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focus giovani e ricerca: neuroscienze a Torino con Paolo Ariano

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risposta neuronale (credit Paolo Ariano)

«Sulla mobilità dei ricercatori sono dubbioso. Puoi girare il mondo e imparare magari qualche tecnica nuova di laboratorio. Però ciò che conta sono i risultati. E quelli li puoi ottenere anche qui, con una buona rete di collaborazioni internazionali». Paolo Ariano è un ricercatore in controtendenza. In un’epoca di brain drain, lui è sempre stato convinto della scelta di rimanere a Torino. A 36 anni, con una moglie biologa e due figli, una laurea in Fisica e un dottorato in Neuroscienze (svolti entrambi a Torino), trascorre la sua esistenza al laboratorio di Neurofisiologia cellulare dell’Università.

Qui Ariano fa esperimenti sulle risposte elettriche dei neuroni, utilizzando elettrodi al diamante che ha sviluppato coinvolgendo il dipartimento di Fisica e di Biologia animale e dell’uomo. «È una tecnologia – spiega – che abbiamo realizzato interamente a Torino. Usando vetrini in diamante, che sono trasparenti, possiamo sia osservare otticamente la cellula, sia registrarne l’attività elettrica». È stato tra i primi a Torino, negli anni 90, a interessarsi di chip neuronali. «Tutto è cominciato dalla lettura di alcuni articoli di neuroscienze durante gli anni della laurea. Scrissi a Jerome Pine, del Caltech, che mi mise in contatto con Massimo Grattarola, scomparso nel 2003, uno dei pionieri italiani della neuroingegneria».

All’attivo Ariano ha 15 pubblicazioni internazionali, e più di 30 interventi in convegni nazionali ed esteri. Per lui la ricerca significa provare sempre cose nuove. Come l’ultimo suo lavoro: uno studio sugli effetti del particolato atmosferico urbano sul sistema nervoso.

22 luglo 2010

Leopoldo Papi per Il Sole 24 Ore

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Written by trial & error

luglio 22, 2010 a 10:36 am

Una Risposta

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  1. Anch’io sono “cresciuto” a Torino e ho fatto la gavetta in diversi laboratori della città. Purtroppo la maggior parte dei professori, ordinari compresi, non ha mai messo il naso fuori da questa città ed io come molti miei collaboratori, pensavo che fosse giusto fare così, perchè i miei “capi” così mi avevano insegnato: non bisogna andare chissà dove per trovare delle buone idee. Invece adesso capisco che questa organizzazione del lavoro è profondamente sbagliata, d’altronde non esiste paese al mondo in cui per diventare ricercatore non venga richiesta un’esperienza all’estero. Muoversi significa interagire con altre persone, aprire la popria mente, cosa che in molti dovrebbero sforzarsi di fare.

    Andrea

    maggio 24, 2011 at 8:55 pm


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