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Stato platonico o società aperta? Due visioni possibili della politica

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In questo post scrivo cose ovvie, perfino banali, per chiunque conosca un minimo la tradizione del pensiero liberale. L’ho scritto per tirare un po’ le fila (con me stesso, prima di tutto) sui ‘fondamentali’ che, più o meno implicitamente, vengono chiamati in causa quando si discutono molte questioni di attualità. Un argomento di moda, ad esempio, è quello secondo cui la crisi finanziaria ed economica in corso dimostrerebbe il ‘fallimento dell’ideologia liberale’. In questo post non tocco aspetti economici, (come il fatto che, se è vero che il capitalismo non è condizione sufficiente per la libertà, è anche vero che qualsiasi sistema pianificato implica inevitabilmente una riduzione della libertà, e l’arbitrio del potere), ma cerco di sottolineare il fatto che, semplicemente, ‘l’ideologia liberale’, contrapposta a quella socialista o altre, è un mito: qualcosa che, semplicemente, non esiste.  E che le uniche alternative politiche possibili sono cercare di creare le condizioni per una società aperta dove la gente decide volontariamente come comportarsi, o l’istituzione di tanti ‘staterelli platonici’ in cui la libertà individuale è sacrificata in nome di qualche dottrina morale.

Ci sono due possibili approcci alla politica. Il primo ha una tradizione antica, che può esser fatta risalire a Platone (o forse no, ma il filosofo è certamente il suo esponente più illustre ed influente). Sostiene che lo scopo della politica è realizzare una società più giusta, equa, egualitaria, eticamente sana, e felice. E’ la visione che, in tempi recenti (per esempio da F. Von Hayek), è stata definita ‘costruttivista’, perché mira a ‘costruire’ la società per raggiungere questi fini. La ricetta ‘platonica’ della politica è composta da almeno tre ingredienti: una dottrina ‘etica’ ontologicamente giustificata, un preteso razionalismo, e un ancor più radicale collettivismo.

La dottrina è il fondamento teorico su cui poggia tutta l’azione politica, di ‘costruzione’ della società. Scopo della politica deve essere realizzare una società ‘buona’, in cui i comportamenti dei cittadini siano perfetti sotto il profilo etico: per prima cosa occorre dunque stabilire in senso definitivo e, per così dire, ‘oggettivo’, cosa sia  il ‘bene’.  E’ cruciale che questa definizione abbia un valore universale, così da risultare non contestabile per tutti gli individui che appartengono alla società, e da poter classificare gli eventuali oppositori come rappresentanti del ‘male’, perseguibili in quanto tali.

Una volta stabiliti i ‘principi morali’, se ne può dedurre norme e prescrizioni per i comportamenti dei singoli. Si può insomma iniziare a costruire la società derivando dai dogmi più generali quali vincoli specifici imporre alle decisioni delle persone. Questo processo pretende di raggiungere una perfetta coerenza: le norme particolari di comportamento vengono fatte passare per inevitabili o ‘razionali’ (magari secondo una qualche logica ‘divina’, o ‘logica dialettica storica’, e poco importa se poi risultano paradossali alla nostra razionalità umana) conseguenze dei principi ultimi. La società, secondo l’approccio ‘platonico’, è una costruzione razionalmente perfetta in cui le azioni degli individui sono determinate da principi morali autoevidenti.

Nessun uomo o donna, secondo questa impostazione, può mettere in discussione lo Stato, contestandone i principi o violandone i regolamenti. La politica è un affare rigorosamente collettivo, nel senso che tutti devono riconoscere incondizionatamente la verità dei dogmi ultimi, e conformarsi a tutte le prescrizioni e leggi che ne derivano. Se non lo fanno, sono nemici della verità e del Bene, e dunque diventa necessario e lecito tentare di rieducarli e, se proprio non ne vogliono sapere, annientarli. In contesti ‘platonici’ di questo tipo perdono poi di significato alcune delle procedure caratteristiche della democrazia, come ad esempio le elezioni. Laddove la verità è rivelata, non c’è spazio ovviamente per il possibile avvento al potere di fautori di false dottrine. Le elezioni democratiche non hanno quindi più funzione di verifica del consenso ed eventuale sostituzione della classe politica, ma diventano rituali pubblici di celebrazione del carattere ‘collettivo’ del regime.

