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L’elettorato orfano e la ‘rivoluzione liberale’

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A Milano vince Pisapia, a Napoli straripa DeMagistris. Cosa è successo, e cosa succederà? Fare predizioni equivale a fare scommesse. Tuttavia qualche diagnosi azzardata, sul risultato di questa tornata elettorale per due centri così delicati, così decisivi per gli equilibri nazionali, viene voglia di tentarla. Senza volersi abbandonare a proclami escatologici sulla ‘fine del berlusconismo’ appare evidente che il voto di Milano (Napoli è forse un caso a parte, una singolarità che merita altre riflessioni) rappresenta una decisiva sconfitta politica per il premier e il suo partito.

Marco Travaglio ironizza sul fatto che ad assestare il colpo sia stato un esponente della sinistra radicale, aderente proprio a quegli orientamenti politici che Berlusconi ha sempre demonizzato. Ancora più ironico è forse il fatto che a riuscire nell’impresa sia stato un avvocato, Pisapia,  acceso sostenitore di idee ‘garantiste’ e della necessità di una riforma della giustizia (è co-autore, tra l’altro, insieme al magistrato Carlo Nordio di un bel libro, “In attesa di giustizia”, forse l’unico uscito di recente dove si tratta dei problemi del potere giudiziario in modo ragionevole) laddove non ci erano riusciti per anni i fautori di posizioni più ‘giustizialiste’. Lo stesso Pisapia prende le distanze da questi atteggiamenti, quando dichiara (com’è avvenuto oggi al Messaggero) di aver sempre sostenuto “che Berlusconi si combatte con la buona politica, e non ci si può aspettare che il lavoro lo facciano i processi. Ecco, abbiamo dimostrato che è possibile, ed è la strada giusta”.

Al di là delle facili battute, tanto di moda in questi anni di ‘guerra fredda’ tra sostenitori e oppositori del premier (al punto che vari politici e giornalisti ci hanno costruito sopra le loro carriere) è difficile credere che le vittorie di Pisapia e di De Magistris siano state prodotte dalle loro proposte politiche.  Almeno nel caso di Milano il programma del neoeletto non sembra riflettere i tratti culturali di cittadini che vivono di business e di attività economiche e finanziarie avanzate. Codificati nel gergo tipico dell’ideologia democratica post-comunista, fatto di espressioni come ‘sviluppo responsabile, sostenibile, etico, e solidale’, ‘consumo critico’, ‘finanza etica’, ‘impronta ecologica’, ‘processi di partecipazione’, o ‘e-democracy’, si scoprono vecchi schemi di intervento pubblico, che poco hanno a che fare con i valori della città di riferimento dell’economia nazionale. La scelta del candidato di centrosinistra sembra dunque più dovuta alla sua reputazione personale che alla sua appartenenza politica. A Napoli il consenso plebiscitario riscosso dall’ex procuratore, sembra aver il carattere, più che di una scelta mutuata dalla riflessione sulle sue ricette programmatiche, di un’appello disperato a una figura di redentore giudiziario, da parte di una comunità martoriata oltre ogni soglia di sopportazione da anni di abusi e cattive pratiche da parte di amministrazione e criminalità.

Più in generale il risultato di queste elezioni può essere interpretato come un segnale decisivo della delusione e disillusione nei confronti di Berlusconi da parte di un elettorato che per anni ha sperato nella sempre promessa, e mai arrivata, ‘rivoluzione liberale’. Scriveva qualche giorno fa Alberto Mingardi sul Wall Street Journal:

Mr. Berlusconi’s political demise has been pronounced many times, always prematurely. This time may be different. The present unease with Mr. Berlusconi’s personal scandals goes hand-in-hand with a profound sense of disappointment about his performance as prime minister. As scandals mounted, observers predicted he might resort to upturning the apple cart, finally pushing through tax cuts and others reforms that he had preached for years. Full of good intentions, the government still lacked initiative. (…) There are strong signals that Italians may be fed up with Mr. Berlusconi, and clearly voters in Milan wanted to give him a warning.

