi, si tratta di lavoratori scrupolosi, ligi al dovere, e pure responsabili, che si devono destreggiare in normative talvolta anche a loro incomprensibili. E tuttavia, il loro lavoro non porta benefici a nessuno, è uno spreco deliberato, sistematico e organizzato di tempo, risorse, vite umane. La riforma del lavoro proposta dal Governo non si applica ai dipendenti pubblici, ma l’esempio è utile per comprendere le idee di chi la contesta. Secondo la concezione per cui scopo dell’economia è “creare posti di lavoro”, infatti, una situazione del tipo descritto è legittima, e perfino auspicabile: l’importante, naturalmente, è che il diritto all’impiego sia preservato.

I due assunti di cui sopra sono insostenibili. Non è vero che le imprese fanno sempre il loro interesse “sulla pelle dei lavoratori”. E’ vero l’opposto: qualsiasi impresa che crede nelle possibilità di successo sul mercato di ciò che produce, ha interesse a formare e tenersi cari i collaboratori che la rendono competitiva e contribuiscono ai suoi buoni risultati. Liberarsene sarebbe semplicemente un gesto autolesionista.

Non è vero che le attività economiche servono a “creare posti di lavoro”: seguendo questa strana logica, perché non abolire tutte le tecnologie, dalla ruota in avanti, che, dopotutto, hanno sempre “tolto lavoro” a qualcuno? Torniamo a far tutto a mani nude: così forse si raggiungerà la piena occupazione e tutti saranno felici.

 Scopo delle attività economiche (private ma anche pubbliche!) è piuttosto soddisfare determinati bisogni, necessità o richieste di beni e servizi da parte di altri uomini e donne (toh, per non usare quella parola che fa rizzare i peli sulla schiena a tanti amici: il “mercato”).  E la domanda o meno di un bene o servizio sul mercato è il parametro che permette di decidere se l’esistenza di una data attività (e ripetete con noi, privata, ma anche pubblica!) ha senso o meno: se nessuno sarà interessato ai suoi prodotti, sarà un’impresa inutile e dannosa per la comunità, poiché sottrarrà risorse e persone ad altri scopi.

Lo stesso criterio permette di capire se il ruolo e la presenza di un lavoratore contribuisce al successo di un’impresa (e per la terza volta: privata e pubblica), o se invece rischia di danneggiarla, ed eventualmente di distruggerla. In questa prospettiva, si comprende il motivo di una norma che renda possibile  il licenziamento “per motivi economici”: permettere alle imprese di cambiare per adattarsi alle richieste di tutti gli altri uomini e donne del paesello o del resto del mondo, quando non sono più in grado di soddisfarle. Permettere, in breve, alle imprese di cambiare, trasformarsi e riorganizzarsi per continuare ad esistere, quando le loro attività, in contesti mutati, diventano prive di senso (nel caso di quelle pubbliche, in Italia vale la regola di socializzarne i costi mediante il fisco, anche in questo caso).

Impedire questa possibilità può dare l’illusione di proteggere i lavoratori, ma in realtà non fa altro che ostacolare, danneggiare e distruggere ogni attività economica ed il lavoro ad essa connesso, con le conseguenze deleterie (disoccupazione, precariato, scarso sviluppo, disagi sociali) che sono sotto gli occhi di tutti.

Ps. qualche link interessante sulla faccenda:

Alberto Bisin sui dipendenti pubblici 

Oscar Giannino sulla riforma del lavoro

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Written by trial & error

marzo 25, 2012 a 8:25 pm

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