L’approccio ‘platonico’ alla politica ha caratterizzato e caratterizza molte dottrine (benché spesso nulla abbiano a che fare con quelle di Platone, qui l’ho chiamato così per comodità) e lo si può riscontrare implicitamente nella concezione che della politica hanno, anche attualmente, molte persone. L’idea che la politica serva a ‘creare società buone e giuste’ è comune a molte tradizioni di pensiero, ed accomuna regimi politici di epoche e contesti storici diversissimi, dalle repubbliche calviniste europee del Cinquecento, agli stati nazifascisti e socialisti del Novecento, fino alla repubblica islamica dell’Iran attuale o alle società islamiche basate sulla sharia. In tutti questi casi, ciò che varia sono le verità ultime su ciò che è giusto e ciò che è bene, ma non la convinzione che tutta la vita delle persone, fin nei suoi minimi aspetti quotidiani, debba essere organizzata in base ad esse. Un aspetto accomuna poi tutti (nessuno escluso) i regimi basati su questo approccio: alla lunga l’unico metodo che hanno per garantire la stabilità e la conservazione del potere è l’impiego della violenza.

La seconda concezione della politica (che chiamerò per comodità ‘liberale’, aggettivo che non può essere tuttavia legato ad una ideologia specifica, e spiegherò perché), alternativa a quella qui definita ‘platonica’, prende le mosse da una considerazione diversa. E cioè dal riconoscimento dei limiti intrinseci della conoscenza e della razionalità umana. Chi può avere la certezza definitiva su cosa sia il ‘bene’ per tutti gli altri individui della comunità? Anche se esistesse qualcuno tanto saggio e intelligente da averlo compreso, non potrebbe far altro che cercare di coinvolgere gli altri a cooperare volontariamente nella creazione di un sistema politico conforme alle verità da lui scoperte. Ora, se non ci riuscisse, potrebbe forse solo utilizzare la violenza per costringere gli altri a seguirlo, ma si fa fatica a credere che possa essere una società  giusta, quella dove il consenso è ottenuto e conservato a furia di bastonate, torture e uccisioni.

Tutto ciò che esiste, dopotutto, sono gli individui, ognuno con i suoi propri desideri e una sua personale idea di cosa dovrebbe essere il ‘bene’ verso il quale indirizzare ogni azione politica o giuridica. Ogni regime politico ‘platonico’, se si accetta questa considerazione, altro non è che un sistema in cui una o più persone cercano di imporre in modo definitivo sugli altri le loro teorie, escludendo a priori ogni possibile alternativa. Evitare questo stato di cose costituisce il problema di fondo dell’approccio ‘liberale’ alla politica.

L’approccio liberale non è una dottrina politica, né lo si può definire, contrariamente a quanto sostengono i suoi oppositori, un’ideologia. Non intende infatti imprimere alcuna teoria etica specifica alla comunità, né condizionare le scelte personali e volontarie dei suoi appartenenti. Lo si può definire piuttosto una sorta di ‘impresa di ricerca aperta’ paragonabile, nel metodo e nell’impostazione, alla ricerca scientifica.

Le scienze naturali, come evidenziato da Karl R. Popper, procedono per predizioni dedotte da ipotesi generali, verifica sperimentale delle predizioni, ed eliminazione delle ipotesi falsificate dai risultati degli esperimenti. Quando ogni possibile evidenza sperimentale contraddice le predizioni di una teoria, questa viene scartata, e ci si mette al lavoro per inventarne un’altra migliore. Le teorie scientifiche, sosteneva Popper, iniziano sempre da problemi – per esempio una qualche discrepanza tra le ipotesi e le osservazioni – e di solito portano a nuovi problemi, in una sequenza infinita di ‘congetture e confutazioni’, o ‘tentativi ed errori’ che  conduce ad approssimarsi sempre più ad una descrizione plausibile della realtà. Questa descrizione può essere applicata anche al progresso tecnologico: dato un problema ‘teorico’, ad esempio ridurre il consumo e aumentare le prestazioni di un motore, si cercano soluzioni sempre migliori, sviluppando ipotesi, testandole con esperimenti e scegliendo man mano quelle più soddisfacenti.

Il problema teorico che l’approccio liberale alla politica pone è ridurre o limitare il più possibile l’eventuale coercizione che una o più persone possono trovarsi ad esercitare sui loro simili. Osservato dall’angolatura dell’individuo, lo stesso problema consiste nel massimizzarne la libertà di scelta, in un contesto complesso di convivenza com’è una comunità. Chiarito lo scopo, l’approccio seguito dai ‘liberali’ è analogo a quello di un ricercatore sperimentale o uno sviluppatore di tecnologie, e consiste nell’elaborare ipotesi ‘tecniche’ e sottoporle a critiche il più possibile violente, onde selezionare le migliori. Il processo è ‘darwiniano’ e aperto: le tecniche  per salvaguardare la libertà individuale così sviluppate non sono mai considerate definitive, né hanno la pretesa di esserlo. Inoltre è un processo che presuppone, per funzionare, un contesto in cui sia garantita la possibilità a tutti di esprimere liberamente il proprio dissenso e le proprie critiche alle scelte della politica.

