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Responsabilità dei giudici, se una norma non è la soluzione

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L’emendamento sulla responsabilità civile dei magistrati, approvato la scorsa settimana alla Camera, e in attesa di votazione al Senato  lascia perplessi. Non tanto per la sua funzione specifica, quella di stabilire la possibilità che un magistrato che abbia inflitto dolosamente danno a qualcuno lo rifonda di tasca propria, ma perché rischia di distorcere le valutazioni dei problemi della giustizia penale italiana, e anzi, crearne di ulteriori. La responsabilità civile può essere giusta o meno, (di certo, esiste già, ma è lo Stato, e non il singolo, a risarcire), ma forse sbagliano quei “liberali” che la considerano un rimedio agli abusi o alle strumentalizzazioni giudiziarie da parte dei magistrati. Una simile idea, in fondo, risponde alla logica del “chi sbaglia paga” tipica di una concezione della giustizia che di liberale non ha granché. Le questioni sono altre, e finché non si risolveranno quelle ci saranno gli arbitrii; e finché ci saranno quelli, la responsabilità civile, a carico dello Stato o del singolo giudice, probabilmente creerà solo altri pasticci e dispute giudiziarie. 

Premessa un po’ teorica, ma forse utile: in una visione liberale l’ordinamento giudiziario non serve a “vendicare le ingiustizie” o “punire i colpevoli”, ma a tutelare al massimo la libertà individuale da eventuali azioni arbitrarie, proprio quando essa è maggiormente in pericolo (come avviene quando si è accusati di qualche reato). Il sistema si basa sul principio della “presunzione di innocenza” e funziona, più o meno, come la ricerca scientifica sperimentale: l’ipotesi di innocenza a favore di un accusato viene convenzionalmente mantenuta come vera, finché non si trovino sufficienti evidenze contrarie in grado di confutarla, e di supportare quella alternativa della responsabilità di reato, definita dalla legge.

Istituti come la contrapposizione volutamente enfatizzata tra accusa e difesa, le giurie, i giudici terzi, i gradi di giudizio, servono a creare un “quadro sperimentale” il più possibile oggettivo e pubblico, funzionale a mettere alla prova l’ipotesi di innocenza. Si deve tuttavia sempre considerare che la sentenza finale è anch’essa un’ipotesi, una verità processuale, definitiva solo per il fatto che, diversamente dalla scienza dove la ricerca non finisce mai, non si possono investigare le azioni e le responsabilità di una persona all’infinito, a un certo punto bisogna fermarsi.

Date queste considerazioni, la questione della responsabilità civile dei magistrati sembra perdere significato. E’ l’ordinamento processuale nel suo complesso a farsi carico di una sorta di “responsabilità generale” sul destino degli accusati, (e risulta coerente, rispetto a questo ragionamento, che sia lo Stato a rifondere gli eventuali danni subiti). Presupposto del processo penale è il riconoscimento dichiarato che le parti nella celebrazione del processo ricoprono ruoli esplicitamente “faziosi”. L’accusa, per definizione,  è dolosa nel tentare di arrecare un danno all’imputato (facendolo condannare), mentre la difesa è per principio “dolosa” nel tentare di coprire un eventuale colpevole: solo attraverso la contrapposizione pubblica delle loro “opinioni”, di fronte a giudici e giurie terze, e la revisione del giudizio in gradi successivi, si può sperare di raggiungere un qualche grado di oggettività nella sentenza definitiva. Esplicitando e contrapponendo la faziosità delle parti, e consentendo i gradi successivi si incorpora nel processo la loro responsabilità e quella del personale giudicante nei confronti dell’imputato.

I problemi del nostro sistema giudiziario sono altri, e si possono forse riassumere così: in Italia un vero sistema accusatorio, in cui accusa e difesa sono dichiaratamente parziali e contrapposte, di fronte a un giudice o giuria terza, non c’è. O meglio, formalmente c’è, ma è azzoppato da una serie di elementi che ne alterano il funzionamento, e sbilanciano i procedimenti a favore delle tesi accusatorie.

Fattori di questo tipo sono, ad esempio, l’obbligatorietà dell’azione penale, divenuta in un contesto di milioni di procedimenti, giustificazione per l’arbitrarietà delle scelte dei pubblici ministeri rispetto a quali portare avanti. Oppure, la mancata separazione delle carriere di magistrato inquirente e giudicante.  Coniugato alla lentezza dei processi, questo aspetto può portare a situazioni bizzarre, per cui un imputato può trovarsi ad essere giudicato, in appelli successivi, dal suo accusatore in quelli precedenti.

E’ assente (ed è, a quanto mi risulta, una peculiarità tutta nostra) un qualche meccanismo impersonale  che responsabilizzi preventivamente i pubblici ministeri nello svolgimento della loro attività, e funzioni da contrappeso al loro potere.  A questo scopo, in altri Paesi sono stati adottati accorgimenti come la separazione delle funzioni investigative da quelle accusatorie, onde evitare il verificarsi di un elementare conflitto di interessi (se la mia funzione è cercare di mandarti in prigione è ovvio che potrei essere tentato di inventarmi le prove), oppure il carattere provvisorio, su mandato elettorale, della funzione di procuratore.

Organismi di controllo sui pm, si può obiettare, esistono: il Consiglio superiore della magistratura, e il Giudice per le indagini preliminari. Tuttavia la credibilità del primo è assai scarsa, essendo un istituto di “autogoverno” dei magistrati, eletto da loro stessi. Il Gip può respingere le richieste del pm, ma non ne limita le scelte. Un pm può, di fatto, esercitare l’azione penale secondo le sue inclinazioni personali, ideologiche o politiche, per dar fastidio alla reputazione qualcuno e infliggergli una “gogna” mediatica, o magari per ottenere visibilità mediatica lui stesso, e poi non importa se il tutto si conclude in un “non luogo a procedere”. Il tutto senza limiti di spesa. Queste eventualità sono fortemente incentivate dalla contiguità d’uffico tra pm e gip,  e dall’affinità ideologica o, talvolta, dai legami personali, con molti ambienti del mondo giornalistico

L’idea di responsabilità civile dei magistrati, appare, se non altro, marginale. Al massimo può riguardare casi clamorosi di abuso “doloso” del potere giudiziario, comunque, sempre molto difficili da provare (e si immaginano le infinite dispute, conflitti vari tra autorità o altro, nella sua applicazione). E’ inoltre legittima l’obiezione dei magistrati stessi, secondo cui una tale norma renderebbe molto difficile il loro lavoro, già così delicato. Il vero problema della giustizia in Italia è rimuovere quei fattori che ne alterano il funzionamento, compromettendone il fine di tutela degli indagati e degli imputati, che costituisce uno dei fondamenti di un ordinamento democratico liberale. Se tali problemi fossero risolti è ragionevole credere che anche gli abusi diminuirebbero.  

 

 

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Written by trial & error

febbraio 7, 2012 a 6:14 pm

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