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Parlando di disparità sociale, paradossi democratici e altre annose questioni (featuring Matteo Zola)

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Il post che segue doveva essere la mia risposta al commento di Matteo al mio post precedente. All’inizio pensavo di cavarmela con un commento breve, ma le domande erano difficili, ed eccoci qua, ne è saltato fuori un altro lenzuolo che ho deciso di pubblicare così (e cari miei, io ci provo a essere sintetico, ma poi le questioni esplodono, anzi ce ne sarebbe ancora da dire…). Di seguito il commento di Matteo: 

Mi permetto di aprire una riflessione ulteriore facendo una serie di domande forse un tantino “universali”. La società liberale come si pone nei confronti della disparità sociale? e come il pensiero liberale s’interseca – secondo l’autore – con il concetto di democrazia che (e qui credo l’autore sia d’accordo) si presta ad essere utilizzato anche dai sistemi platonici e persino – in alcuni simulacri – dai regimi illiberali. Infine, come la società liberale tutela sé stessa dalle forze illiberali (diciamo “platoniche”, così da restare lessicalmente omogenei) ch’essa lascia si nutrano dal suo seno? (Matteo Zola è fondatore e direttore della rivista online su temi di attualità e politica dall’est Europa, East Journal  

Le domande, caro Matteo ci stanno dentro eccome, e io stesso me le pongo. Rispondere ovviamente non è facile e argomentare richiede spazio. Cmq provo a riassumere le idee che mi sono fatto:

il problema della disparità sociale, cioè della distribuzione ineguale della ricchezza pro capite, è secondo me spesso trattato in modo fuorviante. Le risorse economiche sono per definizione scarse (altrimenti non sarebbero ‘economiche’): occorre decidere come impiegarle e come distribuirle, privilegiando alcuni fini a scapito di altri, ed è ovvio che, non essendocene per tutti, alcune persone ne potranno disporre meno di altre. Una qualche disparità è quindi inevitabile, in qualunque modello economico. Allora la questione non è “come possiamo distribuire la ricchezza in modo più equo?” Ma piuttosto: come possiamo far sì che nessun individuo o gruppo di individui goda di un qualche privilegio arbitrario, o ‘corsia preferenziale’ rispetto agli altri nell’accedere alle risorse e nel decidere come utilizzarle?

L’unico sistema che, mi pare, può ottenere un qualche risultato in questo senso è quello della concorrenza. Lo scopo di questo metodo (che non è ‘mercato selvaggio’ anzi, presuppone un robusto sistema legale e istituzionale, e una forte tradizione giuridica che faccia da arbitro e garantisca che nessuno rubi) è precisamente ridurre al massimo la possibilità che qualche individuo cerchi di impedire agli altri l’accesso alle risorse e di mettersi ‘sul mercato’.

Ora, di barriere alla concorrenza ce ne sta un’infinità di tipi, a seconda delle situazioni. Pensa al giornalismo: in Italia c’è una classe intera ‘protetta’ di vecchi privilegiati e spesso incompetenti, che non potrebbero mai reggere la concorrenza con noialtri sveltissimi e brillanti e agguerriti giovani giornalisti digitali multimediali, e allora cercano (deliberatamente? No, semplicemente tutelano i loro privilegi acquisiti) di sbarrarci la strada con ordini, burocrazie, regolamenti, vertenze ecc. Pensa ai sistemi mafiosi, che sono uno dei tuoi interessi principali come giornalista: si tratta di organizzazioni che dispongono di vere e proprie forze militari per tenere fuori dal mercato delle attività economiche e dall’accesso alle risorse una gran parte della comunità.

In un sistema concorrenziale, per citare l’economista di scuola austriaca Pascal Salin,

“le risorse di cui un individuo dispone sono state da lui ottenute tramite i suoi sforzi, e non attraverso l’esercizio di una qualche coercizione legale o illegale. Così si diventa proprietari di una cosa perché la si è creata, perché la si è ottenuta nel quadro di un libero scambio (aggiungerei ‘volontario’, e dove le parti contraenti ottengono un mutuo vantaggio ndr) o perché la si è ricevuta dal suo precedente proprietario. E’ per questo che si può definire un sistema capitalistico come un sistema di diritti di proprietà legittimi”. (P. Salin, Ritornare al capitalismo per evitare le crisi). 

Come dire: in un sistema concorrenziale le disparità di ricchezza tra individui ci sono e ci saranno, ma sono prodotte dalla loro creatività e dai loro sforzi, assumendosi i rischi connessi alle loro scelte, e la responsabilità delle eventuali perdite.

