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Se lo dice Robecchi, meglio verificare

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Parliamo di economia, e di falsità. Sul Manifesto del 5 dicembre Alessandro Robecchi pubblica un commento per ridicolizzare l’economista Francesco Giavazzi. Lo potete leggere su questa pagina. Robecchi prende in giro Giavazzi per aver preso una serie di cantonate. Per rafforzare l’effetto, infarcisce il pezzo di citazioni tratte dagli editoriali dell’economista. Peccato che, prese così, distorgano il pensiero dell’autore, poichè estrapolate dal senso del testo di cui facevano parte. Ed estrapolate in modo tale che viene il sospetto che quella di Robecchi non sia semplice incomprensione di Giavazzi. Sembra proprio che l’abbia fatto apposta. Ora, perchè mai Robecchi abbia fatto un’operazione del genere, è tutto da capire. Contrastare una tesi che non si condivide è sicuramente giusto, ma perchè falsificare la realtà? Certo, ridicolizzare è più facile che confutare: e tuttavia forse Robecchi, non si rende conto che così, la prima vittima del suo “strale” non è il suo bersaglio, ma sono i propri lettori, che vengono portati a credere falsità e nonmessi in condizione di avere un’idea critica del pensiero dell’economista.

Ora, questo post non vuole essere una difesa di Giavazzi, che non è sicuramente immune da errori o da cantonate, e comunque è perfettamente in grado di difendersi da solo. E’ un post in difesa della verità. E dei lettori di Robecchi, che ora (forse) potranno avere un’idea più chiara del pensiero dell’economista e delle tattiche retoriche del suo simpatico denigratore. Per questo, un po’ da fissato, (e soprattutto da stufo di un paese dove, poichè si è incapaci di confutare, si offende)  mi sono preso la briga  di svelare in punta di filologia i trucchi dell’articolo di Robecchi. E dimostrare così la profonda meschinità intellettuale di questa sorta di “satira” che a certi italiani piace tanto.

–  Robecchi prende in giro Giavazzi per aver preso una cantonata, ricordando questa affermazione  «La crisi del mercato ipotecario americano è seria, ma difficilmente si trasformerà in una crisi finanziaria generalizzata».  La frase era contenuta in un articolo di Giavazzi intitolato “Il ritorno del rischio” (4 agosto 2007), una denuncia del fatto che si stavano diffondendo titoli derivati da mutui subprime nel mondo, e siccome i prezzi cominciavano a scendere, c’era un grave rischio di reazione a catena di insolvenze mondiale. Nello stesso articolo Giavazzi scriveva:

Si tratta di mutui concessi a famiglie che hanno fatto il passo più lungo della gamba e oggi si trovano in difficoltà nel pagare le rate. Il guaio è che, nel frattempo, il prezzo delle abitazioni negli Stati Uniti sta scendendo e queste famiglie non possono neppure rivendere la casa per estinguere il mutuo. Un tempo il problema sarebbe rimasto circoscritto a quelle banche che in modo poco avveduto hanno concesso questi mutui.Non oggi, perché oggi le banche concedono i mutui e poi li rivendono ad altri: altre banche, fondi di investimento, compagnie di assicurazione. Così l’esposizione al rischio ipotecario si diffonde nel mondo.

Giavazzi escludeva catastrofi troppo gravi perchè al tempo, c’era una buona performance di crescita mondiale e americana, che permetteva di assorbire i possibili effetti dei fallimenti. Segnalava però anche il pauroso aumentare del differenziale tra i tassi di interesse su titoli sicuri e quelli sui derivati da finanziamenti ipotecari a rischio (i famigerati subprime):

Nel mondo l’economia continua a crescere rapidamente: in Oriente, in Europa e nonostante tutto anche negli Usa (+3,4 per cento nel secondo semestre dell’anno). La crescita consente agli investitori di assorbire le perdite ed evita che il contagio si diffonda. E tuttavia questa crisi ha segnato uno spartiacque nella percezione del rischio. I differenziali di rendimento tra titoli sicuri e investimenti più a rischio si sono improvvisamente allargati.
Un anno fa investire in mutui ipotecari dubbiosi rendeva solo il 7% in più di un Bot: oggi il differenziale è del 18%.

Insomma, altro che previsione sbagliata. Con un anno di anticipo dal crack ne coglieva (e non era il solo) i segnali. Come si può vedere, Robecchi ha snaturato il pensiero dell’economista, estrapolandone una frase dal contesto. In un’altro articolo del 26 novembre 2007 Giavazzi racconta come il problema del rischio, nel mercato finanziario globale “aumentato”, fosse ormai la diffiocoltà a ottenere informazioni.

“Il problema che rimane irrisolto è la carenza di informazione. Durante l’estate era improvvisamente venuta meno la fiducia nei parametri fino ad allora usati per determinare il prezzo di alcuni titoli cosiddetti «strutturati», pacchetti di prestiti — inclusi i famosi mutui subprime — che le banche avevano venduto sul mercato. Questi titoli offrivano rendimenti attraenti e si erano rapidamente diffusi. Non solo fra gli investitori, anche fra le stesse banche che vendendo i propri prestiti li avevano di fatto creati. Poiché nessuno più sa quanto valgano, il mercato per questi titoli si è prosciugato: chi li possiede non può venderli, ma soprattutto, non essendoci più un prezzo, non ha modo di conoscerne il valore. L’illiquidità si è propagata a tutto il mercato perché è rischioso fare affari con istituzioni delle quali è diventato difficile valutare i bilanci”.

E’ esattamente quello che è successo 10 mesi dopo: nessuno capiva più chi aveva i titoli tossici, e nessuno prestava più soldi a nessuno, con il risultato che i flussi di credito si sono “prosciugati”, con rischi altissimi per l’economia reale, che ha bisogno della finanza per svilupparsi.

