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Storia dell'arte darwiniana

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Il primo corso di storia dell’arte all’università ha di solito un titolo tipo “metodologia della ricerca storico-artistica”. Alla prima lezione, quasi sempre ti fanno vedere due diapositive, una di Giotto e una di Michelangelo o Leonardo o Raffaello. E ti spiegano che per studiare l’arte, prima di tutto, bisogna evitare di cadere nell’ “errore vasariano”. E cioè evitare di considerare la storia dell’arte, come aveva fatto Giorgio Vasari scrivendo le Vite de’ più eccellenti pittori, scultori, e architetti,  come un progresso da forme di rappresentazione rudimentali, ad altre sempre più raffinate.

Giotto, Maestà di Ognissanti, 1310

L’arte spiegano – non progredisce – ma piuttosto si trasforma. Cambiano gli stili e le Weltanschauungen, i “modi di vedere il mondo”, e di conseguenza anche  i linguaggi e i valori estetici che caratterizzano le immagini. Non si può quindi giudicare un’opera medievale con il metro del Rinascimento, o del Barocco o del Cubismo. E poi non esistono forme assolute di “naturalismo” ma solo diversi codici  di rappresentazione, tutti equivalenti e “realistici” rispetto al contesto in cui sono stati usati.

Raffaello, Madonna Cowper, 1505-6

Molta storia dell’arte, rifiutando qualsiasi idea di progresso,si è dedicata a cercare di definire allora “leggi intrinseche oggettive”del cambiamento degli stili e delle concezione estetiche sottostanti le opere.  Queste leggi avrebbero permesso di fondare una sorta di “scienza storica dell’arte”, capace di mostrare le ragioni per cui una data opera, di fatto “non poteva non accadere” in un dato momento. Studiosi come Konrad Fiedler, Alois Riegl, Heinrich Wölfflin e più tardi Otto Pächt, o in Italia Carlo Ludovico  Ragghianti (e a suo modo, Roberto Longhi) provarono a definire metodi “scientifici” come quello della “pura visibilità”, che mostrassero il carattere necessario dei cambiamenti nelle arti visive. Ancora oggi, ai corsi di storia dell’arte – almeno in Italia – finiscono spesso per considerare “scienza” la definizione delle “regole di trasformazione” dell’arte da un periodo all’altro.

Questi approcci sono poco convincenti. In primo luogo hanno spesso una struttura logica circolare. A partire da osservazioni di opere singole traggono degli enunciati universali, che poi utilizzano per spiegare le opere stesse. Frasi del tipo: “Il Manierismo segna la crisi dei valori del Rinascimento”, oppure “Cezanne è il preludio alla scomposizione dello spazio operata dal Cubism0”. Inoltre, spesso sono interpretazioni teleologiche della storia. Interpretano cioè i fatti precedenti (Cézanne), alla luce di quelli successivi (il Cubismo), dando l’illusione di una sorta di direzione “razionale” della storia verso un dato scopo. Infine incentivano l’uso di un linguaggio profetico, fatto di paroloni che però stringi stringi, non spiegano nulla.

Leggi storiche del “cambiamento artistico” esistono? Difficile crederlo, almeno nel senso proposto da queste interpretazioni. In generale è difficile credere che esistano leggi storiche, per cui gli eventi successivi devono essere considerati il prodotto inevitabile di quelli precedenti. Nella storia naturale, quest’idea è stata smentita dalla teoria dell’evoluzione di Darwin. Ma nella storia “umana” sembra ancora molto diffusa. Nell’evoluzione, la comparsa delle nuove specie non dipende certo dalle condizioni precedenti, ma dai cambiamenti interni dei genomi e dalle condizioni contingenti esterne che operano la selezione.

Caravaggio, Cena in Emmaus, 1606

Si potrebbe applicare un ragionamento simile, “darwiniano” alle arti per descrivere (questa volta) in modo convincente come emergono, si affermano e trasformano, e si intersecano gli stili nelle diverse tradizioni. Si potrebbe quindi immaginare un modello in cui le opere sono gli “individui” appartenenti a una qualche tradizione stilistica, e la società costituisce invece l’ambiente, che applica molteplici pressioni selettive. In una data tradizione stilistica, un certo artista può proporre nuove varianti, che si allontanano dalle regole canoniche di quello stile. La società potrà approvare o bocciare i suoi lavori, apprezzarli o magari sentirsi offesa e censurarli, e questi nonostante tutto però riuscire ad affermarsi e magari iniziare una nuova corrente artistica di successo. Situazioni simili sono accadute molte volte. Ad esempio con Caravaggio, che ha “rotto” i rigidi schemi del manierismo dominante, applicando in modo innovativo vari accorgimenti pittorici appresi dall’arte lombarda, veneta e dallo studio di opere classiche e del primo Cinquecento. Le sue opere hanno resistito alle critiche anche violente del tempo, e anzi hanno inaugurato un filone artistico, seguito da personaggi tipo Velasquez o Zurbaran (e magari fino a certe scene dei film di Sergio Leone). Altro caso sono gli impressionisti, cacciati dal Salon del 1863, ma iniziatori di un nuovo modo di dipingere senza disegno, che poi si è diffuso in tutto il mondo (tanto che oggi l'”effetto impressionista”, fa parte delle applicazioni di tutti i programmi base di fotoritocco).