L’alternativa alla libera concorrenza sono le economie pianificate, dove un’autorità centrale, uno staff di persone, decide per tutti gli altri come e dove e quando utilizzare le risorse. Si potrà dare ogni forma di legittimazione etica a questo potere, e si lo si potrà chiamare Stato, Cosa Pubblica, Bene Collettivo, o magari Repubblica Democratica (aggiungerei, provocatoriamente, Cosca, alla fine rispetto alle precedenti c’è solo una differenza di valori etici di fondo): comunque la si metta, si tratterà sempre di una situazione in cui c’è un gruppetto di individui o  una qualche organizzazione che detiene un privilegio assoluto nell’accesso alle risorse, e un monopolio totale e arbitrario delle decisioni sul loro impiego, escludendo tutti gli altri.

Per concludere: in un contesto di scarsità di risorse, (quale è quello del nostro mondo: risorse illimitate esistono forse solo in paradiso) l’equità sociale non consiste tanto in una paritaria distribuzione di esse a tutti, ma piuttosto nell’adottare sistemi come la libera concorrenza, che mirino a ridurre gli ‘accessi privilegiati’ o le ‘corsie privilegiate’ e i monopoli decisionali su come i fattori produttivi devono essere impiegati.

Seconda domanda: nei sistemi ‘platonici’, secondo me, le tecniche democratiche, come le elezioni, o i sistemi giudiziari di tipo accusatorio, sono solo di facciata (e lo scrivo nel post), e vengono inesorabilmente svuotati della loro effettiva funzione di tutela dei diritti individuali contro i possibili arbitrii del potere. Poi dipende cosa si intende per ‘democrazia’. Alcuni, seguendo Rousseau, poi Hegel e la scuola idealista, identificano il concetto con quello di ‘rappresentatività’ popolare. Ora, secondo me quello del ‘popolo sovrano’ è un mito, un’illusione metafisica. In questo io sono strapopperiano: in qualunque regime, democratico o totalitario, il popolo, la gente, diceva Popper,  non governa affatto: gli individui al governo rappresentano solo sé stessi, con le loro virtù, le loro fisime e i loro difetti.  L’unica effettiva differenza tra le le democrazie e le dittature, diceva sempre Popper, è che nelle prime i regimi si possono far cadere in modo incruento, con le elezioni, nelle seconde tocca fare le rivoluzioni violente.

Terza domanda: è il paradosso delle democrazie. Nelle democrazie c’è sempre la possibilità che un Hitler salga al potere del tutto legalmente, e legittimamente, con il libero consenso degli elettori. Prima osservazione: almeno in teoria, nei sistemi politici liberali il principio della ‘sovranità della legge’ e alcuni ‘meccanismi automatici’ di limitazione del potere dovrebbero costituire un argine contro l’illiberalità di un qualche governante. Ci sono le costituzioni ‘sovrane’, che se violate, rendono legittima la destituzione dei governanti, e servomeccanismi istituzionali (come la separazione tra poteri, e cose simili) che dovrebbero garantire che il potere non si concentri troppo nelle mani di qualcuno.

L’arma più potente di cui si dispone, però, secondo me, è la libertà di pensiero e di critica, (internet in questo può essere un grande strumento). Quanto più viene stimolato e garantito un ambiente di dibattito e pluralismo di opinioni, perfino di scontro, tanto più si ridurranno le possibilità di ‘pensieri unici’ che poi legittimino qualche regime totalitario. Io credo fermamente che stia ai singoli individui stare sempre in guardia, e che lo spirito critico, ‘scientifico’ dovrebbe essere coltivato e stimolato nelle persone fin dalle scuole elementari (purtroppo da noi vige ancora il modello educativo ‘idealista’, in cui la cultura è intesa per grandi sistemi di nozioni o ‘narrazioni’, e non per problemi).

L’eventualità che un pensiero totalitario prenda il sopravvento, e acquisti tanti consensi da trasformarsi in regime politico però c’è sempre. In quel caso, che dire: saranno di nuovo pianti e miserie come ce ne sono stati tanti nella storia.

