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Quella malinconia da terza minore

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Luogo comune musicale: gli accordi minori sono “tristi”, quelli maggiori “allegri”. Perchè il nostro sistema nervoso  reagisca a questi diversi suoni assegnandogli queste due categorie emotive, è un mistero. Alla Tufts University (Massachussetts) ci hanno fatto su qualche esperimento. E hanno scoperto che la “terza minore” si manifesta anche nelle intonazioni del linguaggio umano. Lo studio è stato riportato da Scientific American.

Ecco la ricerca: Megan Curtis del Music Cognition Lab della Tufts University ha registrato frasi di due parole recitate da un gruppo di attori, del tipo “let’s go”, o “come here” con diverse intonazioni emotive: rabbia, tristezza, felicità ecc (ascoltare per credere) Dopo appropriata analisi al computer, è saltato fuori che le sequenze “tristi” esibivano precisamente l’intervallo minore. Depurate delle parole, le sequenze sonore sono poi state sottoposte a nuove valutazioni (triste, allegro, arrabbiato ecc). E di nuovo: le terze minori erano i suoni “tristi”.

Conclusioni (azzardate): l’espressione delle emozioni nel linguaggio umano e nella musica avrebbe origini evolutive comuni. Qualche neuroscienziato ( si spinge a congetturare un “musilanguage” (musilinguaggio), una specie di antenato comune della musica e del linguaggio, che si sarebbero poi separati successivamente nella storia della nostra specie.

Obiezioni: non è affatto detto che gli intervalli “minori” siano sempre percepiti come “tristi”. Una serie di contro-esempi li prova a dare Daniel Wattenberg in questo articolo su The Atlantic. Una canzone come Eleanor Rigby (si deve ricordare gli autori?), spiega Wattenberg, se ci mettete un testo ridicolo e la suonate in ska punk, nonostante l’uso dell’intervallo minore può avere risultati esilaranti. Per lo scrittore se la terza minore suscitasse un sentimento di tristezza, dovrebbe farlo anche se combinata ad altri aspetti (testo, ritmo, timbri). Conclusione, questa, forse un po’ affrettata dalla voglia di contrastare quella sorta di “riduzionismo musicale” che qualcuno (Wattenberg?) potrebbe odorare nello studio condotto alla Tufts.

Di sicuro cose come l’intonazione hanno un ruolo centrale nel linguaggio umano. Uno stesso messaggio può suscitare reazioni molto diverse a seconda del tono che si usa: provate a dire “ti amo” al partner arrabbiati o urlando. Oppure a parlare a una riunione importante in falsetto o col vocione alla barry white, o sbiascicando tipo ubriachi, e vedere le reazioni del pubblico. Lo stesso potrebbe dirsi per le immagini o i simboli. Mandate un biglietto di condoglianze con i caratteri dei fumetti.

Difficile dare una spiegazione unica delle nostre reazioni emotive ai suoni e alle immagini. E’ probabile che alcune siano innate, almeno quelle molto semplici, come la “tristezza” suscitata dagli intervalli di terza minore. E tuttavia spiegazioni troppo deterministiche non reggono in situazioni in cui una “terza minore” è parte di un contesto complesso di molti fattori interagenti (ritmo, timbri ecc) come mostrano gli esempi di Wattenberg. Probabilmente il nostro sistema si è evoluto in modo da essere “aperto” e altamente adattivo: capace cioè di interagire con una gamma indefinita di situazioni possibili a partire da un repertorio finito di comportamenti predisposti geneticamente. Ma ovviamente, qui do spago alle mie fantasticherie.

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Written by trial & error

gennaio 2, 2011 a 8:07 pm

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