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mind and body per Edoardo Boncinelli

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Edoardo Boncinelli

L’uomo è un animale strano. Può fare cose impossibili per le altre specie: ad esempio, può descrivere e discutere, mediante il linguaggio, fatti ed eventi nell’ambiente in cui vive. Lo stesso può fare con il proprio corpo e con il “mondo interiore” dei propri pensieri e delle emozioni, ossia di ciò che, in termini generici chiamiamo “mente”. Corpo e mente ci appaiono come due entità distinte, due dimensioni parallele che quotidianamente esploriamo e sperimentiamo, in modi sempre nuovi e diversi. Ma che cosa sappiamo veramente di questi due aspetti della “natura umana”? Negli ultimi anni, le neuroscienze hanno cercato di rispondere a questo interrogativo, coinvolgendo i più diversi ambiti di ricerca, dalla biologia evoluzionista alla psicologia sperimentale, dall’etologia alle sperimentazioni sull’intelligenza artificiale. Se il rapporto tra la mente e il corpo è ancora qualcosa di misterioso, ne sappiamo molto più che in passato. Ne abbiamo parlato con uno dei più importanti genetisti italiani, il professor Edoardo Boncinelli, docente di Biologia e Genetica all’università Vita Salute di Milano, collaboratore di Le Scienze e del Corriere della Sera e autore di molti saggi, tra cui il recente “Dove nascono le idee” (2008).

Professor Boncinelli, corpo e mente sono cose diverse oppure una sola?
“Il corpo comprende le gambe, le braccia, gli organi digestivi e respiratori, il sistema nervoso centrale e il cervello. Il cervello è l’unica parte del corpo che può essere associato alla mente. Dal mio punto di vista la mente è tutto quello che fa il cervello, quindi è parte del corpo ma non coincide con tutto il corpo”.

Dal punto di vista evolutivo in che periodo è emersa la mente umana, e perché?
“Guardi, se si parla di mente in senso generico, non possiamo negare che ce l’abbiano anche gli animali, anche i topolini. Se parliamo di mente umana, come noi la conosciamo, deve essere comparsa tra 2 milioni e 150 mila anni fa. In questo arco temporale è successo qualcosa per cui è arrivato il linguaggio e, probabilmente a conseguenza di esso, la coscienza. All’inizio la mente è emersa per evoluzione biologica, però negli ultimi 30-40 mila anni essa è stata modellata anche dall’evoluzione culturale”.

Quindi la mente è anche un prodotto della cultura
“Sì. Certe cose dalla natura non ci verrebbero, come non vengono agli altri animali. Noi abbiamo certe caratteristiche specificamente culturali. Occorre stare attenti ad usare il termine ‘noi’, poiché una cosa è parlare degli esseri umani indiscriminatamente, un’altra è parlare di ‘noi’ come ‘occidentali’, e magari riferendoci alla nostra cultura latina. Per tutti gli esseri umani comunque, almeno in parte la coscienza è derivata dalla cultura”.

Quando emerge nei bambini la coscienza, e quanto conta l’ambiente culturale nella loro formazione?
“Questo non lo sa nessuno. Sappiamo che, quando nasciamo, il cervello è ancora immaturo, nel senso che ci sono tutte le cellule ma non tutti i collegamenti. Nei primi anni certamente qualcosa succede dentro di noi, se non altro perché impariamo un linguaggio. Tuttavia poi non ce ne ricordiamo e dunque non possiamo ricostruire quella fase dello sviluppo. I primi ricordi, e quindi i primi segnali di una coscienza, risalgono a 3-4 anni. A 3 anni un bambino davanti allo specchio è in grado di riconoscersi: questo è un traguardo ben superiore a quello di qualsiasi altro animale. Però occorre aspettare gli 8-9 anni perché si possa parlare di una mente non dico adulta, ma già abbastanza sviluppata. In questo processo conta lo sviluppo del corpo, ma anche l’ambiente al quale siamo esposti: persone, oggetti, parole, e più avanti anche l’istruzione”.

Che cosa pensa delle pratiche di “distacco dal corpo”, legate ad esempio alle tradizioni ascetiche e mistiche orientali?
“Sono molto scettico. Indubbiamente allenandosi si possono ottenere tante cose. Allenandosi si può anche imparare a camminare sui chiodi. Se vediamo queste pratiche come allenamenti, non vedo perché non dovrebbero dare dei risultati. Il problema è che non sappiamo bene come funzionano e poi soprattutto a che servano”.

Come considera le malattie psicosomatiche?
“Sono un capitolo a parte, tutto da studiare. Se lei avesse fatto questa domanda 30 anni fa, erano tutti convinti che anche l’ulcera fosse psicosomatica. Poi si è visto che era una balla gigantesca. Si è certamente esagerato nel pensare che la psiche possa avere un effetto sul corpo: un po’ di effetto ce l’ha, come tutti sappiamo dalla nostra esperienza quotidiana (quando siamo di umor nero facciamo più errori, e rischiamo di avere degli incidenti), però lo si è sopravvalutato”.

E possibile studiare scientificamente queste patologie?
“Certamente, se qualcuno lo farà davvero: purtroppo si fanno tante chiacchiere e pochi studi”.

Qual era, professore, la condizione di vita di Eluana Englaro? Solo un corpo o aveva una coscienza?
“Al cento per cento non lo sa nessuno, perché nessuno è mai stato Eluana, né quando era viva né quando era in coma. Sulla base di tutte le esperienze che abbiamo avuto in questi 20-30 anni tuttavia possiamo dire che, probabilmente, era del tutto insensibile”.

Il concetto di morte dunque non è così definito: ci possono essere ancora attività biologiche, ma non più una vita nel senso di coscienza?
“Attività biologiche ce ne possono essere, però la coscienza è un’altra cosa. Io posso tranquillamente digerire e non avere coscienza. La digestione può essere considerata un processo indipendente da me, come qualsiasi altro fatto ambientale esterno al mio corpo”.

Leopoldo Papi

da Futura, marzo 2009

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maggio 25, 2009 a 12:42 pm

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