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Naturalism in visual arts, qualche appunto 2

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The Truman Show, 1998

Attribuire alla nozione di ‘fedeltà visiva’ un relativismo totale, premesso tutto ciò (vedi post precedente) non sembra soddisfacente. Ci sono davvero tanti modi di vedere (nel senso specifico, di percepire visivamente) quanti sono gli stili che sono stati sviluppati nelle arti visive? Anche se così fosse, non potremmo comunque capire ‘come vedevano’ in un dato periodo o secondo certe convenzioni, perché osserveremmo l’immagine attraverso il ‘filtro’ del nostro modo di vedere, o del nostro ‘linguaggio’ percettivo. Forse l’inghippo, in questo approccio sta nel voler sostenere che tutti gli stili pittorici hanno una loro intrinseca oggettività rappresentazionale e non solo uno, e cioè quello che caratterizza i dipinti prodotti dalla tradizione classica europea fino all’impressionismo (più o meno), o le fotografie.

Si può invece affrontare la questione partendo dall’assunto opposto, e cioè che tutte le immagini, anche quelle più incredibilmente fedeli, sono intrinsecamente ambigue. Anzi, di più: è l’ambiente visivo stesso, e cioè gli elementi che ci si presentano davanti agli occhi, ad ammettere intrinsecamente più di una interpretazione. La cosa strana è che non ce ne accorgiamo: gli oggetti ci appaiono stabili nella forma, nei colori e nelle dimensioni.  Ma le ambiguità saltano fuori non appena ci troviamo, ad esempio, ad osservare oggetti a una certa distanza nell’ambiente naturale. Che forma ha una nuvola? E che grandezza una montagna? E che colore? Come sono orientati gli uni rispetto agli altri i rami di un albero? E chi ci assicura che il cielo non sia, come nel film the Truman show,  un immensa calotta dipinta? In base a cosa possiamo essere sicuri che un grattacielo alto 150 metri, osservato da sotto, non sia invece una costruzione dai lati obliqui molto convergenti e molto più bassa, ma indistinguibile da quel punto di vista?

Munich uptown tower

Ci si accorge facilmente, con domande del genere, di quante cose diamo per scontate ingiustificatamente nella nostra normale attività visiva. Assegnamo inconsciamente agli oggetti del nostro ambiente interpretazioni univoche (riguardo a caratteristiche la dimensione, forma, colore, funzione) come fossero le uniche possibili, senza pensare che dato quel punto di vista, un numero indefinito di oggetti diversi potrebbe essere visualizzato allo precisamente allo stesso modo. Le ragioni della scelta automatica proprio di ‘quella interpretazione’  tra le alternative possibili sono uno dei terreni d’indagine della psicologia della percezione (ed è ovviamente impossibile parlarne in questo post). L’ambiguità intrinseca del mondo, e il fatto che gli oggetti identificati potrebbero essere diversi da come li interpretiamo, è stata messa in luce con vari esperimenti, nel corso della storia dell’arte. Ad esempio i trompe l’oeil architettonici, come la prospettiva di Borromini a Palazzo Spada a Roma (vedi questo post), oppure nel 20° secolo, gli esperimenti dello psicologo e artista Adalbert Ames Jr, come la  sua sedia o la celebre stanza.

Adalbert Ames Jr - Room

Così entra in gioco la rappresentazione pittorica. In un ambiente visivo fatto di ambiguità, il problema della fedeltà delle immagini agli oggetti diventa abbastanza privo di senso. Oggetti diversi, da un dato punto di osservazione possono essere indistinguibili, tanto da essere interscambiabili. Oppure la stessa figura, in contesti diversi, può essere visualizzata diversamente. Un esempio: il triangolo che nel quadro di Magritte, può diventare, a seconda, strada o tetto di castello (vedi post precedente). Senza entrare nel merito delle teorie sulla percezione, si può affermare che l’identificazione di un oggetto  dipende in larga misura dall’osservatore, che effettua, se pur in modo automatico e inconsapevole, una scelta tra le possibili interpretazioni alternative. E si sottolinea possibili, perché anche se la classe di oggetti ‘visivamente iterscambiabili’ da un dato punto di vista è indefinita, non è arbitraria. Si tratta infatti dell’insieme di oggetti che pur non avendo nient’altro in comune tra loro, da quel punto di osservazione e in quelle date condizioni sono equivalenti sul piano percettivo. Un oggetto può ‘funzionare’ visivamente come sostituto di un altro.

In termini di immagini, secondo questo approccio, più che di rappresentazione, si potrebbe parlare di ‘sostituzione’. E’ un’idea che è stata proposta per la prima volta da Ernst H. Gombrich nel 1950, nel saggio A cavallo di un manico di scopa. Gombrich parlava di ‘falsi gettoni’ che sostituiscono quelli veri nell’azionare un meccanismo interpretativo. Le immagini naturalistiche, per lo studioso, funzionerebbero proprio così, come dei ‘falsi gettoni’ capaci di innescare un processo di identificazione, estremamente complicato, basato sui meccanismi estremamente complessi, in parte fisiologici e innati, in parte acquisiti e di tipo cognitivo, che caratterizzano la nostra percezione visiva. Gombrich parlava anche di ‘grimaldelli’ capaci di aprire le ‘serrature’ della percezione e attivare un dato riconoscimento, sostituendo la chiave originale, (e cioè l’oggetto rappresentato). Secondo questa concezione, le caratteristiche specifiche del grimaldello e la sua somiglianza a quello ‘vero’ -il famoso problema della somiglianza- sono questioni di importanza secondaria: ciò che conta è l’equivalenza nel far scattare il meccanismo.

Rembrandt, disegni

In questa prospettiva diventa spiegabile il fatto che oggetti estremamente diversi rispetto a quelli rappresentati, come i tratti intricati di un disegno di Rembrandt o le macchie di un impressionista possano attivare il riconscimento di un volto umano, e  persino di una persona in particolare, o di un edificio, o di un paesaggio, suscitando anche nell’osservatore reazioni emotive più complesse. Sono ‘chiavi sostitutive’, che funzionano molto bene nel provocare un’identificazione, e proprio quella voluta, tra le altre possibili: sono ‘adatte’ allo scopo. Quali meccanismi attivino ancora non sembra ancora essere chiaro (forse ce lo dirà un giorno la ricerca scientifica)  ma non importa. Un ladro può far scattare una serratura anche senza sapere come funziona.

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Written by trial & error

maggio 3, 2011 a 12:44 pm

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