Ora, si tratta di un’opinione personale, ma è difficile credere che le vittorie di Milano e Napoli possano essere il primo episodio di una ‘riscossa’ del centrosinistra, dei suoi valori e delle sue proposte, sul berlusconismo e il centrodestra, per dirla con la solita terminologia. Il crollo delle illusioni del berlusconismo lascia un elettorato, (quello che sperava nella mai avvenuta rivoluzione liberale) letteralmente orfano di rappresentanza. A livello di singole città ci possono essere soprese, laddove la raccolta di consensi è più connessa alla credibilità e al carisma della singola persona. Nel contesto della politica nazionale tuttavia, è plausibile credere che la partita dei prossimi mesi si disputerà per aggiudicarsi proprio quella comunità della ‘rivoluzione liberale’ che per anni ha preferito Berlusconi, con le sue demagogie e forzature delle istituzioni, a forze che, per tradizione e approccio, di liberale hanno poco, ma che ora ha mostrato di essersi stancata.

Cambiano gli schieramenti e le forze politiche, ma l’elettorato orfano è probabilmente sempre lo stesso, in attesa che qualcuno ne raccolga i valori e si faccia carico dei suoi interessi. La sfida determinata dalla sua silenziosa presenza è avvertita dalla componente più moderata del centrosinistra, che rischia tutttavia di alienarsene le simpatie, considerato lo spinoso frangente, sancito dai risultati di Milano e Napoli, di una forte deriva verso le sue forze più radicali. Sul fronte opposto è difficile credere che ad aggiudicarsi i consensi di questi cittadini sarà il partito fondato da Berlusconi, o ciò che ne rimarrà dopo l’uscita di scena del leader. Se non altro per il fatto che in anni di governo di riforme ne sono arrivate poche. Potrebbe affacciarsi sulla scena qualche nuova figura. Data la congiuntura emergenziale in cui versa il Paese tuttavia c’è da sperare che da qualunque fazione provenga, una ‘rivoluzione liberale’, che miri a liberare le forze produttive più vitali oggi penalizzate da mercati protetti, da clientele e corporazioni e da una burocrazia spesso vessatoria, e a garantire lo stato di diritto rispetto a certi arbitrii della giustizia, venga presto messa in atto.

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Written by trial & error

maggio 31, 2011 a 2:59 pm

5 Risposte

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  1. Forse a Milano una componente (maggioritaria) “liberale” si è davvero stancata di Berlusconi, come ben scrivi tu, piuttosto che innamorata del centrosinistra. E’ anche vero che nel resto del paese le cose non stanno così: ti assicuro che il Pdl adesso e Forza Italia prima non avrebbero mai avuto tutto il consenso che hanno avuto negli anni (e penso al sud Italia e in particolar modo alla mia Sicilia, fondamentale nelle vittorie recenti del centrodestra) senza proporsi come PURA CONSERVAZIONE dello status quo, altro che rivoluzione liberale. Solo una minoranza (una piccola minoranza, e solo al nord) può aver votato – negli anni – Berlusconi & Company sperando in una rivoluzione liberale. Penso che nel paese i “liberali” (per come li intendi tu) siano davvero pochi. Aggiungo un simpatico “per fortuna” e auguro a questa splendida classe di “illuminati liberisti” un futuro roseo (non rosso, chè poi vi sentite conservatori).

    Gaetano Veninata

    giugno 1, 2011 at 1:05 pm

  2. Mah, se come dici tu, i liberali sono una minoranza siamo messi bene: significa che in Italia (almeno politicamente) esistono non individui con una testa pensante autonoma, ma le tribù ideologiche (a veder le manifestazioni di piazza ti darei ragione).

    Per inciso, il termine ‘liberale’ non significa nulla: indica solo le persone che rifiutano di aderire a una qualche ‘verità di fede’ ideologica (ma anche religiosa, per esempio) per l’istituzione di una qualche società perfetta, giusta e santa, e preferiscono argomentazioni razionali per affrontare (e possibilmente risolvere, riducendo al minimo i costi) i singoli problemi, per esempio economici, o sociali.