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Written by trial & error

dicembre 4, 2011 a 2:21 pm

6 Risposte

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  1. Ok, grazie della risposta. Ci siamo capiti, credo, un poco di più. Non ha senso che io esprima qui in cosa sono in disaccordo. Diciamo che, pur aderendo in buona misura al pensiero liberale per come tu pure lo descrivi, credo che esso necessiti di correttivi: in questo senso sono gobettiano. Tu, invece, mi pari più spenceriano. Credo che pensiero liberale e attenzione alla società (assistenzialismo, welfare, istruzione gratuita, e pari opportunità di accesso – egualitarismo di partenza, lo chiamo io, in cui a tutti sono garantite le stesse possibilità) possano coniugarsi. Proprio perché quello liberale è un pensiero e non un’ideologia. Troppo spesso si associa, secondo me erroneamente, il pensiero liberale al liberismo economico. Una relazione non necessaria. E qui provo a sollevare ancora un interrogativo. Nel tuo discorso mi pare sussista la dicotomia tra libera concorrenza ed economia pianificata. Quest’ultima ricorre anche nel tuo articolo precedente. Eppure mi pare che oggi non sia più attuale quest’antagonismo e che molte sfumature possano porsi tra i due elementi: ciò su cui talvolta siamo in disaccordo mi pare sia proprio qui. La mia critica al liberismo (non al liberalismo) non sottende certo un’adesione a modelli economici “pianificati” quanto piuttosto alla necessità di coniugare libertà a tutela di chi, di quella libertà, potrebbe trovarsi vittima poiché incapace di trarne del buono. Infine, e torno a un nostro recente dibattito, il rifiuto della finanziarizzazione dell’economia non è né rifiuto del liberalismo né del liberismo ma richiesta di regolamentazione di un sistema che genera profonde diseguaglianze qualora malgestito. A meno che non si voglia credere al laissez-faire. Ma nemmeno tu mi pari di questa opinione. Un saluto

    Matteo

    Matteo Zola

    dicembre 4, 2011 at 3:39 pm

  2. beh questi post erano un po’ tanto teorici: ho cercato di descrivere i due modelli ‘puri’, della società aperta basata sulla libera concorrenza e dello stato ‘platonico’, interamente pianificato. In realtà non credo che alcuno di essi esista o possa esistere: né gli Usa di Reagan né l’Urrs arrivavano a tanto. Però i modelli puri servono come estremi di riferimento, come degli assi cartesiani rispetto ai quali posizionare e valutare i casi concreti, che sono di solito dei tentativi di mescolare le due concezioni.
    Non credo sia inutile poi riproporre la dicotomia pianificazione vs concorrenza: fatto sta che oggi, in tempi in cui si dicono un sacco di fesserie sul ‘fallimento dei mercati’, (in realtà è accaduto esattamente il contrario: hanno fallito gli Stati e la politica, che avrebbero dovuto evitare di interferire coi mercati, generando i guai attuali), molti auspicano ‘nuovi modelli economici alternativi’ basati sulla ‘decrescita’, la solidarietà, o il non pagare i debiti o cose così: nomi nuovi e alla moda sotto cui si nascondono rimasticature scadenti delle vecchie teorie della pianificazione (non si scappa, si finisce sempre lì), di cui marx o i socialisti di cent’anni fa parlavano in modo molto più sensato e intelligente.

    Sul fatto che siano necessarie istituzioni pubbliche di assistenza sociale e cose come l’istruzione pubblica o la sanità e che possano coabitare bene con il mercato libero sono perfettamente d’accordo. Anche lì però bisogna valutare caso per caso: una cosa, per esempio, è ‘salvare i posti di lavoro’ a tutti i costi, a costo di buttare via soldi pubblici per tenere in vita attività fallimentari, (che significa mantenere privilegi) un’altra è introdurre sussidi per tutelare le persone quando perdono il lavoro, permettendo alle imprese di fallire (pubbliche e private), e lasciare il posto ad attività nuove.

    Quanto alla finanziarizzazione dell’economia, se ho capito cosa intendi (i finanzieri speculatori o cose così), e alla crisi in corso non so che dire: i fatti parlano da soli. Non si è trattato di un ‘fallimento del mercato’ come si sente ripetere, ma di una sciagurata interferenza delle istituzioni pubbliche nei mercati, che ne ha snaturato le regole. In breve: da quando i governi hanno creato ‘reti di salvataggio’ per le banche o gli altri intermediari finanziari, si è spianata la strada a quello che in finanza si chiama ‘azzardo morale’: banche e intermediari hanno cominciato a indebitarsi illimitatamente, emettendo di fatto moneta fasulla, (che veniva valutata come buona per via della protezione statale), senza preoccuparsi degli eventuali rischi, contando sul fatto che governi e banche centrali li avrebbero comunque salvati. L’intervento governativo ha insomma falsificato le informazioni su cui ogni operatore finanziario (a meno che non sia patologicamente pazzo) si basa: quelle inerenti la rischiosità degli investimenti. Ma sulla faccenda rimando a gente molto più competente di me:

    http://www.chicago-blog.it/2011/02/07/le-cause-della-crisi-finanziaria/

    http://www.finanzainchiaro.it/dblog/articolo.asp?articolo=4700 (specialmente gli ultimi 3 paragrafi)

    leopoldopapi

    dicembre 4, 2011 at 7:30 pm

  3. Rieccomi, e credo che siamo arrivati al punto poiché a me interessava capire cosa, nelle nostre precedenti diatribe elettroniche, ci divideva. E l’ho capito. 1) molti auspicano ‘nuovi modelli economici alternativi’ basati sulla ‘decrescita’, la solidarietà, o il non pagare i debiti: nomi nuovi sotto cui si nascondono rimasticature scadenti della pianificazione

    Ecco, non sono d’accordo. O meglio, queste ideologie (ché tali sono) non mi convincono per nulla ma ritengo necessario pensare a un’alternativa al liberismo che non sia, ovviamente, la pianificazione. Quale, proprio non lo so. E quindi non posso confutare quanto asserisci, eppure non lo condivido poiché mi pare un po’ troppo radicale

    2) Non si è trattato di un ‘fallimento del mercato’ come si sente ripetere, ma di una sciagurata interferenza delle istituzioni pubbliche nei mercati, che ne ha snaturato le regole.

    Vero. Ma l’interferenza della politica nei mercati (vedi le varie “deregulation” firmate dai governi, la caduta della fondamentale differenza tra banca di risparmio e banca d’investimento) non è, in certa misura, un sottoprodotto del liberismo? Certo, la politica è responsabile. Si è distrutta con le sue mani e ci ha buttato sul lastrico. Ma non è stata guidata dalla convinzione che in fondo i “mercati” lo richiedevano? Però su questo punto siamo d’accordo, è solo una questione di come leggerla.

    Redazione

    dicembre 9, 2011 at 3:54 pm

    • mah sarebbe come dire che gli operatori finanziari abbiano chiesto ai politici di creare le condizioni per il loro stesso fallimento. Mi sembra un po’ difficile sostenere quest’idea matteo, a meno di voler a tutti i costi attribuir le cause della crisi al ‘liberismo’. Più semplicemente, i provvedimenti politici che hanno incentivato nel secolo e nel decennio passato le ‘economie del debito’, e i conseguenti guai attuali, sembrano rispondore a logiche politiche: cose come gli aumenti di spesa pubblica, i bassi tassi d’interesse o le garanzie pubbliche ai mutui producono benessere (fittizio, perché appunto, basato sul debito, piuttosto che sul risparmio reale) a breve termine e dunque consensi elettorali, e non importa se poi a lungo termine le bolle scoppiano e i conti da pagare arrivano. Ai politici dei guai sul lungo periodo non importa nulla: sul lungo periodo forse saremo tutti morti, ma di sicuro i loro mandati saranno scaduti.

      Alternative al libero mercato e alle iniziative economiche individuali ce ne sono, lo ripeto. Sono le mille forme della pianificazione statale, più o meno completa o mischiata con la libertà economica. Ma al di là della discussione sulla loro efficacia rimane comunque un problema: il dirigismo economico, anche se solo parziale, comporta sempre, inevitabilmente, una qualche forma di potere arbitrario da parte di chi governa o chi amministra sugli altri. Quanto più si pianifica a chi distribuire e come usare le risorse, tanto più il gruppetto di pianificatori riduce un po’ le capacità di libera scelta da parte degli individui. E’ successo col comunismo, col nazismo, col fascismo, con tutti i regimi che hanno abolito la concorrenza e il mercato per introdurre una qualche forma di distribuzione ‘etica’ delle risorse, e succederà sempre, anche con altri nomi o ideologie.

      La libertà economica (tu chiamala, se vuoi, ‘liberismo’) non è certo condizione sufficiente per avere sistemi politici liberali, ché può vigere anche sotto dittature e tirannie. Tuttavia ne é condizione necessaria: senza libertà economica il liberalismo nel senso in cui ne abbiamo parlato, e i principi che che esso cerca di porre a fondamento della politica, come i diritti umani e civili, è solo una chimera, un’ipotesi astratta, una formula poetica.

      leopoldopapi

      dicembre 11, 2011 at 5:30 pm

  4. Che ne pensi del fiscal compact? Non è una domanda polemica, mi incuriosisce sapere il tuo parere.

    Redazione

    dicembre 11, 2011 at 8:06 pm


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