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Fukushima time

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Link sullo studio comparato segnalato dal WP (20 maggio)

Articolo del Washington Post su uno studio comparato delle vittime per Terawatt dalle diverse fonti di energia (20 maggio)

lo sbufalatore nucleare (aggiornamento 23 aprile)

aggiornamento (12 apr.) – altro link interessante sulle radiazioni

Aggiornamento (4 apr.) – un link interessante sulle radiazioni

La situazione alla centrale di Fukushima sembra ancora molto grave. Ieri la Tepco, la società che gestisce la centrale, ha fatto sapere che tracce di plutonio sono state trovate in vari punti intorno all’impianto , tanto da far pensare a una rottura del ‘vessel’ n. 3, il contenitore del nucleo nel quale questo elemento è utilizzato (come parte di un mix) come combustibile, per ora smentita dal gestore. Almeno in uno dei reattori (il n.2) pare sia avvenuta la fusione del combustibile. Le radiazioni sono altissime in prossimità dell’impianto e forse anche a una certa distanza. A quanto pare tuttavia, il processo di raffreddamento dei quattro impianti sembra più o meno stabile, dopo il ripristino dell’alimentazione elettrica alle pompe per la refrigerazione.

In generale di questa faccenda è stato possibile seguire, con un’attendibilità decente,  gli eventi contingenti, grazie alle molte cronache ‘in tempo reale’, più o meno  accurate disponibili online. Io in questi giorni ho seguito gli aggiornamenti su ‘il Post’, tipo questo, o questo sulle radiazioni, tra cui quelli del fisico Amedeo Balbi, che ha pubblicato un bel post divulgativo sulle centrali nucleari (del tipo: cosa sono e come funzionano). Sul Sole 24 ore ho pure trovato spiegazioni che mi parevano (a intuito, non essendo un esperto) plausibili, tipo questa.  Francamente mi è sembrato scadente il servizio del Corriere della Sera, che talvolta ha dato voce a personaggi come Adriano Celentano o Dacia Maraini e non si capisce bene il perché.

Potrei continuare con l’elenco delle altre fonti che ho consultato, tra cui l’Iaea, la World nuclear association, l’Union of Concerned Scientist, o l’Ispra.  Ho letto approfondimenti su Scientific American, e ne ho trovati altri, che mi parevano buoni, tipo questo pubblicato da Linkiesta, o quelli di Umberto Minopoli (Ansaldo Nucleare) sul suo blog su Facebook tra cui l’intervista a Carlo Lombardi, uno dei massimi esperti di impianti nucleari in Italia. Una mappa accurata dell’area (e delle centrali) interessate dal terremoto può essere visualizzata qui.  Insomma, l’idea che mi sono fatto sulle modalità dell’incidente giapponese (tanto per capirci, quella che serve per rispondere alle classiche domande giornalistiche chi, cosa, dove, quando e perché)  è abbastanza chiara.  Fukushima però induce inevitabilmente a riflettere sull’utilizzo del nucleare. E io, come penso molti altri non ostili a questo tipo di tecnologia, mi sono ritrovato a cercar di capire se la catastrofe giapponese sia una ragione sufficiente ad abbracciare il ‘fronte del no’.

Ecco l’opinione che mi sono fatto, in base alle cose che ho letto che mi parevano più ragionevoli. Premetto che la risposta all’interrogativo precedente è: no, non ci sono ragioni definitive per diventare No nuke a priori, al lordo dell’incidente giapponese.  Questo per varie considerazioni. La prima riguarda la sicurezza delle centrali nucleari. In Giappone si è svolto il più decisivo ‘stress test’ immaginabile per questo tipo di strutture: un terremoto del 9° grado Richter con annesso tsunami.   Il risultato di questa prova, considerando i danni di Fukushima,  sembra essere positivo.  Nelle quattro centrali più direttamente colpite dal sisma i sistemi automatici di arresto dei reattori si sono immediatamente attivati. In altre due più distanti (entro 7 minuti dall’epicentro)  è stato disposto il blocco, e in altre cinque ancora più lontane  (20 minuti)  le autorità giapponesi hanno disposto il fermo di sicurezza. L’incidente di Fukushima è stato determinato dall’arresto dei generatori d’emergenza che forniscono elettricità alle pompe di raffreddamento della centrale, travolti dallo tsunami. Si deve però tener conto del fatto che l’impianto era vecchio di 50 anni (nella progettazione, di 30-40 nella costruzione) e basato su una tecnologia ormai superata. Gli impianti attuali (vedi intervista Leonardi, sopra), non hanno più pompe simili, e  per raffreddare il nucleo in caso di emergenza impiegano sistemi passivi, come l’allagamento per caduta oppure, in caso di fusione, la distribuzione del materiale su una superficie sottostante, secondo una disposizione che ne consente il raffreddamento (un po’ come si fa col risotto, quando lo si stende sul piatto per raffreddarlo). E’ ragionevole dunque  pensare che gli stessi incidenti non sarebbero accaduti in un impianto moderno. Certo, si può obiettare che le centrali più moderne potrebbero non resistere a eventi ancora più catastrofici del sisma e dell’onda,  (che so, un meteorite gigante che impatta nelle vicinanze), ma in quel caso, gli eventuali danni  sarebbero probabilmente un problema minore.