Insomma, gli artisti inaugurano un nuovo stile, la comunità in cui vivono lo seleziona. Poi quel modo di fare immagini può diventare dominante, perfino istituzionale, e diventare il valore estetico di riferimento in una data comunità. Allora magari si avrà una nuova mutazione – un nuovo Caravaggio o Manet – che potrà avere successo oppure scomparire senza avere alcun seguito. Ora il problema è: come si trasmettono le “tradizioni stilistiche”? In natura ci pensa il Dna a replicare le informazioni. Nell’arte il Dna non c’è, ma esistono – soprattutto esistevano – istituzioni e metodi per la “replicazione” degli stili. Nel medioevo e  nel rinascimento c’erano le botteghe, poi le accademie. In altre culture esistevano istituzioni simili. I giovani si formavano in lunghi anni accanto ai maestri, apprendevano per gradi le tecniche di esecuzione, i modelli stilistici, e i contenuti iconografici e simbolici. In questo processo di trasmissione delle conoscenze, l’ambiente peculiare della bottega doveva esercitare una prima selezione sugli allievi, facendo avanzare i più capaci, e anche i più innovativi. Nelle accademie, con le teorizzazioni classicistiche del ‘600 si sarebbe invece fatto avanzare i giovani più “ortodossi”, spingendo gli innovatori a cercare altre vie. Ma il meccanismo è lo stesso: tradizione, innovazione e selezione.

Nel caso dell’arte occidentale, questa “evoluzione” dell’arte, almeno in due casi si è rivolta verso il naturalismo: nella Grecia classica e a partire dal XIV secolo. In questo caso, per varie ragioni (che richiederebbero un altro post per addentrarvisi), le società “premiavano” gli artisti capaci di soddisfare quello che Ernst Gombrich chiamava eye witness princple, il “principio del testimone oculare”. E cioè a creare opere che facessero sentire l’osservatore come “spettatore” di una scena realmente in corso, magari un dramma storico o epico, o una scena religiosa. Questo processo deve aver portato gli artisti a esplorare le proprietà intrinseche dei loro materiali e le possibilità di creare effetti naturalistici sempre più marcati. Fino a culminare nella scoperta di tecniche come il rilievo mediante contrasto cromatico e la prospettiva, che permettono di “bucare” le superfici, e presentare una scena come se lo spettatore la guradasse da una finestra.

Leopoldo Papi

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Written by trial & error

ottobre 11, 2010 a 2:12 pm

2 Risposte

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  1. Articolo molto interessante, mi chiedo se analoga riflessione possa valere per arti diverse dalla nostra europea, se l’arte africana o quella dell’India obbediscano a simili regole così che si possa affermare la stessa logica del mutamento e della trasmissione.

    Matteo by EJ

    Redazione

    ottobre 23, 2010 at 5:42 pm

  2. matteo thanks per il commento,

    l’idea era quella di mostrare un meccanismo di trasmissione e evoluzione degli stili, che in linea di principio può valere per qualsiasi forma d’arte in qualsiasi periodo o cultura. Ci sono culture (come quella egiziana o bizantina per esempio) che hanno mantenuto gli stessi codici figurativi fissi per secoli, magari perchè le immagini avevano funzioni sacre e quindi dovevano essere create secondo regole fisse. In questi “ambienti culturali” non è ammessa innovazione e appena qualcuno ci prova la “eliminano” politicamente. A volte però l’innovazione passa e può dare vita a nuove forme stilistiche. Ci sono altre comunità che hanno posto invece l’innovazione a fondamento delle arti, stimolata da un forte senso critico della gente. E’ successo a Firenze nel Quattrocento, dove si discuteva per le strade delle “ultime opere” di gente come Donatello e Masaccio, un po’ come oggi si discute di film. Darwinianamente: gli artisti creavano, il pubblico selezionava. E’ successo anche in altre culture, tipo in Giappone, dove c’erano molte scuole che proponevano stili e idee. Poi naturalmente ogni tradizione ha le sue caratteristiche, le sue idee filosofiche ecc.

    leopoldo papi

    ottobre 24, 2010 at 9:21 am


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