    Forse per te è ‘una fortuna’ che queste persone siano in minoranza, e che domini chi sbandiera slogan ideologici, che poi, nel concreto si traducono in politiche idiote e talvolta irresponsabili. Io cmq non credo i ‘liberali’ (continuo a usare questa etichetta per comodità) siano in minoranza: piuttosto mi pare, come ho scritto nel post, che manchi una forza politica che li rappresenti sulla piazza del mercato dei partiti disponibili. L’offerta crea la domanda: Berlusconi nel ’94 spuntando dal nulla acchiappò un sacco di voti sulla scorta di quelle promesse (stato di diritto, abbattimento delle corporazioni, sistema basato sulla concorrenza e non sui mercati protetti) che poi non ha mai mantenuto, semplicemente risondendo alle esigenze di una fascia di elettorato rimasto ‘orfano’ di rappresentanti dopo tangentopoli. Oggi quell’elettorato credo esista sempre, ancora più frustrato e deluso dopo anni in cui il premier ha tradito la sua fiducia sfruttando le istituzioni per le sue personali esigenze. Forse questa gente non avrà letto Hayek o Mises, ma di certo non è vicino a una cultura statalista e corporativa (progressista solo agli occhi dei fedeli della tribù).
    Sul sud il problema dello status quo (non la rock-band anni ’80 eh?) mi pare valga comunque, a prescindere dalla tribù politica: non mi pare che Bassolino o Jervolino a Napoli o in Campania abbiano fatto grandi innovazioni.

    leopoldo papi

    giugno 1, 2011 at 3:18 pm

  3. “L’offerta crea la domanda: Berlusconi nel ’94 spuntando dal nulla acchiappò un sacco di voti sulla scorta di quelle promesse (stato di diritto, abbattimento delle corporazioni, sistema basato sulla concorrenza e non sui mercati protetti) che poi non ha mai mantenuto, semplicemente risondendo alle esigenze di una fascia di elettorato rimasto ‘orfano’ di rappresentanti dopo tangentopoli”. Ecco, su questo non sono molto d’accordo. L’elettorato rimasto orfano era quello affaristico del Psi e quello malavitoso e clientelare (soprattutto al sud) della Dc (maggioranza assoluta da sempre, in tutto il Paese), non certo quello “liberale” che voleva rivoluzionare l’economia italiana. Elettorato che dal mio punto di vista, ripeto, è una minoranza (almeno quel tipo di liberale – per comodità chiamiamolo così – che piace a te). Perchè anche qui, vedi, io credo ci siano varie declinazioni della parola liberalismo. E proprio per questo motivo – visto che definisci il liberale come uno che affronta con razionalità i problemi senza trincerarsi dietro muri ideologici – che spesso mi sembri cadere nel tranello che cerchi di evitare. Affermare che in Italia ci sia questa sorta di divisione manichea tra chi “non ha una testa pensante autonoma” (penso tu ti riferisca anche a me, solo perchè crede giusto votare sì a un referendum o votare Pd o Sel perchè nella sua ingenuità magari sbagliando ritiene più importante un posto di lavoro qualsiasi piuttosto che una quotazione in borsa: STO PROFONDAMENTE SEMPLIFICANDO, PERDONAMI) e chi invece è unico degno erede di Einaudi mi sembra poco – appunto – “liberale”. Per questo ti consiglierei di leggere Gobetti (che faceva “l’amore con i comunisti” – come lessi su La Stampa tempo fa) e la sua Rivoluzione liberale, il suo “operaismo liberale” contrapposto al modello Salvemini. Mi sembra cioè – il tuo – un parlare a priori con degli schemi dettati da una sparuta minoranza che crede di vivere negli Stati Uniti: tu vieni da una città – Torino – che è cresciuta tantissimo (anche economicamente grazie all’Ue: ma ti assicuro che se quei soldi finivano in Sicilia sarebbe finita diversamente) in questi ultimi anni proprio grazie a giunte elette da teste non autonome come la mia. Magari non pensiamo con la nostra testa: o magari si può pensarla anche diversamente da Oscar Giannino senza per forza essere tacciati di essere ciechi fedeli di una tribù di bruti comunisti.

    Gaetano Veninata

    giugno 2, 2011 at 1:16 pm

  4. Ma forse hai ragione te, Berlusconi nel ’94 non ha acchiappato un elettorato rimasto senza rappresentanti, ma ha vinto nel per via di proposte che, in Italia, non si erano mai viste (abolire corporazioni e clientele, aprire al mercato, riforma della giustizia, stato di diritto ecc ecc). In questo senso l’offerta crea la domanda. Per 17 anni queste idee sono rimaste inapplicate e (peggio) svuotate a diventare slogan propagandistici.