Il nucleare non significa zero rischi, ma per le nuove centrali (quelle di 3a generazione) questi sarebbero comunque molto bassi.  Lo spiega bene in un’intervista a Linkiesta Francesco D’Auria, docente di ingegneria nucleare a Pisa, secondo cui considerate le centrali di seconda generazione (come quella di Fukushima) la probabilità di incidente grave è una ogni 10mila anni. Ripartito sulle 443 centrali attive oggi ciò significa un incidente ogni ventina d’anni. E siccome le centrali attive oggi sono vecchie, un incindente era prevedibile, a 25 anni di distanza da Chernobyl. Per quelle di 3a generazione però, dice D’Auria, il rischio scende a 1milione anni/reattore. Se ci fossero mille centrali di questo tipo dunque la probabilità di incidente scenderebbe a 1 ogni mille anni (se ho fatto bene il conto).

Rimane da capire quali saranno gli effetti concreti dell’incidente alla centrale nucleare. Su questo argomento, probabilmente, ci saranno anni di polemiche, fatte di rapporti e valutazioni ufficiali, e controrapporti delle associazioni contrarie al nucleare. Una cosa è però certa. La disgrazia di Fukushima è avvenuta a causa di un evento catastrofico (terremoto+tsunami), che ha portato dai 20 ai 30mila morti, con enormi devastazioni.  Una raffineria in fiamme a Ichinawa (a nord di Tokyo) ha bruciato per giorni, e scaricato nell’atmosfera un non ben stimato volume di sostanze tossiche. In futuro forse il bilancio sarà diverso, ma per ora le conseguenze del guasto all’impianto nucleare rispetto a quelle degli altri eventi  sembrano contenute.  Si possono poi esaminare i dati comparati  relativi alle morti dirette e indirette causate dalle varie fonti di produzione elettrica.  Se ne trovano in questo post di NoisefromAmerika, e su questo (linkato al suo interno), o in quest’intervista al giornalista Enrico Pedemonte. Ogni anno, dice Pedemonte, secondo l’Ocse, le polveri sottili prodotte dai combustibili fossili provocano 960mila morti precoci: “50 milioni di morti in 50 anni”. Sempre per citare Pedemonte (è più facile, gli altri articoli leggeteveli) “in questo mezzo secolo quanti disastri hanno prodotto le centrali nucleari? Uno solo: Chernobyl, con 65 morti accertati e altri 30 mila presunti nei prossimi 80 anni”. Anche a metterci dentro Fukushima, il nucleare sembra dunque rimanere tra le fonti meno impattanti in termini di costi umani.

Ci sono molti aspetti del nucleare (e della produzione di elettricità, in generale) su cui discutere. Per esempio i costi, che come spiega questo rapporto di Carlo Stagnaro dell’Istituto Bruno Leoni, dipendono “da assunzioni relative a variabili specifiche del singolo investimento, e legate sia all’investimento stesso, sia al contesto in cui viene calato”. Aspetto tuttavia che spiega l’economista, in un contesto liberalizzato diventa irrilevante: se il nucleare davvero non fosse competitivo, nessuno ci investirebbe. E sarebbe assurdo in un contesto simile fare leggi che lo vietano.  C’è poi molto da dire in favore delle fonti rinnovabili (eolico, fotovoltaico). Purtroppo però, come spiega questo (scusate il sovraccarico di link) articolo di Dario Bressanini, allo stato attuale dei consumi e della tecnologia, queste risorse coprirebbero solo piccole quote del fabbisogno, anche se sfruttate fino ai loro limiti intrinseci. Si può dunque ragionare sull’opportunità di ridurre i consumi, mediante una gestione più efficiente delle risorse disponibili e magari pure una cultura più attenta agli sprechi. Si può essere d’accordo su tutti questi aspetti, ma tuttavia si deve essere coscienti che non implicano un atteggiamento di rifiuto dell’atomo come fonte energetica. Come non lo implica per quanto spaventoso e preoccupante, la crisi in corso in Giappone.

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Written by trial & error

marzo 30, 2011 a 8:06 pm

Pubblicato su ambiente, energia, media

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