L’apertura alla critica e alla revisione dei sistemi politici che hanno come obiettivo (normativo, prescritto dalla costituzione) l’autonomia dell’individuo, è ciò che li rende diversi dai sistemi ‘platonici’, in cui si mira a costruire ‘società perfette’ in base a una qualche dottrina o ideologia prestabilita. Questo è un punto cruciale: i sistemi che puntano a limitare il potere non mirano a creare nessuna ‘società’, ma a lasciare che la comunità, le sue attività, le sue tradizioni e la sua cultura, si organizzi, per dirla con Hayek, spontaneamente, come prodotto dell’interazione non coordinata, non pianificata e del tutto volontaria tra le persone che la compongono.

Non esiste, in effetti, alcuna ‘società’ o ‘modello liberale’, nel senso in cui si intendono cose come la ‘società socialista’ o ‘fascista’ o ‘islamica’ o ‘cristiana’. Dal punto di vista liberale la società è un insieme eterogeneo di individui, ognuno dei quali persegue i propri fini senza che l’obblighi nessuno, e pianifica secondo i suoi personali gusti, interessi e valori etici il proprio futuro, orientando in funzione di essi, per quanto possibile, le proprie scelte. Il prezzo da pagare per questo stato di libertà è che l’individuo deve farsi direttamente carico degli eventuali fallimenti che da quelle scelte derivano. Il che non accade nelle società ‘platoniche’ giacché la responsabilità delle scelte errate non ricade mai sulla persona, che può sempre sostenere di essersi attenuta al regolamento.

Molti evidenziano le violenze e le discriminazioni commesse dalle democrazie liberali, come gli Stati Uniti o l’Inghilterra, al loro interno o all’esterno,  indicando questi fatti come prove del ‘fallimento dell’ideologia liberale’. Queste violenze sono innegabili. Tuttavia questo genere di obiezioni è fuorviante per due ragioni. La prima ha carattere storico: le società libere, proprio perché tali, hanno prodotto dall’interno voci di critica e denuncia verso gli abusi, che talvolta hanno innescato processi di revisione normativa e di correzione di questi, con benefici in termini di aumento della libertà. La seconda ragione è teorica. ‘Modelli liberali’ di società, basati su una qualche ‘ideologia liberale’ come si è visto, non esistono. Possono esistere società libere o, per dirla con Popper, ‘aperte’, in cui si tenta di contrastare le forme di violenza, abuso e coercizione arbitraria dell’uomo sull’uomo sviluppando per prove ed errori sistemi giuridici e istituzionali il più possibile efficaci.

Questo approccio non produrrà mai risultati definitivi, anche se può condurre a grandi traguardi in termini di aumento della libertà. Tuttavia, per definizione non può offrire verità ultime e salvifiche, in grado di creare il paradiso sulla terra, e per questo da molti è considerato deludente e troppo tollerante, se non proprio accondiscendente, nei confronti delle ingiustizie e delle discriminazioni. Il problema è che l’unica alternativa a queste imperfette e talvolta ingiuste ‘società aperte’ sono le ‘ricette etiche’, in cui si affida alla politica, allo Stato ‘platonico’, ai governanti, il compito di ‘costruire’ società perfette, chiuse e autoconcluse in sé stesse, in cui tutti gli uomini sono felici, puri e buoni, pur avendo ceduto interamente al potere (cioè a quei pochi che governano), la sovranità sulla propria vita, le proprie scelte, e sul proprio futuro.   le.p.

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Written by trial & error

novembre 30, 2011 a 10:50 am

2 Risposte

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  1. Leggo un intervento di estrema intelligenza e profondità di analisi, pur nel ristretto spazio che il web consente. Personalmente, per quel che conta, sono d’accordo con quanto scritto dall’autore. Mi permetto di aprire una riflessione ulteriore facendo una serie di domande forse un tantino “universali”. La società liberale come si pone nei confronti della disparità sociale? e come il pensiero liberale s’interseca – secondo l’autore – con il concetto di democrazia che (e qui credo l’autore sia d’accordo) si presta ad essere utilizzato anche dai sistemi platonici e persino – in alcuni simulacri – dai regimi illiberali. Infine, come la società liberale tutela sé stessa dalle forze illiberali (diciamo “platoniche”, così da restare lessicalmente omogenei) ch’essa lascia si nutrano dal suo seno? Un saluto e complimenti ancora

    Matteo

    Redazione

    dicembre 2, 2011 at 10:29 am

  2. […] post che segue doveva essere la mia risposta al commento di Matteo al mio post precedente. All’inizio pensavo di cavarmela con un commento breve, ma le domande erano difficili, ed […]


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