    Che in Italia manchi una forza politica che rappresenti davvero queste idee è un dato di fatto: basta leggere la Costituzione, un documento che esprime il compromesso tra le vecchie ideologie (quella comunista e democristiana), ma che ha molti difetti in termini di tutela dell’autonomia dell’individuo, e lascia spazi per molti potenziali arbitri dello Stato e della legge sulle persone. Funzione delle costituzioni dovrebbe invece essere proprio la difesa dei diritti e l’autonomia del cittadino contro i potenziali abusi del gestore pubblico. Proprio questa è la differenza tra regimi totalitari, di qualunque tipo e basati su qualunque ideologia, da quelli che garantiscono la libertà: i secondi hanno un sistema giuridico fatto per limitare l’intervento dello Stato sui cittadini a precisi ambiti ‘necessari’ tutelandone la libertà, mentre i primi agiscono arbitrariamente secondo questa o quella dottrina del ‘bene collettivo’, o più semplicemente, secondo interessi congiunturali di singoli gruppi che presidiano le istituzioni. In Italia forse bisognerebbe ripartire davvero da zero, a partire dalla riscrittura della carta fondamentale, per dare spazio a quella potenziale ‘domanda’ che oggi non trova in nessun modo rappresentanza.

    Forse mi sono spiegato male: non sostengo una ‘divisione manichea’ tra teste pensanti e non. Sostengo che, nella partecipazione alla vita pubblica, le ideologie prevalgono sulle argomentazioni nella formazione delle opinioni, tanto da piegare i fatti a piacimento (da entrambe le parti) quando non si conformano ai propri desideri dottrinari. Dopodiché al di là delle frange più radicalmente ottuse, le persone di buonsenso scelgono il meno peggio, come è avvenuto a Milano e (forse?) a Napoli. Il caso del referendum sull’acqua di questi giorni è un esempio di distorsione della realtà: la campagna che ne sostiene la causa diffonde, non si capisce bene il perché, delle vere e proprie bugie, un po’ deliberatamente, un po’ per incompetenza. Opporsi alle sciocchezze referendarie, in questo caso, non è una battaglia politica, ma piuttosto una battaglia etica, a sostegno della verità, contro i divulgatori di bufale, per questo, secondo me, vale la pena spendercisi un po’. Lo stesso vale per affermazioni del tipo ‘meglio il posto di lavoro che la quotazione in borsa’: non sono semplificazioni, denotano un’incomprensione, o una pelosa volontà di fuorviare i fatti (non è questo ovviamente il tuo caso), su come funziona l’economia, e sul perché da noi ci ritroviamo in questo stato di declino galoppante. Semplificando (ché in questo caso si semplificazione si tratta): In Italia la mancanza di sviluppo e di conseguente creazione di posti di lavoro è dovuta in larga misura infatti, non al ‘libero mercato’, e ai capitalisti cattivi che sfruttano i poveri, ma ai sistemi corporativi, allo stato che abusa arbitrariamente (grazie anche a Berlusconi, occhio) dei cittadini e delle imprese e eroga pochi o nulli servizi. Chi ha un’esperienza di lavoro reale, nel senso di impresa (ma anche in settori come il giornalismo 😉 in Italia, e si è scontrato con le ingiustizie vergognose di questo sistema, sa di cosa sto parlando.

    Torino: la città non è cresciuta tantissimo, grazie ai soldi Ue. Vedi qui: http://bit.ly/mk12gB (pag. 8) La provincia di To per Pil pro capite è scesa di 21 posti nella gratuatoria nazionale dal 1995 al 201o. I soldi Ue sono serviti a fare la plastica facciale alla città, restaurata e molto più bella di un tempo, ma non hanno creato vero sviluppo. Torino ha subito un forte declino, e ad oggi è alla ricerca di una nuova ‘vocazione’.

    Leggerò Gobetti, ma solo se tu ti trangugi dalla prima all’ultima pagina “La società libera di Hayek” o magari “lezioni di politica sociale” di Einaudi

    leopoldo papi

    giugno 3, 2011 at 11:55 am

  5. accetto i consigli. rimango con un’idea un po’ diversa (e sulla Costituzione e sul referendum) e….ci vediamo in libreria così ci prendiamo a colpi di tomi politico/economici 🙂

    Gaetano Veninata

    giugno 3, 2011 at 1:39 pm


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