– L’articolo della Voce: se andate a vedere, il giorno dopo “il bel giorno per il capitalismo”, e cioè il 17 settembre Giavazzi osserva che la situazione è più grave del previsto, e quindi considera responsabile il salvataggio Usa di alcune banche.

Ieri avevamo tirato un respiro di sollievo. La coraggiosa decisione del tesoro americano di lasciar fallire Lehman, sembrava rappresentare una svolta: banche, case automobilistiche, linee aeree, assicurazioni, avrebbero d’ora in poi dovuto arrangiarsi da sole. Oggi il governo americano ha dovuto smentirsi. E’ una cattiva notizia perché significa che la situazione finanziaria continua ad essere molto grave. Ma è anche una buona notizia perché dimostra che l’economia del mondo è nelle mani di persone responsabili che non decidono guidate dall’ideologia (come pure qualcuno ieri, a Washington, suggeriva), ma dal buon senso.


Giavazzi ha affermato anche recentemente che il suo elogio del fallimento Lehman era una sciocchezza. Ma non significa che le sue idee fossero sbagliate in assoluto. Lo erano rispetto a quel catastrofico contesto. Ecco perchè: Giavazzi e molti altri hanno dimostrato come la crisi finanziaria del 2008 sia stata innescata non da un “fallimento del mercato”, (una bufala che purtroppo è vulgata comune) ma da una congiuntura di decisioni irresponsabili di operatori come la Fed, di decisioni irresponsabili della politica (su pressione delle lobby finanziarie) come la legge di liberalizzazione dei derivati sui mutui che permetteva alle banche di investire sui derivati senza sufficienti capitali di copertura, e da un’assenza di controllo da parte di istituti come la sec (la consob americana) e agenzie di rating. Tutto ciò ha portato gli operatori finanziari (banche, compagnie di assicurazioni) a esporsi a rischi e normi pur disponendo di capitali insufficienti. Ora, quando ormai la catastrofe è in atto, bisogna metterci una pezza: e Giavazzi è d’accordo che nell’emergenza, l’unico tampone all’emorragia dei fallimenti era ricorrere a un oceano di soldi pubblici (i bailout). Ma si deve tener presente che a causare la catastrofe nn è stato “il mercato”, ma un gruppo di persone irresponsabili che hanno fatto regole pelose e hanno smesso di vigilare. La crisi poteva essere evitata, se gli investitori avessero saputo cosa stavano davvero comprando.

– Giavazzi su Grecia e Irlanda: andatevi a leggere gli articoli. Dice che, se vogliamo avere ancora la nostra bella moneta unica, non c’è scampo, gli stati vanno salvati. Rimane da capire se i costi dell’eurosalvataggio siano più alto dei benefici. Giavazzi in questo caso sembra essere europeista, in contrasto col suo tradizionale approccio “liberista”.

E con questo tanti saluti. Primo e ultimo post di questo tipo, in un blog che non ha finalità politiche o polemiche.

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Written by trial & error

dicembre 16, 2010 a 6:21 pm

3 Risposte

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  1. Più Leopoldi per tutti!

    V

    dicembre 16, 2010 at 7:25 pm

  2. L’articolo di Papi (nel senso di Leopoldo…) non dimostra affatto la malafede di Robecchi, bensì la sua correttezza. Robecchi non nasconde l’affermazione di Giavazzi secondo cui le situazione del mercato ipotecario statunitense era seria, come dimostrano tutti gli argomenti usati dall’economista e qui riportati. Giavazzi, probabilmente per salvare comunque e sempre il modello economico a lui caro, ne trae una conclusione tranquillizzante: “difficilmente si trasformerà in una crisi generalizzata”. Papi ammetterà che Giavazzi ha toppato e che si è ben meritato la satira di Robecchi, il quale non ne ha proprio snaturato il pensiero.
    Più curiosa la tesi contenuta nella dimostrazione che Giavazzi aveva visto perfettamente la gravità della situazione (dopo il fallimento della Lehman!). Nella argomentazione si inserisce il tema dello Stato e del libero mercato. Nel pensiero liberista lo Stato dovrebbe ritirarsi il più possibile e lasciar fare al libero mercato, che saprebbe autoregolarsi. Ora cosa rimprovera Giavazzi allo Stato: proprio di aver smesso di regolare e di sorvegliare il libero mercato, di averlo lasciato in mano ad istituzioni di autoregolazione (la SEC e le agenzie di rating) che non hanno autoregolato niente e così il libero mercato ha combinato il disastro che tutti hanno potuto constatare. Altro che bufala il fallimento del mercato. Ne abbiamo avuto una dimostrazione a scala e in tempo reale.
    Egregio Signor Papi, spiacente, ma non ne ha azzeccata neanche una.

    Ladi

    dicembre 28, 2010 at 9:54 am

  3. Grazie per l’intervento. Forse però occorre chiarire. Non è vero quello che lei dice “giavazzi rimprovera allo stato di aver smesso di sorvegliare e di aver lasciato il mercato agli istituti di autoregolazione (?)”. Rimprovera semmai alla politica di aver influenzato quegli istituti (pubblici e privati e indipendenti rispetto alla politica). Queste hanno smesso di funzionare e hanno fatto operazioni dubbie per trasparenza e rischiosissime, che halla fine hanno scatenato la crisi. Ed è esattamente quello che è successo. Quello del “fallimento del mercato”, è uno slogan completamente falso. Sulla frase in questione: Robecchi l’ha estrapolata dal suo contesto, fuorviando deliberatamente il pensiero di Giavazzi. Un saluto L

    leopoldo papi

    dicembre 28, 2010 at 10:12 am


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