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Ricerca scientifica e principio di precauzione

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Quando si parla di certi argomenti, le evidenze scientifiche non contano. Anche se sono il prodotto di ricerche lunghe e magari costose. Non importa quanti dati si raccolgono, quanti studi vengono fatti e da quanti laboratori, in modo indipendente. Chi è scettico rimarrà tale, venisse Einstein in persona a dimostrargli il contrario. Infatti dirà sempre che i dati sono “influenzati” da qualche interesse economico, o magari anche politico-ideologico.  Questo vale, per esempio, per gli ogm. O per la ricerca sulle staminali. Ma ci sono anche casi meno clamorosi, tuttavia interessanti.

Come quello dei pericoli connessi alla radiazione di cellulari o smartphones. Ti friggono il cervello, si dice, ti fanno venire il cancro: è così di sicuro, e non importa se ricerche approfondite non sono mai riuscite a dimostrarlo. Tra le ultime, ad esempio, quella pubblicata su International Journal of Epidemiology (“Brain Tumour Risk in Relation to Mobile Telephone Use”) e riportata in questo articolo di Scientific American: un progetto costato 24 milioni di dollari,  che ha coinvolto 12mila utilizzatori (da lungo tempo) di telefoni cellulari, in 13 paesi. Di questi, circa la metà  erano sani, l’altra affetta da tumore al cervello. In questo modo i ricercatori hanno potuto confrontare gli effetti dell’uso dei dispositivi.

Dall’indagine non e’ emerso alcun dato a conferma della teoria sugli effetti cancerogeni dei cellulari. Gli autori spiegano di non aver rilevato alcun aumento dei rischi di glioma o meningioma (i più’ comuni tumori al cervello). Solo alle esposizioni massime e prolungate, hanno detto, ci potrebbe essere un effetto cangerogeno, ma tuttavia non ci sono abbastanza evidenze da poter stabilire una relazione causale. Saranno utili ulteriori indagini per stabilire nessi in queste condizioni estreme, concludono cautamente. Al di la’ delle ricerche ci sarebbero poi le evidenze fisiche. I cellulari non possono causare il cancro – riporta l’articolo di Scientific American – perché non emettono sufficiente energia per rompere i legami molecolari all’interno delle cellule.

E dunque, perché tanto scetticismo? Perché si preferisce credere a un’idea non sostenuta da fatti, piuttosto che il contrario? Gli scettici in questi casi si rifanno generalmente al “principio di precauzione”, una sorta di capovolgimento concettuale delle idee alla base della sperimentazione. La sua formulazione – anche a livello normativo, per esempio alla conferenza delle Nazioni Unite sull’ambiente e lo sviluppo nel 1992 a Rio de Janeiro, e poi nell’UE con il Trattato di Maastricht è stata dettata per regolamentare i  casi di ricerche scientifiche o tecnologiche  in cui si ipotizzano possibili danni per l’ambiente o la salute. Suona più o meno così: “se una qualche applicazione scientifica o tecnologica ha potenziali danni ambientali o per l’uomo, si deve mantenere l’ipotesi di pericolosità fino a che non vengono trovate prove che la dimostrano”. Ora, questo principio suona alquanto poco scientifico. Infatti ammette solo “prove positive” di una qualche ipotesi, mentre non accetta le osservazioni che la smentiscono. Come dire: una congettura deve essere considerata valida, anche se ci sono evidenze contrarie.

In linea di principio, quest’idea ha conseguenze radicali. Secondo una norma del genere infatti si dovrebbe abolire la ricerca scientifica. Perché qualsiasi indagine potrebbe implicare, per definizione, dei rischi ancora sconosciuti. Inoltre negando il valore delle prove contrarie, si dovrebbe accettare qualsiasi sciocchezza come una teoria degna di credito. Chiunque potrebbe alzarsi la mattina e sostenere qualsiasi idea su qualsiasi argomento, forte del principio per cui “anche se non è provata non si può smentire”. A voler vincolare per precauzione la ricerca scientifica – che dopotutto usa tutte le forme di controllo possibili – si rischia insomma di autorizzare ogni sciocchezza, anche quelle davvero pericolose.

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Written by trial & error

ottobre 5, 2010 a 9:40 am

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